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Polo industriale e centrale a carbone di Brindisi: un’idea di sviluppo che non funziona

Le esternalità legate al polo industriale di Brindisi e alla centrale Enel a carbone di Cerano devono rimettere al centro delle politiche industriali un aspetto fondamentale per alcune grandi opere: perché per il territorio il saldo è spesso negativo in termini ambientali, sanitari e, nel complesso, anche per ricaduta economica e occupazionale?

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Quando si sceglie di assegnare a un territorio un indirizzo economico e quindi di sviluppo, sarebbe opportuno fissare, sulla time line di tale scelta, degli step cadenzati per valutarne l’effettiva efficacia.

Per l’intero polo industriale brindisino questo bilancio non è mai stato veramente effettuato. Al contrario per un territorio a cui fu imposta, agli inizi degli anni ’60, una vocazione diametralmente opposta a quella naturale, si scelse, nonostante gli evidenti segnali negativi in termini occupazionali, di puntare nuovamente negli anni ’80 sull’industria.

Nel 1997, dopo oltre un decennio di gestazione non propriamente condivisa dalle comunità locali che ne contestavano sia l’effettiva capacità di ricollocare cassintegrati e licenziati, nonché l’impatto assolutamente negativo sul comparto agricolo e su quello turistico, entrò in funzione, a pieno regime, la centrale termoelettrica a carbone di Cerano, con una potenza totale di 2.640 MW e un’estensione di circa 270 ettari, per un investimento complessivo, da parte dello Stato, di 7.000 miliardi di lire.

Tutto questo in un territorio la cui “crisi ambientale” è, di fatto, riconosciuta dalla richiesta di “Dichiarazione a Rischio di crisi ambientale” avanzata dalla Regione Puglia già dal 1988, confermata dagli studi dell’ENEA ultimati nel 1995 e sanciti dal DPR del 28 aprile 1998 relativo alla “Approvazione del Piano di disinquinamento e risanamento di Brindisi e Taranto. Tale Decreto riporta, a differenti priorità, tutti gli interventi strutturali e di bonifica che dovevano essere realizzati da Enti pubblici e dalle aziende insediate nell’area industriale al fine di disinquinare il territorio, migliorare le proprie performance ambientali e uscire dalla fase di “crisi ambientale.

Per completezza ricordiamo inoltre che Brindisi è stata definita area SIN (Sito d’interesse nazionale per le bonifiche) con la Legge 426/98 e successivamente perimetrato con Decreto di ministero dell’Ambiente del 10 gennaio 2000, in attuazione dell’articolo 1, comma 4, della predetta Legge.  

Il Sito ha un’estensione complessiva di 114 kmq, distribuiti in circa 21 kmq di aree private e 93 kmq di aree pubbliche (di cui 56 kmq di aree marine, il cui sviluppo costiero è circa 30 kmq). Complessivamente si tratta di 5.800 ettari di terra e 5.600 di mare; in particolare nel settore meridionale del SIN ricade in zona con destinazione urbanistica agricola.

All’interno di tali aree, nello specifico lungo la fascia adiacente al nastro trasportatore, è stata emanata nel giugno 2006 un’ordinanza sindacale di divieto alla coltivazione sulla scorta dei dati di caratterizzazione compiuta dal Commissario Delegato per l’emergenza ambientale in Puglia e, con l’ordinanza n° 5/2016, il Commissario prefettizio del Comune di Brindisi, sancisce il divieto di emungimento e di utilizzo ai fini agricoli delle acque di falda freatica da pozzi situati nella zona industriale e ricadenti nel SIN di Brindisi.

Tornando alla centrale a carbone è giusto domandarsi quale sia stato in seguito l’impatto e la ricaduta economica/occupazionale, comparandolo, in termini quantitativi e qualitativi, con quella sanitaria e ambientale (si veda anche “Rapporto di Valutazione speditiva del Danno Sanitario nell’area di Brindisi, a cura di ARPA PUGLIA, AReS, ASL BR, dicembre 2014, ultima modifica maggio 215 – 10 Mb, pdf).

I dati occupazionali al maggio del 2014 dicono che la centrale Federico II di Brindisi impiegava in maniera diretta oltre 450 dipendenti Enel  (ma non tutti residenti in Puglia). Per l’indotto circa 180 persone, appartenenti a ditte terze, impegnati nel settore della logistica del carbone; infine, circa 500 unità – sempre di ditte terze – nell’ambito dell’impianto produttivo. L’80% dell’indotto ha ricadute dirette sul territorio ovvero riguarda direttamente ditte locali, che si traducono a livello economico in oltre cento milioni di euro annui.

Volendo poi comparare questa ricaduta “positiva” con lo studio dell’Agenzia per l’ambiente dell’unione europea (novembre 2011) che definisce la centrale di Cerano l’impianto più inquinante d’Italia e tra i primi 20 in Europa, il saldo della ricaduta sul territorio sprofonda senza attenuanti.

Lo studio quantifica i costi esterni – intesi come danni sanitari e ambientali prodotti dalle sue emissioni – in 536÷707 milioni di euro per il solo 2009; cifra che supera gli stessi profitti che Enel ottiene dalla centrale.

Nel dicembre 2014 è stato diffuso l’aggiornamento del rapporto dell’Agenzia Europea per l’Ambiente sui costi economici degli effetti sanitari associati alle emissioni industriali. L’aggiornamento abbraccia un arco temporale dal 2008 al 2012, e rispetto a quello precedente relativo al 2009, la centrale Federico II si conferma in assoluto il peggior impianto italiano in termini di inquinamento. Nel quadriennio le emissioni inquinanti della centrale hanno comportato un costo per le cosiddette esternalità tra 1,3 e 2,9 miliardi di euro.

Questi costi, sostenuti pressoché interamente dalla collettività, non sono contabilizzati in nessun bilancio costo-benefici. Qualora lo fossero diverrebbe palese l’antieconomicità, oltre che l’insostenibilità ambientale e sanitaria, insita in questi mega impianti.

Volendo andare oltre i dati economici e osservando quelli occupazionali, ciò che risalta maggiormente è la diretta conseguenza che la costruzione della centrale e del nastro traportatore – oltre 12 km di lunghezza complessiva – hanno avuto sul preesistente comparto produttivo locale ossia quello agricolo.

Contrada Cerano era caratterizzata da una produzione d’eccellenza di angurie, meloni, vitigni autoctoni, carciofi, pomodori solo per citarne alcuni. L’avvento della centrale – ben prima che la ricaduta al suolo degli inquinanti emessi in atmosfera rendesse necessario l’ordinanza con il divieto assoluto di coltivazione –  sancì la morte di decine di aziende agricole di tradizione decennale e la conseguente perdita di centinaia di posti di lavoro, proprio a causa della costruzione del nastro trasportatore.

La sua costruzione tagliò, di fatto, in due, la falda, con il risultato di privare l’intera area dell’acqua, non solo per l’agricoltura, ma anche per uso domestico. Ad oggi, infatti, i residenti (quelli rimasti) sono costretti, per lavarsi e cucinare, ad utilizzare una fontana pubblica a circa 7 km dalle loro abitazioni.

Oggi bisognerebbe definire fallimentare l’impatto avuto da questo impianto e dal polo industriale nel suo insieme sul territorio e sulla comunità. Quando si parla di opere strategiche bisognerebbe sempre capire chi è veramente il soggetto che ne trae maggior profitto, perché ad oggi, nel nostro paese, sempre più spesso le opere definite in questo modo finiscono per diventare veri e propri incubi e poi uscirne è sempre molto complesso.

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