L’olio di balena, la petroliera e l’iceberg dell’efficienza energetica

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Il picco che l'industria del petrolio deve temere è quello dei consumi, che secondo Amory Lovins potrebbe essere raggiunto già in questo decennio. Il grande nemico di Big Oil, più che i prezzi bassi, è una domanda strutturalmente destinata a calare, grazie all'efficienza energetica e alle nuove tecnologie.

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Come l’olio di balena negli anni ’50 dell’Ottocento, il petrolio sta diventando non competitivo anche a prezzi bassi, prima di diventare indisponibile anche a prezzi elevati”. La ‘profezia’ arriva da Amory Lovins, direttore del Rocky Mountain Institute e guru della green-economy, con alle spalle 42 anni di esperienza come advisor di grandi compagnie petrolifere.

In un’interessante analisi pubblicata qualche giorno fa su Medium, Lovins spiega perché nel settore petrolifero al momento non si possano che fare pessimi affari e si dice preoccupato per come molti dirigenti delle grandi dell’oil & gas “non si rendano ancora conto di come il panorama competitivo sta cambiando molto più in fretta di quello che la loro cultura può comprendere o gestire”.

Nell’analisi si ricordano i punti deboli dell’industria del petrolio, tra i principali la necessità di capitali enormi per sfruttare nuove riserve; i rischi tecnologici e politici altissimi; il quasi monopolio delle compagnie nazionali; la dipendenza da sussidi pubblici; la volatilità dei prezzi; e, infine, la scarsa popolarità di aziende che potrebbero essere duramente colpite dalle politiche contro il cambiamento climatico.

Il più grande nemico dell’industria del petrolio però – è la tesi – non sono tanto i prezzi bassi, quanto una domanda strutturalmente destinata a calare grazie all’efficienza energetica e alle nuove tecnologie. Il picco del petrolio di cui Big Oil deve preoccuparsi non è tanto quello della produzione, dovuto al fatto che le riserve sono limitate e costose da estrarre, quanto quello dei consumi, che secondo Lovins potrebbe essere toccato a livello mondiale già in questo decennio, cioè diverse decine di anni prima di quel che prevede l’industria.

“Tra qualche decennio le riserve che non si potranno estrarre per motivi climatici potrebbero essere molto minori di quelle che non si potranno vendere per motivi economici: le compagnie petrolifere sono più esposte al rischio economico che a quello delle politiche per il clima. La grande petroliera dell’offerta si può schiantare contro l’iceberg dell’efficienza energetica e affondare senza nemmeno rendersi conto di che cosa ha colpito”,  si ammonisce.

“Se i loro costosi progetti di estrazione dalle acque profonde dell’Artico vanno a gambe all’aria con il barile sotto ai 90 $ e il loro intero business traballa a 50 $ al barile, come competeranno con i 25 $ che costa risparmiare la stessa quantità di energia liberando il sistema dei trasporti Usa dal petrolio o con i 18 $ che costa un barile risparmiato costruendo auto più efficienti?”

E in quanto a previsioni sull’efficienza energetica il fondatore del RMI ha dimostrato di vederci lontano: nel 1975 quando il governo Usa e tutta l’industria dava per scontato che l’intensità energetica sarebbe sempre rimasta costante, Lovins prevedeva che il rapporto tra Pil e consumi sarebbe sceso del 72% in 50 anni; per ora sono passati 39 anni e l’intensità energetica è scesa del 54%.

Quattro anni fa uno studio del RMI prevedeva che entro il 2050 gli Usa potessero – con le tecnologie esistenti – avere un Pil di 2,6 volte più grande, liberandosi completamente da petrolio, carbone e nucleare. “Ora questo nostro scenario ci sembra conservativo”, commenta Lovins e cita le varie tendenze che porteranno ad avere sempre meno bisogno di petrolio: la diffusione di auto più efficienti grazie a tecnologie come la fibra di carbonio per la carrozzeria e la trazione elettrica; la rivoluzione in atto nel mondo della mobilità che porterà a guidare sempre meno, e che passa atraverso la condivisione, le auto senza pilota, etc.

“I dirigenti delle compagnie petrolifere – avverte – in genere pensano che ci vorrà almeno mezzo secolo per rimpiazzare le imponenti infrastrutture del petrolio. Dimenticano che il ritmo delle trasformazioni non è dettato dagli incumbent, ma dai nuovi entranti, che potrebbero non avere bisogno di quelle stesse infrastrutture energetiche (si pensi alle auto elettriche) e non si fanno influenzare – fisicamente o psicologicamente – dai vecchi business model e dagli asset ereditati”.

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