Investimenti fossili a rischio: per gli Stati un “problema esistenziale”

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La probabile adozione di politiche più incisive contro i cambiamenti climatici aumenta il rischio che le riserve di petrolio, carbone e gas diventino stranded asset, cioè beni impossibili da valorizzare. Un rischio che diventa particolarmente serio per gli Stati nazionali che controllano il 60% della produzione mondiale di petrolio, avverte Chatham House in un recente report.

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Volatilità dei prezzi, necessità di adattarsi al nuovo ambiente finanziario e, soprattutto, la minaccia delle politiche sul clima, che rischiano di trasformare le riserve di petrolio, carbone e gas in stranded asset, cioè asset impossibili da valorizzare. Sono questi i tre fattori che stanno rendendo sempre più rischiosi gli investimenti in fossili, secondo un nuovo report di Chatham House (vedi allegato in basso). Un rischio, si avverte, che può avere ricadute oltre che per la grande massa di investitori che hanno i loro soldi impegnati in asset fossili, anche per gli Stati che controllano il 60% della produzione mondiale di petrolio.

L’analisi inizia dalla questione prezzi, che sono crollati nella seconda metà del 2014. “Non c’è consenso sull’andamento dei prezzi: se siano destinati a rimanere sui 64 $ a barile per il WTI e 65 $/b per il Brent. Senza il ruolo equilibratore dell’Arabia Saudita, abbandonato nel 2014, i prezzi saranno probabilmente volatili nel medio periodo, richiedendo alle compagnie più resilienza finanziaria”. C’è uno scollamento tra gli investimenti fatti prima del crollo dei prezzi e la situazione attuale, che vede, tra le altre cose, una domanda cinese più bassa del previsto. Per Chatham House, inoltre, lo shale statunitense ha il potenziale di annullare ogni possibile rimbalzo che si potrà avere dopo i tagli degli investimenti che sono stati fatti ultimamente.

C’è poi la questione finanziaria: anche ai tempi dei prezzi alti, nonostante il periodo di grande liquidità, parte dell’industria oil&gas faceva fatica a reperire le risorse da investire. Ora è ancora più difficile.

Ma a pesare di più è l’incognita di quali politiche verranno messe in campo per tagliare le emissioni. Se gli Stati adotteranno misure forti, quelle necessarie ad avere almeno il 50% di probabilità di fermare il global warming entro i 2 °C dai livelli preindustriali – si legge nel report – “una porzione significativa delle riserve provate e probabili di petrolio, gas e carbone dovranno restare sotto terra”. Se invece l’azione di contrasto ai cambiamenti climatici continuerà ad essere blanda si dovranno e si protranno fare nuovi investimenti in oil&gas.

“Sul lungo termine – si legge nel report – l’adozione di politiche globali e stringenti contro il cambiamento climatico avrà un impatto sulla domanda e metterà a rischio non solo gli investimenti in petrolio e altre fossili, ma anche quelli in centrali elettriche, fabbriche di auto con elevati consumi, edifici energeticamente inefficienti e via così. Gli economics di questi investimenti resteranno incerti fino a che non si chiariranno scopi e portata delle politiche per il clima. Anche se dalla COP 21 che si terrà a Parigi a dicembre non dovessero uscire misure incisive, i negoziati creano comunque una spinta per politiche che deprimeranno la domanda globale di combustibili fossili. Gli impegni di politici di Cina e Usa saranno fattori centrali.”

Per questo, scrivono gli analisti, grandi quantità di riserve fossili “sono in un limbo”. Come può prepararsi l’industria delle fossili? Per le compagnie private, che hanno risorse per 10-20 anni, l’adattamento sarà meno difficile: “queste aziende – si legge nel report – avranno tempo per monetizzare quelle riserve, ridurre gli investimenti e aumentare i dividendi”. Dividendi che sono “i canali per spostare risorse alle fossili ad altri investimenti, tra i quali rinnovabili ed efficienza energetica”.

Più preoccupante invece è la situazione dei singoli Stati. Questi, come detto, controllano direttamente o indirettamente il 60% della produzione mondiale di petrolio e – come si vede dal grafico – hanno riserve di fonti fossili che potrebbero durare per molti più anni rispetto alle società private. Il problema viene per questo definito da Chatham House “esistenziale”.

Il report Chatman Houe, “Oil and Gas Mismatches: Finance, Investment and Climate Policy” (pdf)

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