L’8 ottobre scorso a Bruxelles, verso le 10 del mattino, 16 dei 28 membri della Commissione europea (gli altri erano assenti), hanno preso con 10 voti contro cinque e un’astensione una decisione senza precedenti, che resterà probabilmente fra le più controverse della storia comunitaria: l’approvazione di un gigantesco aiuto di Stato, stimato a 20 miliardi di euro, che il governo britannico intende dare alla costruzione di una nuova centrale nucleare a Hinkley Point, nel Somerset (QualEnergia.it, Il nucleare britannico e il via libera al super-incentivo).

Il via libera è stato proposto dal commissario uscente alla Concorrenza, lo spagnolo Joaquin Almunia, con il forte sostegno del presidente della Commissione, José Manuel Barroso. Le Ong ambientaliste, i Verdi europei e i movimenti antinucleari hanno immediatamente denunciato la decisione, mentre il governo austriaco (e forse non sarà il solo) ha già deciso di chiederne l’annullamento alla Corte europea di Giustizia.

Ci vorranno 10 anni per costruire la centrale, per un costo di 24,4 miliardi di sterline (30,958 miliardi di euro, al cambio attuale) solo per l’impianto, e un costo totale (costruzione, costi operativi, trattamento delle scorie e “decommissioning”) stimato di 34 miliardi di sterline (43,138 miliardi di euro, al cambio attuale), di cui la metà, 17 miliardi di sterline (21,569 miliardi di euro) finanziata dai fondi propri di una sussidiaria di Edf e l’altra metà da prestiti. Avrà una capacità di 3,3 GW (il 7,7% della produzione elettrica britannica nel 2023), ripartita su due reattori Epr della francese Areva. La durata di vita della centrale, a partire dal 2023, sarà di 60 anni.

Il governo britannico ha assunto con gli investitori e costruttori della centrale (in particolare la sussidiaria britannica del gruppo Edf francese, Nnbg Generation Company Limited, e un gruppo di investitori cinesi) l’impengno a finanziare il ritorno dell’investimento, garantendo per 35 anni l’acquisto dell’elettricità generata a uno strike price, prezzo stabile predeterminato (pari a 92,50 sterline per MWh in prezzi del 2012), che sarà indicizzato all’inflazione.

L’investimento, insomma, è completamente al riparo dalle variazioni di mercato. Se nei prossimi anni i prezzi dell’energia dovessero scendere, a causa dell’aumento della produzione di energia rinnovabile, o dell’aumento dell’elettricità disponibile a causa della costruzione di nuove interconnessioni con il Continente, o del completamento del mercato unico europeo dell’energia (tre fattori che sono altrettanti obiettivi delle politiche Ue), gli utenti britannici saranno costretti a pagare quello stesso prezzo ancora per decenni.

E non è finita qui: oltre allo strike price, il governo prevede infatti anche due garanzie supplementari per gli investitori, una creditizia e l’altra politica. Da una parte, le obbligazioni che saranno emesse per finanziare il progetto godranno di una garanzia di Stato, saranno cioè un investimento sicuro, praticamente senza rischio; dall’altra, la sussidiaria di Edf che costruirà la centrale sarà protetta dal rischio di qualsiasi modifica legislativa, politica, regolamentare o fiscale (inclusa la tassazione dell’uranio) che dovesse intervenire se, ad esempio, un nuovo governo a Londra cambiasse idea, e volesse ridurre o annullare gli aiuti di Stato o decidesse l’uscita del Paese dal nucleare.

Questo non significa che cambiamenti di leggi e regolamenti non siano possibili, ma che, se ci saranno, daranno titolo a compensazioni milionarie al costruttore della centrale. C’è anche una clausola del contratto fra il governo britannico e il costruttore che prevede espressamente compensazioni in caso di chiusura della centrale per “ragioni politiche”, a causa di “decisioni del Regno Unito, dell’Ue o di autorità competenti internazionali”. La Commissione, interrogata su questa specifica questione, ha risposto di non poter commentare tutte le clausole del contratto, che sono in parte coperte dal segreto commerciale, ma ha anche ricordato che secondo la legislazione Ue e britannica un investitore ha diritto a compensazioni se è privato dei suoi di diritti di proprietà.

