Scrivi

Sblocca Italia e il miraggio di un Texas nostrano. L’accusa delle associazioni ambientaliste

  • 26 Settembre 2014

Il Governo Renzi considera 'strategiche' tutte le attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi. Ma le associazioni Wwf, Legambiente e Greenpeace forniscono sette motivi alla Commissione Ambiente della Camera per abrogare l’articolo 38 del decreto Sblocca Italia.

ADV
image_pdfimage_print

Il miraggio di un Texas nostrano, retaggio del secolo scorso, più che l’incubo attuale dell’inquinamento da petrolio dopo l’incidente alla piattaforma Deepwater Horizon del Golfo del Messico del 2010, convince il Governo Renzi a considerare “strategiche” (senza alcuna distinzione) tutte le attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi: diminuendo l’efficacia delle valutazioni ambientali, emarginando le Regioni e forzando sulle norme che avevano dichiarato dal 2002 off limits l’Alto Adriatico, per il rischio di subsidenza. La denuncia parte da Wwf, Legambiente e Greenpeace che chiedono ai membri della Commissione Ambiente della Camera dei deputati di decidere per l’abrogazione dell”art. 38 del decreto legge ‘Sblocca Italia’.

Gli ambientalisti osservano che, nonostante le dichiarazioni del Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, al Summit Onu sul cambiamento climatico sulla necessità di impegni precisi per tenere sotto controllo il riscaldamento globale, l’Italia stenta a definire una roadmap per la decarbonizzazione. Punto di riferimento delle politiche governative è ancora la SEN, la Strategia energetica nazionale, mai sottoposta a Valutazione Ambientale Strategica, nella quale viene presentata una stima di 15 miliardi di euro di investimento e, addirittura, di 25mila nuovi posti di lavoro legati al rilancio delle estrazioni degli idrocarburi in Italia. Gli stessi dati che vengono ancora oggi usati dal Governo Renzi.

E’ da tempo noto che il nostro petrolio è poco e di scarsa qualità, aggiungono Wwf, Legambiente e Greenpeace. Secondo le valutazioni dello stesso Ministero dello Sviluppo economico ci sarebbero nei nostri fondali marini circa 10 milioni di tonnellate di petrolio di riserve certe, che stando ai consumi attuali, coprirebbero il fabbisogno nazionale per sole 8 settimane. Non solo: anche attingendo al petrolio presente nel sottosuolo, concentrato soprattutto in Basilicata, il totale delle riserve certe nel nostro Paese verrebbe consumato in appena 13 mesi.

Gli ambientalisti sottolineano come l’accelerazione indiscriminata impressa dal Governo metta a rischio la Basilicata che è interessata in terraferma da 18 istanze di permessi di ricerca, 11 permessi di ricerca e 20 concessioni di coltivazione di idrocarburi per circa i 3/4 del territorio.

E non è esonerato dalla corsa all’oro nero neanche il mare italiano. In totale oggi le aree richieste o già interessate dalle attività di ricerca di petrolio si estendono per circa 29.210 kmq di aree marine, 5000 kmq in più rispetto allo scorso anno. Attività che vanno a mettere a rischio il bacino del Mediterraneo dove si concentra più del 25% di tutto il traffico petrolifero marittimo mondiale provocando un inquinamento da idrocarburi che non ha paragoni al mondo.

Ci sono 7 buoni motivi per chiedere l’abrogazione dell’art. 38 del decreto legge Sblocca Italia, dicono le associazioni. Il motivo è che le disposizioni contenute:

  1. consentono di applicare le procedure semplificate e accelerate sulle infrastrutture strategiche ad una intera categoria di interventi senza individuare alcuna priorità;
  2. trasferiscono d’autorità le Via sulle attività a terra dalle Regioni al Ministero dell’Ambiente;
  3. compiono una forzatura rispetto alle competenze concorrenti tra Stato e Regioni cui al vigente Titolo V della Costituzione;
  4. prevedono una concessione unica per ricerca e coltivazione in contrasto con la distinzione tra le autorizzazioni per prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi del diritto comunitario;
  5. applicano impropriamente e erroneamente la Valutazione Ambientale Strategica e la Valutazione di impatto ambientale;
  6. trasformano forzosamente gli studi del Ministero dell’Ambiente sul rischio subsidenza in Alto Adriatico legato alle attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi in ‘progetti sperimentali di coltivazione’;
  7. costituiscono una distorsione rispetto alla tutela estesa dell’ambiente e della biodiversità rispetto a quanto disposto dalla Direttiva Offshore 2013/13/Ue e dalla nuova Direttiva 2014/52/Ue sulla Valutazione di impatto ambientale.
ADV
×