Scrivi

Divario Nord-Sud, stili di vita e cambiamenti climatici

Migrazioni, risorse limitate, crisi climatica. Tutto è connesso. L'Occidente è difronte ad una sfida epocale senza precedenti. E non basteranno gli scarsi fondi previsti dalla Cop21 ai paesi più poveri Sarà invece necessaria una vera ridistribuzione della ricchezza e un cambiamento dei nostri stili di vita.

ADV
image_pdfimage_print

Retrospettivamente si potrebbero attribuire grandi capacità percettive se non profetiche al presidente Bush padre quando colse al volo il legame tra lotta contro i cambiamenti climatici e stile di vita.

Al vertice di Rio fu attaccato dagli ambientalisti per la sua inattività nel campo climatico e lui rispose con la famosa frase: «The American way of life is not up for negotiation», lo stile di vita americano non è negoziabile. Uno stile di vita a un livello scandalosamente alto di consumo di cibo, acqua, energia e altre risorse che produce 17 tonnellate di CO2 l’anno pro capite contro le 6,7 dell’Italia, entrambe lontane dalle due tonnellate sostenibili.

Un quarto di secolo dopo la famosa battuta, e al più tardi alla Cop 21 di Parigi, è diventato evidente per tutta la comunità globale che lo stile di vita dei paesi ricchi e sovrasviluppati deve diventare parte del discorso, perché le nostre forme di mobilità e di consumo non sono capaci di futuro.

Il terrorismo e le migrazioni sono la prova che sta per finire un periodo dove in una parte del mondo si vive nell’abbondanza di cibo ed energia, mentre nel resto dilagano caos, fame e guerra.

Con gli attacchi terroristici di Parigi di novembre 2015 lo “stile di vita” è di nuovo diventato un concetto di lotta. I terroristi, si leggeva sui giornali, vogliono sfidare quello che detestano di più: la vita cosmopolita. Non hanno attaccato obiettivi militari o politici, ma luoghi del divertimento quotidiano, ristoranti, una sala per concerti. Hanno voluto colpire una società intera, il suo stile di vita, i suoi valori comuni. I giovani di Parigi hanno risposto: non ci faremo rubare la nostra joie de vivre.

Questa orgogliosa rivendicazione contro i fanatici della morte è ben comprensibile come prima reazione di fronte all’orrore degli attentati, però in un secondo momento dovrebbe cedere il passo a una riflessione meno auto-affermativa.

La “gioia di vita” si regge nei paesi ricchi sulla miseria di altre parti del mondo. L’impronta ecologica è un indicatore di questa situazione. In Europa abbiamo 4,7 ettari a persona per garantire lo stile di vita mitteleuropeo, mentre in Africa una persona deve accontentarsi con 1,5 ettari. Poiché la terra utilizzabile è un insieme finito, quello che si usa oltre la propria parte viene a meno a qualcun’altra. Si sta bene, insomma, anche perché altri stanno meno bene.

Volerne fare una rampogna alla singola persona sa di moralismo ricattatorio; non esiste alcun legame diretto tra la propria vita agiata e la miseria di qualcun altro. Sarebbe però ingenuo pensare che l’Europa possa continuare come giardino di un crescente benessere, mentre intorno crescono la miseria e la minaccia alla sola sopravvivenza. L’occidente si trova davanti a una sfida epocale senza precedenti. La fuga dai territori distrutti dalle guerre o dai cambiamenti climatici verso i paesi ricchi e stabili si attenuerà solo con programmi di aiuto che dovranno portare fiumi di soldi lì dove ora arrivano, nel caso migliore, rivoli.

L’accordo di Parigi prevede un aiuto ai paesi più vulnerabili con 100 miliardi di dollari all’anno fino al 2020 per l’adattamento ai cambiamenti climatici. Per affrontare in modo serio il problema, la cifra deve essere dieci volte più alta. Non basteranno le elemosine, ma sarà necessaria una vera e propria ridistribuzione della ricchezza del pianeta che si farà sentire anche nei paesi occidentali.

Rendere l’Europa più resiliente alle minacce ecologiche e al terrorismo costerà. Molto. O si spendono grandi somme nel tentativo, disperato e fallimentare, di trasformare il continente in una fortezza, oppure si dovranno affrontare le ragioni che spingono sempre più persone nel sud del mondo a lasciare le proprie terre. Bisogna avvicinarsi alla sufficienza da due direzioni. Per uno stile di vita globalmente sostenibile.

Questo articolo è stato pubblicato sull’ultimo numero della rivista bimestrale QualEnergia (n.1/2016) con il titolo “Stile di vita insostenibile”.

ADV
×