Il nostro sistema energetico sta vivendo una trasformazione profonda che porterà al progressivo abbandono delle fossili a favore delle fonti rinnovabili. Su questo ci sono pochi dubbi. Più difficile è invece prevedere quanto tempo dovrà passare prima che le fonti convenzionali diventino marginali.

In un recente articolo uscito su Scientific American, Vaclav Smil, ricercatore della University of Manitoba, fa notare che le transizioni dalla legna al carbone e dal carbone al petrolio hanno richiesto mezzo secolo ciascuna e che ci si può aspettare che anche il cambiamento in atto richieda gli stessi tempi. Una transizione veloce e travolgente alle rinnovabili per Smil è “wishful thinking”.

Veramente si può pensare che la rivoluzione tecnologica in atto richieda gli stessi tempi di quelle del passato? Una risposta negativa all’articolo di Smil arriva da un post di Michael Klare su Tomdispatch, professore che si occupa di storia dell’energia all’Hampshire College, convinto che la trasformazione del sistema energetico in atto sarà molto più rapida.

L’analisi di Smil, osserva Klare, si basa su due assunti: che ci sia un contesto business-as-usual, nel quale le decisioni di investimento vengano fatte con la stessa logica basata sul profitto usata in passato, e che le rinnovabili restino meno competitive rispetto alle fossili ancora per decenni. Perché questi due assunti siano sbagliati, Klare lo spiega elencando quattro tendenze in atto che combinate accelereranno sensibilmente la diffusione delle rinnovabili.

Primo tra i fattori citati è quello politico: anche se probabilmente non si farà abbastanza per fermare il riscaldamento globale entro la soglia critica dei 2 °C, l’impegno verso la riduzione delle emissioni si sta intensificando. A tal proposito Klare ricorda gli impegni che i vari Stati si stanno preparando a presentare alla prossima conferenza della Parti, a Parigi. Si tratta di obiettivi inconcepibili solo pochi anni fa.

Secondo acceleratore della transizione è quanto sta avvenendo in Cina. Come sappiamo, in una storica dichiarazione congiunta con gli Usa, la superpotenza, primo emettitore mondiale, a novembre si è impegnata a fermare la crescita delle sue emissioni entro il 2030 e a portare la quota di rinnovabili nel proprio mix energetico al 20%. Entro quell’anno, secondo una stima della Casa Bianca, per raggiungere il target Pechino dovrà mettere in campo 800-1000 GW di potenza low-carbon, più di tutte le centrali a carbone che esistono in Cina oggi.

La Cina nel 2014 per la prima volta in questo secolo ha diminuito il proprio consumo di carbone del 2,9% e ha ridotto l’intensità energetica, ossia il rapporto tra consumi di energia e Pil, del 4,8%, quasi un punto percentuale di più dell’obiettivo che si era data. Contemporaneamente gli investimenti in rinnovabili sono saliti del 33% per arrivare a 83,3 miliardi di dollari. Quanto la superpotenza si stia impegnando nelle rinnovabili lo mostrano gli oltre 10 GW di fotovoltaico installati l’anno scorso, che hanno portato il totale a 28 GW. E soprattutto il fatto che l’obiettivo 2015 sia stato per l’ennesima volta rivisto al rialzo, portandolo da 15 GW a 17,8 GW di installato annuale.

Terzo fattore che per Klare renderà più rapida la transizione è che anche nei Paesi in via di sviluppo, che in molti credevano avrebbero contribuito in futuro a mantenere alta la domanda di combustibili fossili, si sta puntando sempre di più sulle rinnovabili. Secondo l’ultimo Global Trends in Renewable Energy Investment 2015, realizzato da Bloomberg per l’Unep nel 2014, nei Pvs, Cina esclusa, si sono investiti 30 miliardi di dollari in rinnovabili con significativi aumenti anno su anno in grandi paesi come Brasile, India e Sudafrica.

Le rinnovabili, aggiungiamo noi, si stanno rivelando la soluzione più pratica, economica e rapida da implementare per portare l’elettricità dove non c’è. Inoltre già dal 2013 la nuova potenza elettrica installata annualmente da rinnovabili è più alta di quella da fonti convenzionali non solo a livello mondiale ma anche nei Paesi non Ocse.

Quarto ingrediente citato da Klare che porterà ad una crescita delle fonti pulite molto più rapida è il calo dei prezzi. Ad esempio, ricorda che i moduli fotovoltaici oggi costano il 75% in meno che nel 2009. Sappiamo che le centrali FV utility scale in alcune situazioni particolari (come in Cile o negli Emirati Arabi) sono già competitive rispetto alla generazione da fonti fossili e nel giro di 10 anni, prevede il Fraunhofer Institut, costeranno meno di gas, carbone e nucleare anche in Europa.

Insomma, la strada verso l’energia pulita non solo è segnata, ma sempre più in discesa, e che sia probabile che la transizione energetica in atto abbia tempi più rapidi rispetto alle precedenti fasi di passaggio da una fonte all’altra.