La Cina accelera ancora sul fotovoltaico

Innalzato di ulteriori 50 GW l'obiettivo 2020: si punta così a 150 GW di potenza cumulata: se ne installaranno circa 20 all'anno nei prossimi cinque. La Cina sta puntando forte sulle energie rinnovabili per ridurre la sua carbon intensity e mantenere (o superare?) gli impegni presentati per la Cop21 di Parigi.

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Ennesimo rilancio al rialzo sul fotovoltaico da parte della Cina. Il gigante asiatico da qui al 2020 vuole installare 20 GW all’anno. Obiettivo: arrivare tra 5 anni a quota 150 GW, partendo dai 35,8 GW di potenza cumulata di fine giugno, dei quali 7,7 GW operativi già solo nella prima metà del 2015.

È il secondo annuncio che Pechino fa questo mese sui target per il solare: la settimana scorsa aveva riaggiustato l’obiettivo sulla nuova potenza annuale per il 2015 portandolo a 23,1 GW, cioè oltre il triplo della nuova potenza connessa nel primo semestre. Ma il gigante asiatico da tempo ci ha abituato alle sue continue revisioni dei target, che crescono di mese in mese. 

Solo un paio di mesi fa, a luglio, nel suo INDC – cioè Intended Nationally Determined Contribution, il piano di contrasto ai cambiamenti climatici che ogni Paese deve sottoporre alle Nazioni Unite in vista della Cop 21 di dicembre a Parigi – la Cina presentava un obiettivo al 2020 di 50 GW inferiore: 100 GW anziché 150 come da ultimo annuncio.

Come già previsto nella storica dichiarazione congiunta con gli Stati Uniti dello scorso autunno, la superpotenza entro il 2030 vuole arrivare al 20% di energia da fonti “non-fossili”, leggasi rinnovabili e nucleare, sul totale dei consumi di energia primaria ed entro lo stesso anno inizierà a ridurre le emissioni, dopo aver ridotto l’intensità di carbonio (rapporto tra emissioni e Pil) del 60-65% rispetto ai livelli del 2005.

Visto anche l’ultima accelerazione sul FV Pechino potrebbe benissimo superare di misura gli obiettivi annunciati nel piano NRDC. La Cina infatti da qualche anno sta accelerando decisamente sulla decarbonizzazione, anche per gli enormi danni sanitari e ambientali che l’inquinamento atmosferico le sta causando, soprattutto per il carbone, e che pesano per quasi il 12% del Pil.

I risultati si stanno già vedendo: ad esempio per la prima volta in questo secolo il consumo di carbone cinese – che dal 2000 al 2010 è cresciuto di circa il 10% l’anno – nel 2014 è calato del 2,9% e il trend discendente sta proseguendo in accelerazione nel 2015.

Sempre nel 2014, la Cina ha ridotto la sua intensità energetica – il rapporto tra consumi e prodotto interno lordo – del 4,8%, quasi un punto percentuale di più dell’obiettivo che si era data. E ha fatto ancora meglio riguardo alla carbon intensity – il rapporto tra emissioni di CO2 e Pil – tagliandola del 6% (si veda il report PwC di cui abbiamo parlato ieri).

Certo, il colosso asiatico, dipendente dal carbone per circa l’80% del suo fabbisogno elettrico e per circa il 70% del fabbisogno energetico totale, resta in fondo alla classifica in quanto a intensità di carbonio, ma dal 2005 l’ha ridotta del 34% e, a suon di rinnovabili (e nucleare), l’obiettivo di tagliarla di altri 30 punti percentuali in 15 anni appare pienamente raggiungibile.

Anche per questo un recente report del Grantham Instute stima che le emissioni cinesi inizieranno a calare già prima del 2025 in tutti i settori. Visto che la Cina contribuisce per circa il 30% delle emissioni mondiali, questo renderebbe “più probabile” centrare a livello mondiale l’obiettivo di mantenere il riscaldamento globale entro la soglia critica dei 2 °C in più rispetto ai livelli preindustriali.

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