Una volta tanto una buona notizia nella lotta al global warming. Il maggior emettitore mondiale di gas serra, la Cina, potrebbe riuscire a ridurre le proprie emissioni molto prima del previsto: già da prima del 2025, anziché dal 2030. A dirlo è un nuovo report del Grantam Institute della London School of Economics, firmato da Lord Nicholas Stern, probabilmente l’economista più famoso tra quelli specializzati nei temi del cambiamento climatico.

Per capire l’importanza di questa previsione si ricordi che le emissioni cinesi, cresciute vertiginosamente nell’ultimo decennio, pesano per circa il 30% del totale mondiale e che senza il contributo cinese il tentativo di fermare il riscaldamento globale entro la soglia dei 2 °C sarebbe con ogni probabilità destinato a fallire.

Pechino questo autunno ha firmato una storica dichiarazione congiunta con gli Usa, con la quale si impegna, tra le altre cose, a fermare la crescita delle emissioni entro il 2030. Un obiettivo notevole: ridurre le emissioni, aumentate di oltre il 5% l’anno negli ultimi anni, non sarà facile se si pensa alla crescita economica che il Paese ha vissuto in questi anni (il PIL cinese nel 2014 è cresciuto del 7,4%) e al fatto che la superpotenza conta ancora sul carbone per circa l’80% del suo fabbisogno elettrico e per circa il 70% del fabbisogno energetico totale.

La Cina tuttavia da qualche anno sta accelerando decisamente sulla decarbonizzazione, anche per gli enormi danni sanitari e ambientali che l’inquinamento atmosferico le sta causando, e che pesano per quasi il 12% del Pil.

Il nuovo modello di sviluppo che Pechino sta perseguendo, si spiega nel report, “si fonda su cambiamenti strutturali che permettono di avere una crescita economica ancora forte, seppur più contenuta (attorno al 7% per i prossimi 5 anni) e con una migliore qualità in termini di distribuzione sociale e impatto sull’ambiente. Questo nuovo modello ha i suoi punti di forza nello spostamento della crescita dagli investimenti dall’industria pesante a quelli sui consumi domestici e sui servizi”.

I risultati delle politiche cinesi, d’altra parte, si stanno già vedendo. Ad esempio per la prima volta in questo secolo il consumo di carbone cinese – che dal 2000 al 2010 è cresciuto di circa il 10% l’anno – nel 2014 è calato del 2,9% e il trend discendente sta proseguendo in accelerazione nel 2015.

Sempre nel 2014, la Cina ha ridotto la sua intensità energetica, ossia il rapporto tra consumi di energia e PIL, del 4,8%, quasi un punto percentuale di più dell’obiettivo che si era data. L’anno scorso poi nel gigante asiatico è cresciuta molto la generazione da fonti rinnovabili e i prossimi sviluppi saranno molto importanti: attualmente Pechino punta a realizzare 70 GW di potenza fotovoltaica entro il 2017, 150 GW da eolico, 11 GW da biomasse e 330 GW da idroelettrico.

Anche per questo motivo, Stern e il coautore Fergus Green stimano che le emissioni cinesi inizieranno a calare già prima del 2025 in tutti i settori, e per quell’anno saranno arrivate,  a livello complessivo,  a 12,5-14 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente (vedi tabella).

Questo renderebbe “più probabile” centrare a livello mondiale l’obiettivo di mantenere il riscaldamento globale entro la soglia critica dei 2 °C in più rispetto ai livelli preindustriali. Un obiettivo per il raggiungimento del quale saranno determinanti le politiche energetiche che la Cina metterà in campo dopo il 2025: se il taglio delle emissioni continuerà ad accelerare le possibilità di farcela aumenteranno.

Il report (pdf)