L’indice carbon free rende il 60% in più: disinvestire dalle fossili conviene

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Disinvestire dalle fossili conviene. Lo dicono i risultati degli indici ACWI di MSCI. Intanto una ricerca su 14 grandi fondi di investimento mostra che se questi avessero scaricato le azioni “sporche” avrebbero guadagnato miliardi. Anche Piketty e Jackson a sostegno di "divest fossil fuel".

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Alla vigilia della Cop21 di Parigi, arriva un nuovo appello a disinvestire dalle fonti fossili da due economisti molto popolari: Thomas Piketty,  autore del best seller internazionale Il capitale nel XXI secolo e Tim Jackson che di recente ha pubblicato il libro Prosperità senza crescita.

Quasi a fare eco ai due, una nuova ricerca mostra che scaricare gli asset fossili può essere una scelta economicamente conveniente per gli investitori anche sul breve termine. Analizzando le performance di 14 grandi fondi di investimento negli ultimi tre anni, la società di ricerca canadese Corporate Knights ha infatti scoperto che se questi si fossero liberati dalle partecipazioni nelle fonti sporche ci avrebbero guadagnato non poco.

Una conclusione che sembra rispecchiare quanto emerge dal risultato annuale del primo indice “carbon free”  redatto  da  MSCI, che ha battuto di netto, in quanto a rendimento annuale, l’indice globale “normale”.

“Questo è un momento raro e decisivo nella storia. Scienza, etica ed economia convergono nel dare un segnale chiaro al mercato: verso i negoziati sul clima della Cop21 gli investitori responsabili dovrebbero disinvestire dai combustibili fossili”, si legge in una lettera che Picketty e Jackson hanno inviato al Guardian, quotidiano in prima fila nella battaglia sul fossil fuel divestment.

“In un contesto di estremi climatici ed eventi meteorologici da record, il capitale continua a riversarsi nell’esplorazione e nella futura estrazione di energia sporca. Questi investimenti sono una scommessa in un futuro in cui vaste riserve di carbonio potranno essere sfruttate, una scommessa contro il benessere pubblico”, continuano i due economisti.

Nella lettera, Piketty e Jackson citano la crescita del movimento globale per il disinvestimento dalle fossili, che è arrivato a coinvolgere 400 istituzioni e 2000 individui, spostando capitali per 2.600 miliardi di dollari.

È solo l’ultima presa di posizione di economisti famosi contro gli investimenti in petrolio, carbone e gas: negli ultimi mesi abbiamo sentito pronunciarsi a favore del fossil fuel divestment il premio Nobel Joseph Stiglitz e moniti sono arrivati dalla Banca Mondiale (che a dire il vero predica bene ma razzola male), dalla Banca d’Inghilterra, da voci importanti del mondo della finanza come HSBC, Goldman Sachs e Standard and Poor’s oltre che – last but not least – dall’Onu.

A convincere altri investitori a ‘scaricare’ le fossili potrebbero essere la ricerca di Corporate Knights e i risultati degli indici di MSCI che anticipavamo.

L’All Country World Index ex fossil fuels di MSCI, indice azionario globale, dal quale vengono escluse 124 società del carbone e del petrolio, a fine ottobre 2015, un anno dopo la sua creazione, ha fatto registrare un rendimento annuale del 6,5% contro il 4,1%, dell’ACWI ordinario, l’indice globale che include anche le fonti fossili, cioè quasi il 60% più alto (grafico sotto e allegato in basso).

L’analisi di Carbon Knights (lin in basso), invece, ha monitorato le performance di 14 grandi fondi di investimento, confrontando i loro risultati attuali con quelli che avrebbero avuto se, a partire da ottobre 2012, avessero escluso dal loro portafoglio le azioni delle 100 compagnie più grandi dell’oil & gas, delle 100 più importanti del carbone e delle compagnie elettriche che contano sul carbone per oltre il 30% della produzione e avessero sostituito queste azioni con partecipazioni in aziende “verdi” già presenti nel portafoglio dei fondi stessi.

Quindi, i 14 fondi, disinvestendo, non solo non ci avrebbero perso, ma, anzi, avrebbero guadagnato nel complesso 23 miliardi di dollari. Ad esempio la Bill and Melinda Gates Foundation avrebbe ora 1,9 miliardi di dollari in più, Wellcome Trust ci avrebbe guadagnato 353 milioni di $, il fondo pensione danese ABP avrebbe 9 miliardi in più, mentre il canadese OMERS avrebbe guadagnato 7 miliardi.

Questi segnali non hanno solo carattere economico-finanziario, ma avrebbero forti impatti geopolitici, rallentando la pressione sulle riserve di idrocarburi, uno delle chiavi di lettura della crisi del Medio Oriente, che dopo gli attentati di Parigi ora stiamo toccando sempre più da vicino.

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