Crisi, petrolio, limiti dello sviluppo e rischio collasso

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Un nuovo studio ci mette di fronte ad una realtà dei fatti non compresa dagli analisti, da molti ricercatori e dai politici. L’attuale crisi non ha origine dal sistema finanziario, questi ne è solo la causa contingente. Il problema è legato indirettamente all'aumento del prezzo del petrolio. Una versione abbreviata di un articolo pubblicato su Aspo Italia.

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Pubblichiamo un articolo di Dario Faccini per Aspo Italia. Qui nella sua versione integrale: I veri limiti dello sviluppo – pdf

Ci ricordiamo il più grande esperimento per studiare le dinamiche economico-fisico-ambientali dello sviluppo della società umana? E’ stato pubblicato in Italia in un libro del 1972 con il nome “Limiti allo Sviluppo”. Un modello matematico al calcolatore (World3) ha spinto l’evoluzione delle dinamiche conosciute nella società globale avanti nel tempo, sino al 2100, in tre diversi scenari: il Business As Usual (BAU) che suppone di non cambiare nulla; Sviluppo Tecnologico che prevede di usare tecnologie in grado di moltiplicare l’accesso alle risorse; Mondo Stabilizzato, in cui si attuano politiche per stabilizzare la crescita.

Ci ricordiamo anche come evolvevano questi tre scenari? Il primo collassava verso il 2030, il secondo verso il 2050, mentre solo il terzo riusciva ad essere sostenibile e quindi auspicabile. Chi non se lo ricorda, può rinfrescarsi rapidamente la memoria leggendo questo post pubblicato sul sito ASPO.

È uscito un ulteriore studio che non solo conferma, dati alla mano, che a 40 anni di distanza quell’esperimento si stia dimostrando eccezionalmente preciso, ma si spinge sino a indicare quali siano adesso le dinamiche che ci stanno portando dritti al collasso e che probabilmente hanno già contribuito a provocare la Crisi Finanziaria Globale (GFC).

Vediamo nel dettaglio questa nuova ricerca. Innanzitutto è un aggiornamento di un lavoro analogo del 2008 condotto dal prof. Graham Turner che conferma come lo scenario BAU (o “standard”) elaborato dal modello World3 nel 1972 sia stato seguito eccezionalmente bene dalla realtà dei fatti (vedi grafico sotto) e continua egregiamente a descrivere l’evoluzione di tutte le variabili aggregate: Popolazione, Inquinamento, Risorse, Cibo, Produzione Industriale.

La figura riporta i dati storici dal 1970 al 2010 (linee continue) confrontati con quelli previsti nello scenario BAU di World3 del 1972 (linee tratteggiate). I servizi procapite sono stati misurati utilizzando dei proxy (grandezze appartenenti alla stessa categoria della grandezza considerata, con una dinamica pressoché identica), come il consumo procapite di elettricità (linea blu superiore) o i tassi di alfabetizzazione (linee blu inferiori). L’inquinamento è misurato in termini di CO2 e, forse, nella realtà è risultato più basso grazie ai feedback negativi (es. capacità di assimilazione della biosfera) che sono stati compresi appieno solo decenni dopo la pubblicazione dei “Limiti dello Sviluppo”.

Citando le parole di Turner: “Va qui osservato che non sembrano esserci altri modelli economico-ambientali che abbiano dimostrato un’aderenza ai dati così integrale e di lungo periodo”.

Già questo dovrebbe indurre qualche riflessione. Come mai il modello finora più preciso non viene considerato quando Stati e istituzioni effettuano previsioni a lungo termine, e si preferisce usare invece modelli banali che per lo più non sono altro che semplici estrapolazioni di trend? Come mai solo questo modello ha ricevuto una quantità così alta di critiche? Come mai queste stesse critiche si sono rivelate nella stragrande maggioranza sbagliate o fuori luogo?

