La Gran Bretagna frena bruscamente sulla CCS

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Cancellata la gara da un miliardo di sterline per progetti di cattura e sequestro della CO2 su scala commerciale. Dopo aver annunciato di voler chiudere con il carbone, Londra punta sempre di più su nucleare e gas, ma la CCS resta comunque incentivata, forse presto anche su centrali esistenti. I problemi della tecnologia.

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Dopo aver annunciato di voler chiudere entro il 2025 tutte le centrali a carbone che non siano dotate di tecnologia per la cattura della CO2, il governo britannico frena all’improvviso proprio sulla CCS. In una nota (allegato in basso) diffusa ieri il DECC, Department of Energy & Climate Change, ha annunciato la cancellazione della gara che offriva un miliardo di sterline a progetti per arrivare alla commercializzazione di tecnologie per la cattura e il sequestro del gas serra climalterante.

Uno stop pesante per il settore

La mossa, che rientra tra le conseguenze della riduzione del 22% del budget del DECC, è una doccia fredda per il settore. L’annuncio arriva infatti a sole 5 settimane dalla deadline per presentare i progetti per la gara e sei mesi dopo che il Governo aveva annunciato lo stanziamento. Una gara analoga peraltro in precedenza era già stata annullata perché si era presentato un unico concorrente.

Con questa cancellazione dunque la Gran Bretagna toglie il sostegno a questa tecnologia nella fase cruciale del passaggio dai progetti dimostrativi a quelli su scala commerciale. Se la tecnologia riuscirà ad arrivare alla commercializzazione con le sue gambe potrà comunque godere del cosiddetto contract for difference, l’incentivo usato anche per le rinnovabili e il nuovo nucleare, che garantisce una remunerazione fissa per un prestabilito numero di anni per l’energia prodotta.

Più gas e nucelare, ma per carbone e CCS spunta un salvagente

Il mix elettrico britannico al momento (dati DECC sul secondo trimestre 2015, allegati in basso) conta sul carbone per circa il 20% della domanda, sulle rinnovabili per il 25% (erano al 16,7% nello stesso periodo del 2014), sul gas per il 30% e sul nucleare per il 21%. Con il pensionamento previsto di diverse centrali, Londra è preoccupata di aggiungere nuova potenza per soddisfare la domanda, e dopo aver tagliato di recente il sostegno alle rinnovabili, fotovoltaico in primis, mostra chiaramente di voler scommettere soprattutto su gas, anche da shale, e nuovo nucleare, per il quale sta mettendo in campo incentivi altissimi.

Un salvagente – resta da vedere quanto efficace – sia per il carbone che per la CCS però c’è: è la proposta, attualmente in consultazione (allegato in basso), di estendere l’incentivo che anche alla CCS applicata su impianti esistenti. Come già detto infatti dal 2025, secondo l’annuncio governativo, potranno restare aperte solo le centrali a carbone dotate di tecnologie per la cattura della CO2.

Una tecnologia in ritardo

Visto che abbiamo parlato di CCS, cogliamo l’occasione per fare il punto sullo sviluppo di questa tecnologia. Secondo l’ultimo report dell’associazione industriale che la sostiene, il Global Carbon Capture & Storage Institute (allegato in basso), al momento nel mondo sono operativi 15 progetti “di larga scala” e altri 7 dovrebbero entrare in funzione nel 2015.

E’ evidente che la CCS è in forte ritardo rispetto alle aspettative che in molti vi riponevano. A spiegarlo è un documento diffuso dalla Commissione Europea a inizio anno  nel quale si valutano i risultati della direttiva in materia, la 2009/31/EC. Dei 12 progetti su larga scala che allora si prevedeva dovessero entrare in funzione in Europa entro il 2014-2015 se ne sono materializzati solo due, entrambi in Norvegia.

I progetti attivi nel mondo sono pressoché tutti legati all’EOR, enhanced oil recovery, cioè sono economicamente sostenibili, oltre che per i finanziamenti pubblici, perché la CO2 catturata viene iniettata in giacimenti di petrolio in via di esaurimento, facilitando così l’estrazione del greggio.

 

Troppe controindicazioni?

 

D’altra parte, i problemi di questa tecnologia per la riduzione delle emissioni sono diversi. Secondo lo stesso Global Carbon Capture & Storage Institute, ogni MWh prodotto con carbone + CCS costa dai 50 ai 100 dollari in più rispetto ad uno prodotto con una centrale senza CCS. Per la IEA aggiungere un impianto di CCS a una centrale a carbone fa aumentare i prezzi medi dell’elettricità tra il 39 e il 64% e del 33% nel caso di una centrale a gas.

 

Altre preoccupazioni sono legate ai consumi idrici, un problema sempre più sentito per l’acuirsi dei cambiamenti climatici con cui il termoelettrico spesso deve fare i conti (si veda anche questo studio). Secondo i dati del Dipartimento dell’Energia americano (DOE), le centrali a carbone con CCS consumano tra l’87 e il 93% di acqua in più per MWh prodotto rispetto a quelle tradizionali.

 

Poi c’è il problema dello stoccaggio vero e proprio. Come detto, se si è fortunati si riesce a trasportare la CO2 fino a un giacimento di gas o petrolio in via di esaurimento, prolungandone la vita con le ovvie ricadute economiche positive. Solo in casi limitati, però, si può procedere in questo modo; negli altri  trasporto e stoccaggio diventano un costo, magari per un servizio affidato a terzi.

Poniamo anche il caso che la CO2 venga stoccata a costi sostenibili, non è detto che farlo sia senza rischi e dia la garanzia che la CO2 non sia poi mai più liberata in atmosfera. Sul fatto che alcuni scienziati e rappresentanti dell’industria sostengano che la CO2 possa essere imprigionata in maniera sicura per centinaia di migliaia di anni, restano diverse perplessità. Analisi su acque e terreni vicini a siti di stoccaggio ad esempio hanno rivelato piccole fughe e concentrazioni crescenti di anidride carbonica. Se ciò avvenisse regolarmente avremmo rilasciato più emissioni rispetto che continuare con le centrali originarie senza CCS.

La cattura e il sequestro della CO2, per dirla chiaramente, sembra avere un unico grande vantaggio: consente di preservare lo status quo di un sistema energetico basato sulle fossili e sulla produzione centralizzata.

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