L’accordo di Parigi, al di sotto del minimo comune denominatore

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"E' ingiustificabile che le parole 'carbon pricing' non compaiano mai; che il 'carbon peaking' vada raggiunto nel minor tempo possibile non è un successo; la prima verifica formale è solo nel 2023, gli impegni sono volontari e nessun vero reporting". Ecco perché per GB Zorzoli l'accordo di Parigi è un bicchiere parecchio vuoto.

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Indubbiamente un mancato accordo a Parigi sarebbe stato un disastro. Dopo le attese create, la COP21 non poteva diventare una replica del summit di Copenaghen. Un accordo andava raggiunto a tutti i costi e infatti è stato trovato, ma, pur con questa premessa, sono fra quanti considerano molto più vuoto che pieno il bicchiere che l’accordo di Parigi ha lasciato sul tavolo.

Innanzitutto, se lo confrontiamo con la straordinaria convergenza di iniziative a favore di impegni concreti per la mitigazione del cambiamento climatico, che hanno preceduto la COP21. Fra le tante, oltre all’Enciclica papale e all’intesa Cina-Usa, va ricordata la richiesta puntuale, proveniente dal mondo delle imprese e della finanza – in particolare FMI e un centinaio di grandi multinazionali, fra cui diverse imprese energetiche –, di introdurre il carbon pricing, considerato strumento insostituibile per orientare gli investimenti e le scelte politiche.

Non mi attendevo che passasse la proposta di un impegno vincolante, ma trovo ingiustificabile che nel testo dell’accordo le parole “carbon pricing” non compaiano mai, nemmeno come uno degli auspici e delle indicazioni generiche di cui il documento non è certo avaro. Quasi si trattasse di un’espressione oscena, da espungere da un testo diplomatico.

È un successo avere approvato che il “carbon peaking” va raggiunto nel minor tempo possibile (art. 4), senza nessuna indicazione più precisa? Ci si è limitati a una premessa scontata in un accordo del genere, ma non si è andati oltre; nemmeno di un millimetro. D’altronde l’unico dato concreto sulla tempistica – la prima verifica formale dei risultati acquisiti avverrà nel 2023 e le successive a distanza di cinque anni, ma i risultati delle verifiche serviranno solo a “informare” i singoli paesi affinché decidano in modo autonomo le modifiche dei loro programmi (art. 14) –  apre la strada a quella che non un foglio ambientalista, ma il Sole24Ore del 9 dicembre, in un argomentato articolo definisce “la strada degli interventi di più facile attuazione … nel breve periodo [che] condurrà a ottenere minori riduzioni delle emissioni dopo il 2030”.

Per di più gli impegni volontari non sono nemmeno soggetti a verifiche basate su modalità di monitoraggio delle emissioni e del loro reporting, definite da un’autorità terza, senza di cui non si capisce come si riesca a garantire la trasparenza dei dati, obiettivo a più riprese indicato dall’accordo.

Quanto alla questione dei danni procurati dal riscaldamento globale a paesi che poco vi hanno contribuito, l’ipotesi, peraltro vaga, di un loro risarcimento da parte dei grandi inquinatori, contenuta in una delle opzioni inizialmente presenti nella bozza dell’art. 8, nel testo finale è sparita. Si è preferito auspicare che “Parties should enhance understanding, action and support, including through the Warsaw International Mechanism, as appropriate, on a cooperative and facilitative basis with respect to loss and damage associated with the adverse effects of climate change”; evidentemente sorvolando sul fatto che di buone intenzioni è lastricata la via dell’inferno.
     
Siamo dunque al di sotto del minimo comune denominatore, che desse concretezza alle politiche climatiche, peraltro non irrealistico, date le premesse con cui si è arrivati a Parigi.

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