Il piano Obama sul clima e il poco coraggio dell’Europa

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Gli Usa con il nuovo piano danno un colpo di acceleratore e non meno attiva è la Cina, che il 30 giugno ha confermato, nella proposta inviata alle Nazioni Unite, di voler raggiungere un picco delle emissioni di CO2 prima del 2030. Nell'impegno sul clima le due superpotenze hanno sottratto la leadership all'Europa? L'analisi di Gianni Silvestrini.

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La mossa di Obama con il lancio del “Clean Power Plan” segue il successo ottenuto con la sigla di un accordo sulle emissioni con la Cina e rafforza così la possibilità di raggiungere un buon risultato alla COP21 di dicembre a Parigi. Non solo, ma inserisce di forza la discussione sul riscaldamento globale nella campagna elettorale per la prossima presidenza.  I più importanti supporter dei democratici e dei repubblicani hanno infatti già deciso di orientare le donazioni in relazione alle posizioni sulla questione climatica.

Quali sono i punti salienti della proposta di Obama?  L’obiettivo più incisivo riguarda il comparto elettrico che dovrà ridurre del 32% le emissioni di CO2 al 2030 rispetto al 2005.  Nella bozza circolata lo scorso anno la riduzione prevista era del 30%, ma gli oltre 4 milioni di commenti ricevuti hanno convinto la casa Bianca ad alzare il target.  E’ la prima volta che il settore elettrico deve confrontarsi con un limite sulla CO2 e, se l’iter legislativo supererà tutti gli ostacoli, il numero di centrali a carbone destinate a chiudere entro il 2040 raddoppierà, accelerando una transizione che ha portato la quota di elettricità da carbone dal 49% del 2007 all’attuale 34%.

Anche per le rinnovabili c’è stata una sorpresa positiva: l’obiettivo di elettricità verde al 2030 è stato infatti portato dal 22% al 28%. Oltre che dal mondo ambientalista, un significativo supporto alla proposta è venuto dai settori industriali più dinamici.  Un gruppo di 365 importanti imprese, da Adidas a eBay, da Schneider a Unilever, ha immediatamente scritto una lettera ai governatori dei vari Stati in appoggio ad Obama. Mindy Lubber presidente del Ceres, la rete di investitori che ha coordinato l’iniziativa, ha dichiarato: “Il Piano per l’energia pulita è la misura giusta al momento giusto; rappresenta il percorso più pratico ed economico per avviare gli Usa verso un futuro a basso tenore di carbonio”.

Se dunque gli Usa danno un colpo di acceleratore, non meno attiva è la Cina, che il 30 giugno ha confermato, nella proposta inviata alle Nazioni Unite, di voler raggiungere un picco delle emissioni di anidride carbonica al massimo entro il 2030 e di puntare per quella data a soddisfare con le rinnovabili un quinto dell’energia primaria.  Parliamo di investimenti giganteschi, perché si tratta di installare oltre 800.000 MW verdi in 15 anni, più dell’intera potenza di centrali a carbone in funzione oggi in Cina.

Diversi segnali fanno peraltro pensare che questi obiettivi verranno superati. Lo scorso anno il consumo di carbone è calato del 3%, una tendenza confermata in questo primo semestre, con un’ulteriore riduzione del 6%. Secondo diversi analisti il continuo rilancio sul fronte delle rinnovabili con obiettivi sempre più ambiziosi, l’avvio di seri programmi per aumentare l’efficienza energetica di edifici e industrie e la chiusura di diverse centrali presso le grandi città a causa dell’inquinamento potrebbe consentire alla Cina di anticipare il raggiungimento del picco delle emissioni.

E la vecchia Europa, che aveva fatto da traino per la firma del Protocollo di Kyoto nel 1997? Francamente la UE pare oggi  debole e poco presente a livello internazionale. Certo l’obiettivo di ridurre del 40% le emissioni climalteranti al 2030 è incisivo, ma gli impegni sulle rinnovabili, 27% dei consumi finali, e sull’efficienza, 27%, sono al momento piuttosto modesti. Nella staffetta climatica il testimone passerà dall’Europa agli Usa o alla Cina che hanno capito che la trasformazione energetica attiverà milioni di posti di lavoro e favorirà le loro imprese nella competizione internazionale.

(Questo editoriale del nostro direttore scientifico Gianni Silvestrini è stato pubblicato anche su L’Unità di oggi)

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