I produttori americani che hanno approfittato del boom dello shale oil, il petrolio estratto dagli scisti, non se la stanno passando bene in questi frangenti. A farli preoccupare il calo del prezzo del barile, sceso al minimo degli ultimi 4 anni: anche fino a circa 80 dollari, un livello che inizia ad essere troppo basso per giustificare gli investimenti nelle riserve più costose da estrarre, come shale oil, sabbie bituminose e giacimenti in acque profonde. Nonostante questo, si continua a trivellare, sperando in prezzi più alti, ma di fatto rallentandone la ripresa. Una pratica autodistruttiva?

Quel che sta accadendo sul fronte del petrolio è ben riassunto dall’ultimo Oil Market Report della IEA. L’Agenzia Internazionale dell’Energia, nel rapporto uscito pochi giorni fa, ha tagliato le stime di crescita della domanda per quest’anno di 200mila barili al giorno rispetto alle proiezioni di settembre. Anche nel 2015, avverte l’Agenzia, i consumi saranno più scarsi di quanto inizialmente stimato, soprattutto per quale che riguarda i paesi Ocse. E i prezzi, nel frattempo, spiega il report, continuano a calare anche per via della produzione in aumento, spinta anche dallo shale oil statunitense, che si è riversato sui mercato causando un eccesso di offerta.

Nel dettaglio, la stima IEA della domanda 2014 è stata ridotta a 92,4 milioni di barili al giorno e quella relativa all’anno prossimo è stata tagliata di 300.000 b/g ariverà a 93,5 milioni b/g. Nei Paesi Ocse è arretrata su base tendenziale dello 0,9%, mentre nei ‘non-Ocse’ è cresciuta nel trimestre dell’1,9%: la metà circa della media degli ultimi 5 anni. Sul versante dell’offerta, a settembre la produzione, invece, si è impennata di 910.000 b/g arrivando 93,8 milioni b/g, 2,8 milioni di b/g in più dell’anno scorso.

In questo contesto, come detto, la situazione è critica per chi produce dalle più costose riserve non convenzionali, appunto come shale oil e sabbie bituminose, settori che stanno vivendo brutti momenti, con gli investitori in fuga verso il gas.

Le compagnie attive nello shale oil americano “trivellano ed estraggono tutto in un sol colpo e poi dicono ‘oh mio dio abbiamo causato oversupply sul mercato’”, spiega in un’intervista a Bloomberg il guru del petrolio T. Boone Pickens, presidente di BP Capital. Se i prezzi del barile resteranno sugli 80 dollari per tre mesi “dovranno darsi una regolata”. Secondo Scott Sheffield, Ceo di Pioneer Natural Resources, sugli 80 $ a barile le compagnie finanziariamente più forti continueranno ad estrarre, ma se poi il prezzo dovesse scendere addirittura sotto i 70 sarebbero dolori.

Ci sono possibilità che questo accada? I consumi, secondo l’Agenzia, avrebbero toccato un minimo da cui potrebbero solo riprendersi, mentre per un eventuale rallentamento della produzione mondiale bisognerà attendere il vertice Opec di fine novembre. L’organizzazione dei produttori, d’altra parte, non sembra molto propensa a chiudere i rubinetti: nelle ultime dichiarazioni potenze come Kuwait e Arabia Saudita si dicono disposte ad affrontare un panorama con prezzi sugli 80 dollari anche per qualche anno.

Cosa succederà? In molti sono convinti che ci sarà un rimbalzo dei prezzi: ad esempio Harry Tchilinguirian, direttore di commodity di Bnp, in un’intervista a Bloomberg ipotizza entro fine anno un rimbalzo fino a 95 $/b. “Non è nell’interesse dell’Opec mantenere i prezzi così bassi troppo a lungo”. Anche il direttore commodity di Bank of America, Francisco Blanch, prevede “un rimbalzo ciclico nei prossimi tre mesi”, stimolato dall’aumento della domanda che si verificherà in molti paesi emergenti che “stanno beneficiando di un dollaro e un’economia americana molto forti, oltre che di costi dell’energia in discesa”. Tesi, quella di Blanch, diametralmente opposta a quella dell’analista di Barclays, Miswin Mahesh, per il quale la risalita del petrolio potrà arrivare solo con un intervento dal lato dell’offerta, “con un taglio di almeno 1 milione di b/g”.

Che ci sia o meno una ripresa dei prezzi, comunque, la situazione è interessante perché quanto stanno vivendo i produttori di petrolio da fonti non convenzionali si avvicina per molti aspetti allo scenario della “bolla del carbonio” prospettato da diversi analisti: un calo della domanda e dei prezzi (in quel caso dovuto alle politiche di riduzione delle emissioni) che rischia di far rimanere incagliati gli asset nelle fossili più costose. Allora, investire nelle fonti fossili più inquinanti e costose da estrarre, dando per scontato che l’appetito del mondo continui a crescere, potrebbe essere azzardato.