Quali tempi per la transizione energetica?

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Uno studio condotto dall’economista Benjamin Sovacool affronta la questione dei tempi delle transizioni energetiche, stimando che la dipendenza dai fossili potrebbe essere superata in appena un decennio. Ma la storia ci ha raccontato tempi e modalità delle transizioni molto diverse tra loro.

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A New York è stato firmato da poco l’accordo di Parigi da ben 170 capi di Stato, che però, fatte le loro dichiarazioni di principio sull’allarme climatico, si sono dati un comodo intervallo fino al 2020 per cominciare ad agire concretamente sulle emissioni delle proprie nazioni.

I climatologi avvertono però che il tempo rimasto per evitare una catastrofe è poco, molto poco: per avere un 66% di possibilità di evitare un aumento di 1,5 °C di temperatura (obiettivo primario dell’accordo di Parigi), secondo l’ultimo rapporto Ipcc, dal 2011 occorreva emettere non più di ulteriori 400 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente in aria (GtCO2eq), e 1000 per avere il 66% di possibilità di restare sotto almeno ai +2°C.

Visto che, fra usi energetici, cemento e agricoltura, e sottratto l’assorbimento da parte di oceani e foreste, aggiungiamo in atmosfera circa 20 GtCO2eq l’anno, al 2016 il budget si è ridotto a circa 300 GtCO2eq per i +1,5°C e 900 per i +2°C. Mantenendo le emissioni attuali, quindi, pare che non ci restino che 15 anni di emissioni come quelle attuali prima di esaurire il budget della soglia più prudente e 45 per l’altra.

Questi tempi, ovviamente, si allungherebbero con un calo graduale delle emissioni ogni anno, ma restano comunque molto stretti, pochi decenni, per una transizione energetica su scala mondiale: è un obiettivo possibile?

Forse sì, almeno secondo il comunicato stampa che presenta uno studio sui tempi delle transizioni energetiche, condotto dall’economista Benjamin Sovacool, della danese Aarhus University e dell’Università del Sussex, affermando che la dipendenza mondiale dai combustibili fossili potrebbe essere superata in appena un decennio.

«Ma in realtà – smorza gli entusiasmi Maria Rosa Virdis, dell’Unità Centrale Studi e Strategie dell’Enea – l’ottimo lavoro di Sovacool, non dice nulla del genere. Fa solo notare che in alcune situazioni locali, la transizione energetica in settori specifici, come elettricità o trasporti, è in effetti avvenuta anche in tempi brevissimi. Ma da qui a estrapolare che questo potrà ripetersi su scala globale e per ogni attività legata all’energia ce ne corre».

L’economista danese ha considerato casi di transizione energetica ben noti, come l’affermazione delle automobili fra XIX e XX secolo, la sostituzione del carbone con il petrolio nel XX secolo o il programma nucleare francese, ma anche molto meno famosi, come la sostituzione del gasolio con il GPL in Indonesia, quella del carbone con il gas in Olanda o l’uso dei biocombustibili per le auto in Brasile.

Ebbene queste transizioni sono durate talvolta alcuni decenni (come per l’affermazione delle auto e del petrolio negli Usa), ma alcune hanno richiesto tempi “istantanei” o quasi, come il singolo anno necessario al Brasile a dotare il 25% di nuove auto vendute di flex fuel (che possono usare alcool, oltre che benzina), o i tre anni necessari a imporre il Gpl in Indonesia, o il decennio in cui la Francia è riuscita a passare dal 4% di produzione elettrica nucleare al 25% e l’analogo tempo necessario all’Olanda per “gasificare” la sua produzione elettrica e all’Ontario per sostituire il carbone dalle centrali con rinnovabili e nucleare.

«La lezione più generale, e con eccezioni, che possiamo trarre da questi esempi – ha aggiunto – è che le transizioni possono avvenire in due modi: spontaneamente, guidate dal mercato e dal fatto che i nuovi prodotti sono migliori dei precedenti, oppure spinte o imposte dai governi, per una strategia nazionale superiore agli interessi dei singoli».

Nel primo caso sembra che le transizioni partano molto lentamente: probabilmente per le resistenze del vecchio sistema, l’alto costo e i difetti che i nuovi prodotti hanno nelle prime versioni, la necessità di adattare le infrastrutture, come le reti di produzione e distribuzione di carburante per le auto. Poi accelerano e trionfano, richiedendo però complessivamente alcuni decenni.

