Un risarcimento di 20 miliardi di dollari, è quanto dovrà pagare BP per la fuoriuscita di petrolio nel Golfo nel Messico nel 2010 presso la piattaforma Deepwater Horizon. L’accordo era già stato annunciato in luglio; lunedì la Corte federale guidata dal giudice Carl Barber ha confermato l’importo, mettendo fine a 6 anni di controversie legali.

Il disastro ambientale, il più grave della storia americana, oltre alla morte di 11 operai, ha causato danni enormi, non ancora ben quantificati, lungo le coste di Alabama, Florida, Louisiana, Mississippi e Texas e secondo la corte è stato causato dal comportamento “grossolanamente negligente” di British Petroleum.

Il risarcimento è il più alto mai imposto negli Usa ad una singola società. Il pagamento verrà dilazionato nel corso di 15 anni.

BP, che ha raggiunto un accordo anche per risarcire imprenditori e residenti, stima che i costi complessivi che dovrà sostenere in seguito al disastro supereranno i 53 miliardi di dollari.

Sulla notizia arriva un commento del WWF Italia. La sentenza, afferma l’ong, “dimostra due cose fondamentali : nessuna trivellazione petrolifera, soprattutto in mare aperto, è a rischio zero. Inoltre, è indispensabile che prima di concedere qualsiasi autorizzazione agli impianti di trivellazione  siano perfezionate le valutazioni ambientali su piani e progetti, siano compiute serie valutazioni del rischio  e si verifichi la capacità tecnico-finanziaria di chi richiede le concessioni, in modo da valutare se queste  diano sufficienti garanzie in caso di incidenti che provochino gravi danni agli ecosistemi, come richiesto esplicitamente dalla Direttiva Comunitaria 2013/30/UE ‘Offshore’.”

“Peccato – continua la nota WWF – perché, in Italia,  abbiamo appena reso più deboli i nostri strumenti di intervento, come denunciato dal WWF nelle sue osservazioni alle modifiche normative proposte dal Governo e in un Reclamo alla Commissione Europea sul lacunoso recepimento della Direttiva ‘Offshore’.”

Innanzitutto a causa delle  modifiche introdotte dalla Legge di Stabilità, si denuncia, il Governo ha fatto saltare il Piano delle aree  per le attività di prospezione, ricerca e coltivazione degli idrocarburi, che doveva essere sottoposto a Valutazione Ambientale Strategica.

Inoltre, sottolinea il WWF “grazie al recepimento ‘all’italiana’ della Direttiva Offshore (decreto legislativo 145/2016), il Governo, invece di costituire un’Autorità indipendente da chi si occupa della regolamentazione in materia di sviluppo economico per evitare i conflitti di interesse (come richiesto esplicitamente dalla normativa comunitaria) ha costituito l’ennesimo Comitato interministeriale,  in cui siede il direttore generale dell’UNMIG (la direzione del Ministero dello Sviluppo Economico, che si occupa di  miniere e idrocarburi) e ha creato una rete territoriale sotto il controllo degli uffici dell’UNMIG. E’ questo il miglior modo – si osserva – per non far venire alla luce, l’Authority che ha tra i suoi compiti proprio quelli relativi alle attività di controllo e vigilanza sui grandi rischi e quindi sulle condizioni di sicurezza e di risposta all’emergenza, anche e soprattutto dal punto di vista ambientale.”

“Date queste condizioni di partenza è difficile che in Italia ci siano strumenti efficaci per prevenire un danno ecologico, sociale, ambientale quale quello provocato nel Golfo del Messico”, si conclude.

Il WWF ricorda che il Mediterraneo è un  mare fragile e sensibile per la biodiversità, che fornisce un insostituibile sostentamento a decine di migliaia di persone che vivono di pesca e turismo (sono 6o mila gli addetti della terza flotta peschereccia d’Europa e di turismo costiero vivono 47mila esercizi).

“In Italia, ricorda il WWF, dovremmo sapere bene che nel momento in cui  si verifica una fuoriuscita di greggio non c’è più nulla da fare ed è per questo che bisogna chiedere ed ottenere garanzie tecniche ed economico-finanziarie più che solide.”

La memoria va al più grave incidente avvenuto nelle acque italiane alla superpetroliera Haven che nell’aprile 1991, con un carico di 144 mila tonnellate di Iranian Heavy Oil, riversò nel Mar Ligure oltre 40-50 mila tonnellate di greggio che hanno provocato per decenni effetti teratogeni, mutageni e cancerogeni negli organismi marini.

Si trattava in quel caso per l’Italia di  fare riferimento a un  Fondo (IOPCF) per il risarcimento ambientale per un inquinamento provocato da una petroliera, con un massimale  che consentì un risarcimento di soli 117 miliardi e 600 milioni di lire (58,5 milioni di euro), mentre il solo danno ambientale era stato valutato da un comitato tecnico IRI/ENI in 1200 miliardi di Lire (600 mln di euro).

Mentre per l’analogo incidente  della Exxon Valdez, avvenuta nel 1988 davanti alle coste dell’Alaska, la magistratura degli Stati Uniti (che non aderiscono al sistema IOPCF) impose ad  ESSO un risarcimento  a soggetti pubblici e privati di una cifra equivalente a 5mila miliardi di lire (2,5 miliardi di euro),. comprensivo del risarcimento del danno ambientale.

Per il WWF la sentenza di oggi per il Golfo del Messico ci ricorda come il petrolio sia una minaccia per le economie del mare ed il prossimo referendum sulle trivelle ci offre l’occasione votando SI per lanciare un segnale chiaro al Governo e chiedere un’inversione di tendenza per un futuro energetico che investa in rinnovabili e abbandoni progressivamente le fonti fossili come petrolio e carbone. Per ‘un pugno di royalty’ versate dai petrolieri regaliamo le nostre risorse ambientali: il sistema di esenzioni fiscali, agevolazioni e incentivi che fanno dell’Italia un paradiso per i petrolieri, nonostante il calo vertiginoso del costo del petrolio.