Difficile non pensarci quando il suono delle scarpe rimbalza dall’asfalto, nel costante cambiamento del nostro paesaggio. Le pennellate piene di vita della centrale di Montalto di Castro sono anche l’umiltà e la forza dell’autore di questo dipinto qua sotto. Paolo Picozza, pittore romano, ci ha abbandonato al nostro destino di convivenza con questo ospite necessario, ma sgradito, il petrolio (Montalto d’ombra, 2008 -bitume e smalto su tela, cm. 64×200 – Paolo Picozza, collezione NE Nomisma Energia).

Sarà per il suo elevato potere calorifico, ma il dibattito che lo circonda è sempre acceso, sia quando i prezzi del greggio schizzano sia quando, come nell’ultimo mese, crollano, lasciando stupiti industria e finanza. Chiediamo a Davide Tabarelli, fondatore e presidente di Nomisma Energia, se questo crollo fosse in qualche modo prevedibile.

“Vede, chi fa le previsioni sa che prima o poi ci si prende, il problema è in che momento. Da quando il prezzo è salito sopra i 50 dollari nel 2005, siamo sempre stati ribassisti, ma per 9 anni non ci abbiamo preso. Anche negli ultimi mesi eravamo fra gli analisti con le previsioni più basse, ma da 110 dollari davamo uno scenario a 98. Dare valori a 60 era folle”.

Quanta influenza hanno avuto le energie rinnovabili o la rivoluzione energetica americana del fracking nel determinare un eccesso di offerta?

Quanto sta accadendo negli Stati Uniti è qualcosa di epocale, una corsa all’oro, questa volta nero. La produzione di petrolio in quattro anni è salita di 3 milioni barili/giorno, la produzione di un paese come l’Iraq. Per le rinnovabili, il discorso è più complesso, in quanto queste servono prima di tutto per fare elettricità e il petrolio nell’elettricità non c’è da tempo. I suoi derivati sono ormai interamente usati per il trasporto dove non conoscono rivali. Caso a parte è quello dei biocarburanti, ottenuti da prodotti vegetali, dalla parte più nobile della pianta, il frutto o il seme, da cui si fanno zuccheri o oli. A livello globale la produzione di biocarburanti ha raggiunto 2,2 milioni barili giorno, quasi la produzione di greggio del Venezuela; il problema è che sono alimenti e, come diceva Fidel Castro, finché sulla terra c’è un solo uomo che muore di fame, allora è ingiusto mettere del cibo nei serbatoi.

Non pensa che il rifiuto dell’Arabia Saudita di ridurre la produzione di petrolio sia una prova di forza? E se così fosse, per quanto potrà permetterselo? Il New York Times paventa che per i sauditi ridurre la produzione per aumentare i prezzi sarebbe come incentivare i competitors, le compagnie negli Stati Uniti che stanno estraendo petrolio tramite fracking e che sono i principali responsabili dell’aumento dell’offerta. È evidente che a 50$ loro non ce la fanno …

Sì, l’Arabia Saudita vuole dominare, non tanto far vedere che è forte. Lo è e non ha bisogno di dimostrarlo. In termini economici se lo può permettere benissimo; è uno dei paesi più ricchi del Golfo Persico e ha riserve per quasi 100 anni, durata che impone alti ritmi di produzione. Non credo che i sauditi mirino tanto al fracking. Sul fatto che sotto i 50 dollari possa arrestarsi la produzione USA non ne sono sicuro.

Cosa cambierà in Europa e in Italia per i consumatori finali in termini di tariffe, bollette, costi della benzina e per quanto tempo, visti gli oneri derivanti dalle tasse che paghiamo su questi beni?

È una manna dal cielo. Come il popolo nel deserto, anche i consumatori in Europa, e in particolare in Italia, sono affamati di buone notizie e di soldi per poter spendere e per far ripartire la domanda interna. È vero che le tasse attutiscono il calo. Ma 20 centesimi per litro in meno, su base annua significano circa 8 miliardi di euro. Il problema è che deve durare a lungo, ma su questo non c’è mai certezza.

Ma allora perché Wall Street è preoccupata se i consumatori hanno tanto da spendere?

I finanzieri sono distanti dall’economia reale, questo è il principale problema globale della crisi degli ultimi anni. Sono preoccupati del crollo degli indici che riducono il valore dei loro investimenti, dalle commodity energetiche ai titoli delle azioni delle compagnie petrolifere.

Ma se l’economia della nostra vita di tutti i giorni è quella reale, che nome dà a quella di Wall Street? Sembra a volte di essere nel film Matrix.

È l’economia della finanza, o della carta, dove i giovani brillanti di Harvard possono fare facili fortune. È l’economia degli scambi teorici, delle promesse che vengono ripetute e che, a differenza del nome, non vengono mai finalizzate.

Sembra di assistere a uno sconcerto generale rispetto al fatto che la crescita del fabbisogno di energia rallenta. Condivide questa preoccupazione del futuro in presenza anche di elementi precedentemente auspicati come positivi?

Ha ragione, percepisco pure io questo fastidioso disagio di fronte al rallentamento della domanda. Molti vedono negli alti prezzi l’evidenza della scarsità di risorse e ora sono un po’ delusi; ma stiano tranquilli, prima o poi tornerà a salire.

Ricomincio a camminare per Roma. Questi interrogativi hanno smosso zone di luce e ombra dentro me, ho bisogno di visualizzarle in un quadro di Caravaggio, chissà come sarebbero le sue tele e le sue ombre senza il bitume … anche qui, petrolio.