Ma andiamo avanti. Contrariamente proprio a quanto affermato da diverse critiche, secondo l’autore il modello originale del 1972 risulta poi particolarmente robusto: pur essendo non lineare, è alquanto insensibile alle incertezze sui paramatri chiave (se questi vengono variati entro certi intervalli, il modello restituisce risultati analoghi); inoltre è frutto, nella sua interezza, di un’attenta calibrazione sui dati storici tra il 1900 e il 1970, cioè è stato costruito attingendo ad oltre 70 anni di dinamiche reali.

Da che parte arriva la bufera: il petrolio

A questo punto l’autore si pone la domanda se un collasso appaia probabile e imminente nel prossimo futuro, così come prospettato dallo scenario BAU. Si può rispondere “sì” solo se si individua nel mondo reale un meccanismo analogo a quelli che in World3 conducono al collasso. Questi ultimi sono associati prevalentemente ai vincoli sulle risorse e alla sottrazione di capitale da tutti i settori produttivi per compensare l’aumento di capitale richiesto dal settore estrattivo. Turner individua quindi un possibile meccanismo proprio nel Picco del Petrolio, o più in generale nelle dinamiche di esaurimento delle risorse non rinnovabili, che esamina nel dettaglio.

Quindi non è il Picco del Petrolio in sé che porta al collasso ma, piuttosto, con il suo superamento si va ad attingere a risorse più difficili, le quali necessitano di un incremento del capitale a loro destinato a spese del capitale dedicato al resto della società.

L’autore si spinge più in là e mette alla prova un’altra assunzione del mondo economico, cioè l’idea che, essendo lo sfruttamento delle risorse non convenzionali di petrolio e gas (petrolio polare, profondo, da scisto, da sabbie bituminose, ecc.) ancora agli inizi, ci si possa attendere un aumento nell’efficienza di estrazione in grado di evitare il declino del petrolio e del gas. A questo proposito Turner ha effettuato una nuova simulazione dello scenario BAU in World3, cambiando la curva del FACOR (quindi dell’EROEI) con una a massima efficienza (in rosso nella figura in basso). I risultati sono presentati nel seguente grafico: 

La figura riporta le due simulazione dal modello World3: in rosso quella che si ottiene lasciando inalterata l’efficienza di estrazione delle risorse non convenzionali (originale 1972), in blu quella ottenuta ipotizzando, a partire da ora, lo sfruttamento di tecniche estremamente efficienti. Si varia solo il parametro FOCAR come indicato nel grafico.

Si osservi come il collasso non sia evitato neppure nell’ipotesi di massima efficienza nell’estrazione, viene solo ritardato di un paio di decadi e, quando poi avviene, il declino procede a una velocità estremamente più rapida e si assesta a valori di sussistenza molto più bassi. Ascesa e declino diventano quindi profondamente asimmetrici, un effetto questo che è stato studiato e modellizzato dal prof. Ugo Bardi che l’ha battezzato Effetto Seneca o Dirupo di Seneca, dalla famosa citazione del filosofo: L’incremento è graduale, la rovina precipitosa.

Urge a questo punto una breve riflessione. Questi risultati contraddicono tutta la ‘narrativa’ energetico-economica dominante che afferma come un aumento nell’efficienza estrattiva, non solo sia auspicabile, ma che sia parte integrante della soluzione del problema energetico.

Il Picco del Petrolio ha quindi tutte le caratteristiche di una dinamica che, ne “I Limiti dello Sviluppo, porta al collasso: ha lo stesso meccanismo che sottrae capitale dagli altri settori produttivi, c’è la stessa concordanza sul valore attuale dello sforzo estrattivo (EROEI) e la certezza che anche un aumento di efficienza nell’uso di risorse non convenzionali (petrolio da acque profonde, polare, da scisti e altro), contrariamente a quanto intuitivamente ritenuto, non potrà che ritardare di poco l’inevitabile, peggiorando però poi enormemente la situazione successiva.

