Il barile a prezzi bassi allontana le rinnovabili dalla grid parity? La domanda ce la poniamo dopo aver letto l’ultima newsletter del GME, che si apre con un editoriale di Alberto Clò sul prezzo del petrolio, che come sappiamo negli ultimi 3 mesi è sceso di oltre 30 $ al barile, spinto da una domanda debole fino sotto agli 80 $, nonostante le tensioni geopolitiche che hanno ridotto sensibilmente l’offerta (vedi grafico).

Nella conclusione dell’articolo, l’economista, dopo aver analizzato i vari fattori che potrebbero portare a un futuro con prezzi del petrolio bassi (si vedano allegati in basso), spiega che una delle conseguenze del barile low-cost “è lo spiazzamento che inevitabilmente ne deriverebbe per lo sviluppo delle risorse rinnovabili, ricacciando indietro quella ‘grid parity’ che si sosteneva essere stata ormai raggiunta”.

È veramente così? No, o meglio, è vero solo in parte. Innanzitutto va ricordato che il petrolio è quasi scomparso dai mix elettrici e che il suo uso è concentrato nei trasporti. In secondo luogo, i casi in cui il barile a basso prezzo fa scendere i costi del kWh da fonti convenzionali sono limitati ad alcuni contesti particolari: dipende dal peso del gas nel mix elettrico e da dove e come si compera quel gas.

L’affermazione può essere sostanzialmente vera per il mercato elettrico italiano – dove la generazione a gas ha un ruolo importante e una quota sostanziale del gas usato nel termoelettrico è indicizzato al prezzo del barile – ma non vale per altri mercati e varrà sempre meno anche da noi.

In un mix elettrico come quello tedesco, dominato dal carbone, ad esempio, gli effetti del barile low-cost sono quasi impercettibili per il mercato elettrico. A livello mondiale poi questi effetti del prezzo del petrolio sul kWh elettrico sono annullati dal diverso modo in cui si compra il gas.

Praticamente solo in Europa il gas si compra (e solo in parte) a prezzi indicizzati a quelli del petrolio e anche qui questa modalità d’acquisto è sempre meno diffusa: hanno sempre più peso i mercati  del gas spot, che a contrario di quanto avviene per il barile, stanno vedendo prezzi in salita.

In America – dove peraltro il prezzo del gas è già da tempo molto più basso per l’effetto shale gas – i prezzi del gas non sono legati a quelli del petrolio e non lo sono nemmeno in Asia.

Insomma, per chi crede nelle rinnovabili non è il caso di spaventarsi: nemmeno un crollo prolungato del prezzo del greggio potrà fermare l’avanzata delle fonti pulite.

D’altra parte le oscillazioni del prezzo del barile, vertiginose se viste da vicino, sembrano quasi piatte se paragonate al crollo dei prezzi di tecnologie come il fotovoltaico, che oggi produce a costi dell’80% inferiori rispetto a soli 5 anni fa.

Lo mostra benissimo il grafico qui sotto che mette a confronto l’evoluzione dei costi di produzione di gas, carbone, petrolio e solare: il FV è quella sorta di fulmine grigio che cade dal cielo dal 2008 in poi; le fossili invece sono le ‘collinette’ che da decenni continuano ad oscillare, si noti (oltre alla gobba corrispondente alle crisi petrolifere degli anni ’70-primi ’80) il rialzo avvenuto negli ultimi 10 anni per tutte le fossili, escluso il gas americano dell’Henry Hub, spinto in basso dalla “rivoluzione” del fracking, la tecnica che consente di estrarre la materia prima dagli scisti.

(Dati EIA, CIA, World Bank, Bernstein analysis rielaborati da Bloomberg)

 

La sintesi dell’articolo di Clò (pdf)

La newsletter GME con la versione integrale (pdf)