Citigroup denuncia lo “sporco segreto” finanziario dello shale

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In un report il gruppo bancario traccia un quadro poco tranquillizzante del legame tra finanza e industria del gas e del petrolio da scisti. I pozzi da sempre lavorano in perdita e dipendono dall'iniezione continua di capitali, ma il crollo del prezzi del barile sta rendendo la situazione sempre più insostenibile.

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Quella che molti hanno definito una rivoluzione energetica capace di portare abbondanza nel settore oil & gas statunitense è in realtà un gigante dai piedi d’argilla. Su queste pagine abbiamo parlato spesso del rischio di una possibile bolla dell’industria nordamericana dello shale gas e dello shale oil. Ora un allarme sulla situazione finanziaria del comparto arriva da un report di Citigroup  che parla di un “segreto sporco dello shale” (che poi tanto segreto non è): questi pozzi da sempre lavorano in perdita e dipendono dall’iniezione continua di capitali.

Il problema è che con il barile attualmente a prezzi stracciati (oggi il WTI è sui 45 $/barile, contro i 110 dei picchi del 2013) i nodi iniziano ad arrivare al pettine: gli economics sono sempre più insostenibili e il rischio scaricato sugli investitori sempre più alto, cosa che porterà ad un aumento dei costi dei capitali, spingendo fuori mercato molte aziende degli idrocarburi da scisti e imponendo alle altre di tagliare al massimo i costi, magari a scapito dell’occupazione e della sicurezza ambientale.

Un’industria capital intensive e cash-flow costantemente negativi

Per dare un’idea di quanto sia costosa la produzione da shale, si pensi che, secondo un’analisi del Post Carbon Institute, a causa del rapido decadimento della produttività dei pozzi per mantenere un output costante dal 30 al 50% della produzione di gas da scisti deve essere rimpiazzata ogni anno con nuovi pozzi. Per mantenere il livello si devono cioè trivellare 7.200 nuovi pozzi l’anno con investimenti ben superiori alle entrate.

Oltre la metà delle 135 aziende osservate da Citigroup nella sua analisi stanno lavorando in perdita, tutti i 50 produttori più grandi hanno avuto costantemente flussi di cassa negativi e nel 2015, con i bassi prezzi del barile, le cose stanno andando ancora peggio, con un gap sempre più ampio da colmare in termini di finanziamenti. Secondo gli analisti, gli Usa potrebbero perdere circa 5 milioni di barili al giorno di produzione entro la fine dell’anno.

Come si è arrivati a questo punto? Fin dall’inizio, finanza e industria dello shale gas hanno avuto una relazione molto stretta: la seconda aveva bisogno di grandissimi capitali, ma era anche un settore innovativo, i prezzi del petrolio erano sufficientemente alti per cui Wall Street ha continuato riversare investimenti nonostante i cash-flow negativi.

Gli analisti economici e le banche d’investimento negli anni passati sono stati tra i più accesi sostenitori di questa fonte e questo probabilmente perché le operazioni legate agli asset shale sono diventate uno delle più grandi centro di profitto per diverse banche d’investimento. Questo è avvenuto nonostante i pozzi in questo periodo non abbiano mantenuto le promesse in termini di resa: gli operatori negli anni scorsi, riporta il Post Carbon Institute, hanno sovrastimato le riserve di shale gas e shale oil dal 100 al 500% rispetto alla produzione effettivamente registrata.

E qui veniamo al presente, raccontato dal report Citigroup. Dopo anni in cui si è versato denaro su denaro per trivellare, il mondo della finanza si aspettava che l’industria dello shale cominciasse finalmente ad operare in positivo dal 2015, una speranza spazzata via dal crollo del prezzo del barile. Ora la sostenibilità economica di questi investimenti è messa fortemente in dubbio.

La catena dei rischi

In questi anni l’industria dello shale ha scaricato il rischio sulla finanza, che ha sua volta lo ha redistribuito e reso gestibile creando contratti derivati (una sorta di polizze assicurative) per proteggersi dalle fluttuazioni del costo di vendita dei combustibili, ma anche scaricandolo su piccoli investitori ignari. Adesso ci si inizia a preoccupare: secondo alcuni analisti c’è il rischio di buco 1.100 miliardi di dollari complessivi, tanto che la lobby della finanza si sta muovendo per far sì che eventuali perdite possano essere in parte socializzate.

In questa atmosfera gli investimenti in shale non sono affatto cessati, anzi hanno avuto un aumento a primavera scorsa, ma sono guardati con maggiore sospetto (ad esempio hanno attirato l’attenzione dello Shared National Credit Program, il programma di controllo della Federl Reserve sui grossi investimenti) e il mondo della finanza è ben conscio del rischio aumentato dal barile che non accenna a risalire. Quel che succederà, secondo Citigroup, è che la finanza continuerà a investire, anche se meno in questa industria in perdita, ma pretenderà ritorni più alti per compensare il rischio aumentato.

Per lo shale sarà ancora più difficile

Gli analisti prevedono che il costo del capitale medio per i progetti di shale passi dal circa 7% attuale al 15%: questo alzerebbe di 5-10 dollari il break-even dei vari produttori rispetto al prezzo del petrolio (vedi grafico sotto), ad esempio se al momento un produttore può andare a pari vendendo a 50 $ al barile, con un costo del capitale del 15% ci rimetterà anche con prezzi del barile di 55-60 $.

Risultato di tutto ciò, secondo Citigroup, sarà un pesante consolidamento del settore: molti non ce la faranno, altri una volta finito il processo saranno più forti, ma tutti comunque dovranno tagliare i costi operativi, cosa che potrebbe avere conseguenze sia dal punto di vista sociale che ambientale.

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