Energia e potere alle persone. L’ultimo “State of the World”

Nell’edizione 2014 di 'State of the World', report annuale del Worldwatch Institute, vengono esaminate molte esperienze dal basso nella lotta ai cambiamenti climatici e per le rinnovabili, oltre alle strategie che servono per opporsi a programmi governativi e interessi delle grandi corporation che non rispondono alle esigenze delle popolazioni.

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Nell’ultimo volume di State of the World, il report annuale pubblicato dal Worldwatch Institute, vengono esaminate, attraverso gli articoli di diversi autori, sia le barriere economiche e politiche che le difficoltà di diffondere nuove idee per una legislazione climatica e per l’energia pulita in grado di rispondere concretamente alle esigenze delle persone e alla salvaguardia dei beni comuni.

Ci sono molte esperienze nel mondo di interventi per la lotta ai cambiamenti climatici e per le energie rinnovabili che sono partiti dal basso, spinti da forze locali e da movimenti presenti sul territorio, spesso in contrasto con i programmi governative e gli interessi delle grandi corporation che guardano più alla crescita degli utili che non a rispondre alle esigenze delle popolazioni. Gli autori analizzano una ampia gamma di casi, proposte e tendenze locali e regionali che puntano ad accrescere la democrazia energetica, la giustizia, così come le modalità per contaminare altre realtà, ad esempio tramite i canali offerti da internet.

Non a caso il titolo dell’edizione 2014 è Governing for Sustainability. “Una ricerca di soluzioni per una transizione energetica non solo rapida ed equa, ma che dia voce ai lavoratori, con sempre meno diritti, ai cittadini e alle comunità, sostituendo l’anarchia creata dalla liberalizzazione del mercato energetico con un approccio più pianificato e condiviso”, ha spiegato Sean Sweeney, co-directtore del Global Labor Institute at Cornell University, tra gli autori dell’edizione 2014.

Sweeney, indica inoltre tre obiettivi strategici per raggiungere un più elevato livello di democrazia energetica. Il primo è resistere alla agenda energetica dominante. Nel 2012 almeno 19 società elettriche ed energetiche erano nella top 50 mondiale delle più potenti e ricche società e grazie ai loro profitti e al loro ruolo nell’economia mondiale hanno potuto esercitare una notevole influenza sulla politica e sulla società. Nel volume del Worldwatch Institute si spiega che opporsi all’agenda di queste compagnie e ai loro alleati politici che propugnano progetti che comportano spesso rischi per l’ambiente e per i lavoratori, deve essere parte di un nuovo modello energetico democratico, anche se ciò non vuol dire abbracciare acriticamente gli obiettivi delle grandi società del settore delle rinnovabili. Su questo si fa l’esempio dei biocombustibili di prima generazione che hanno portato alla devastante pratica del land grab.

Altro punto strategico: rivendicare un sistema energetico che garantisca concreti benefici per la collettività. La privatizzazione in genere non ha fatto che peggiorare le condizioni dei lavoratori, abbassare spesso il livello dei servizi e creare oligarchie. Il settore dell’energia deve invece essere rifondato per soddisfare le esigenze pubbliche, il più delle volte abbandonate, piuttosto che massimizzare il profitto delle società energetiche. Serve per questa ragione un ritorno al controllo pubblico di quei settori energetici che sono stati privatizzati e di quelle società che, sebbene siano pubbliche, agiscono come private.

Il terzo aspetto chiave è ristrutturare il settore energetico. Come? Solo un sistema basato sulla generazione distribuita e decentralizzata può favorire un maggiore controllo delle comunità , dunque dal basso, un modello che può spingerci verso una vera transizione energetica. Un cambiamento strutturale che aprirebbe a impianti off-grid o a mini reti anche a servizio di aree non elettrificate e colpite dalla povertà: oggi nel mondo ci sono ancora 1,3 miliardi di persone che non hanno accesso all’energia elettrica.

Per fare tutto questo non bisogna essere idealisti, si spiega, perché sappiamo che è tecnicamente possibile, ma si richiede una forte consapevolezza e una convinzione politica che finora non è ancora emersa.

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