Per esempio l’adozione delle auto da parte del 25% delle famiglie americane prese una trentina di anni, agli inizi del XX secolo, mentre per completare la transizione dal carbone al petrolio in ogni aspetto della società, coinvolgendo cioè anche trasporti pesanti, riscaldamento, industria, ne servirono 80 (e non è neanche finita, visto che il carbone domina ancora la produzione elettrica in molte parti del mondo).

Per avere una transizione veloce, invece, sembra che dietro ci debba essere una ferrea volontà politica, a sua volta basata su piani strategici ben definiti, elaborati da scienziati e tecnici.

«Quando questo accade, e vengono allocate risorse adeguate per incentivare la transizione, si può anche assistere a cambiamenti profondi e molto rapidi, come dimostra la nuclearizzazione della Francia, eseguita da società statali seguendo il piano Messmer, come risposta allo shock petrolifero del 1974. In venti anni quel paese ha liquidato la produzione di elettricità da carbone e petrolio, affidandosi quasi solo a nucleare e idroelettrico», ha spiegato Maria Rosa Virdis.

Ma si può immaginare un cambiamento tanto rapido a livello globale

Qui Sovacool diventa molto prudente e non fa in realtà alcuna previsione temporale, limitandosi a ricordare che molte delle transizioni rapide hanno goduto di condizioni particolari: cambiamenti avvenuti solo a livello nazionale o regionale e limitati solo a una categoria di prodotto, governi autoritari che li hanno imposti, o scoperta di risorse energetiche alternative, come il gas in Olanda, che hanno facilitato il passaggio.

D’altra parte, aggiunge Sovacool, è anche vero che oggi, grazie allo sviluppo scientifico, le alternative e le possibilità tecnologiche sono molto più numerose e avanzate che in passato, permettendo di combinarle fra loro, in modo che accelerino la transizione (per esempio la generazione distribuita dell’energia, controllata via internet), ed è finalmente presente una sensazione di urgenza, a livello di politica, media e pubblico, dovuta al cambiamento climatico, che potrebbe avere la funzione di stimolo che ebbe lo shock petrolifero per il piano nucleare francese.

«Tutto sommato però – dice Virdis – anche dopo aver letto questo studio, resto dell’idea che ci vorranno molti decenni affinché il mondo si liberi di carbone, gas e petrolio. Ci sono infatti “zoccoli duri” come i trasporti, che è impensabile immaginare facciano a meno del petrolio in pochi anni, e paesi che, a fronte di popolazioni povere e in crescita, hanno ben poche risorse energetiche alternative o denaro per adottarle, tanto più in periodi come l’attuale, dove i fossili costano molto poco. Fattori che, insieme alle resistenze della stessa industria dei fossili, rallenteranno la transizione globale. L’unico modo per sveltire il processo sarebbe imporre una carbon tax, che renda poco convenienti carbone e petrolio, ma adottare in modo globale e coordinato questa misura, in modo che non sia un fattore di perdita di competitività, è molto difficile».

Ma l’Italia non potrebbe, se volesse, fare da battistrada ed esempio in questa transizione?

«Il nostro è un paese industriale e popoloso, molto ben dotato di risorse rinnovabili e con strutture tecnico-scientifiche di ottimo livello. Potrebbe quindi essere in effetti all’avanguardia nella decarbonizzazione. Ma anche nel nostro caso “fortunato” all’Enea abbiamo calcolato, in una ricerca pubblicata l’ottobre scorso, che, con un costo per il sistema energetico dal 10 al 30% più elevato rispetto a quello del mantenere le tendenze attuali, potremmo ragionevolmente arrivare al 2050 ad abbattere le emissioni dell’80%, producendo da rinnovabili il 93% della nostra elettricità». 

Quindi, secondo l’Enea, serviranno almeno 34 anni per fare quasi a meno di carbone, gas e petrolio, anche nel caso di un paese abbastanza favorito come il nostro. Se è così non ci resta che sperare che sia sufficiente questo “trotterellare” verso la decarbonizzazione, piuttosto che precipitarsi a rotta di collo come ci consigliano molti climatologi, per evitare la catastrofe climatica?

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