In pratica, la Gran Bretagna fornirà al nucleare un sostegno pubblico simile a quello dei regimi di “feed-in tariff” di cui hanno beneficiato finora le fonti rinnovabili grazie alla politica di incentivazione che l’Ue ha deciso nel 2008-2009 col pacchetto clima/energia per il 2020. Con due differenze notevoli. La prima è che gli incentivi per le rinnovabili servono a compensare i costi maggiori di nuove tecnologie che hanno bisogno di tempo per diventare competitive, e sono decrescenti: tendono diminuire man mano che aumenta la domanda, e a scomparire quando si arriva alla “grid parity”, cioè a produrre energia da fonti rinnovabili allo stesso prezzo delle fonti fossili.

Qui, invece, l’incentivo del prezzo garantito al nucleare, di cui la lobby dell’atomo vanta il carattere di tecnologia matura, sicura, e competitiva, continuerà per 35 anni, indipendentemente dagli sviluppi del mercato. La seconda è che la politica d’incentivazione delle rinnovabili è stata decisa democraticamente dall’UE, con votazioni in Consiglio e nell’Europarlamento. Una decisione analoga per promuovere il nucleare non è mai stata presa, e non potrebbe mai essere presa al livello europeo, perché diversi Stati membri si opporrebbero. Finora, diversi tentativi di assimilare il nucleare alle fonti rinnovabili, per potergli applicare lo stesso tipo di sovvenzioni, erano falliti. La nozione di “low carbon energy”, cavallo di Troia per far passare questo disegno, non era mai stata accettata nei testi legislativi dell’Ue.   

Adesso, tuttavia, la Commissione da sola, senza alcun coinvolgimento del Consiglio UE e dell’Europarlamento, ha deciso di cambiare la politica energetica e climatica dell’Unione, assimilando de facto il nucleare alle rinnovabili. Un vero e proprio colpo di mano. Una decisione politica di enorme portata travestita da decisione “tecnica” dell’Antitrust comunitario. Le sole modifiche, non sostanziali, che la Commissione ha imposto alle autorità britanniche per evitare di farla troppo sporca, sono una clausola di ripartizione fra investitori e governo di eventuali profitti superiori al previsto, e un aumento del premio assicurativo che pagheranno i costruttori della centrale per avere la garanzia dello Stato sui bond emessi.

Almunia, per giustificare la decisione della Commissione, ha invocato l’articolo 194 del Trattato UE, che lascia come “competenza esclusiva” agli Stati membri la libertà di scelta del loro mix energetico. “Il Regno Unito ha deciso di promuovere il nucleare e questo fa parte delle sue competenze nazionali”, ha affermato il commissario. In realtà, quell’articolo significa che uno Stato è libero di scegliere di investire in una fonte energetica piuttosto che in un’altra, attraverso una società pubblica e per il pubblico interesse. Qui, invece, viene sovvenzionata una specifica fonte energetica con fondi pubblici per garantire i profitti dei privati che la gestiscono. Dov’è l’interesse pubblico, o meglio “l’interesse comune europeo”  che potrebbe giustificare quella scelta, e che fa parte dei criteri di valutazione della legittimità degli aiuti di Stato? 

La risposta a questa domanda non l’ha data pubblicamente Almunia, ma sta nelle minute confidenziali della riunione della Commissione. Il direttore generale del Servizio giuridico della Commissione, chiamato a sostenere le tesi di Almunia e di Barroso contro i dubbi espressi da diversi commissari, ha affermato che l’aiuto di Stato a Hinkley Point risponde al “perseguimento dell’interesse comune europeo”, poiché “promuovere l’energia nucleare era l’obiettivo del Trattato Euratom, che è tuttora in vigore”. Avete capito bene: la Commissione europea ha preso questa decisione per promuovere il nucleare. E tutto il resto, a questo punto, sono chiacchiere.