Turner si chiede, infine, se le dinamiche del Picco del Petrolio stiano già influendo sulla Crisi Finanziaria Globale in atto e, purtroppo, risponde positivamente. Innanzitutto l’aumento del prezzo del cibo di questi anni è stato ricondotto all’aumento del prezzo del petrolio e alla produzione del biocarburanti come l’etanolo derivante dal mais (Alghalith – 2010, Chen et al. – 2010). Ci sono interazioni sia dirette che indirette tra cibo e petrolio (Schwartz et al. – 2011, Neff et al. – 2011) a partire dai macchinari e dalla petrolchimica (pesticidi, fertilizzanti). Questi meccanismi d’interazione sono presenti anche in World3.

Studi di modellizzazione aggregata del ruolo dell’energia nell’economia (Nel and Cooper, 2009) hanno evidenziato che limitazioni energetiche provocano recessioni economiche prolungate e riduzioni nelle emissioni di gas serra: risultati simili ai collassi indicati nei ‘Limiti dello Sviluppo’. Ci sono chiare prove empiriche di una connessione tra l’aumento dei prezzi del petrolio e le recessioni economiche (Murray and King – 2012, Murphy and Hall – 2010, Murphy and Hall – 2011).

L’analisi econometrica di Hamilton del 2009 (pdf) sulla recessione negli USA del 2007 riduce il ruolo assunto dalla speculazione finanziaria e indica che questa recessione è stata diversa da altri precedenti shock petroliferi perché sembra causata dalla combinazione di una forte domanda mondiale e di una produzione petrolifera stagnante. Certo, le cause dell’attuale crisi rimangono prevalentemente finanziarie: livelli di debito che eccedono, in rapporto al PIL, la capacità dell’economia reale di ripagarli. Una dinamica questa che non è inclusa in World3. C’è però chi ha messo in evidenza come l’origine della crisi possa essere stata innescata dall’aumento del prezzo del petrolio. Le insolvenze sui mutui subprime erano infatti previste dai modelli finanziari che si basavano su analisi statistiche sui periodi precedenti, ma l’aumento dei prezzi del petrolio negli USA (dove la bassa tassazione storica sui carburanti non ha protetto gli utenti finali come invece ha fatto in Europa) ha impattato in maniera sproporzionata su un gran numero di proprietari di case a basso reddito, provocando un numero di insolvenze simultanee superiore a quanto previsto.

Cosa fare: prepariamoci

Terminiamo riprendendo le esatte parole dell’autore espresse sul Guardian: “La nostra ricerca non indica che il collasso dell’economia mondiale, dell’ambiente e della popolazione sia una certezza. Né noi pretendiamo che il futuro si svolga esattamente come hanno predetto nel 1972 i ricercatori che hanno prodotto i Limiti dello Sviluppo: potrebbero scoppiare delle guerre; così come potrebbe nascere una genuina leadership ambientale globale. In entrambi casi la traiettoria della civiltà sarebbe notevolmente influenzata.

Ma i nostri risultati dovrebbero far suonare un campanello d’allarme. Sembra improbabile che il perseguire di una crescita sempre maggiore possa proseguire in modo incontrollato sino al 2100 senza causare gravi effetti negativi, e tali effetti potrebbero arrivare prima di quanto pensiamo. Potrebbe essere troppo tardi per convincere i politici di tutto il mondo e le ricche élite a tracciare una rotta diversa. Quindi, per il resto di noi, forse è il momento di pensare a come proteggerci, mentre ci dirigiamo verso un futuro incerto”.

Citando la conclusione de “I Limiti dello Sviluppo” nel 1972:

“Se le attuali tendenze di crescita della popolazione mondiale, industrializzazione, inquinamento, produzione alimentare, e l’esaurimento delle risorse rimarranno invariate, i limiti alla crescita di questo pianeta saranno raggiunti entro i prossimi cento anni. Il risultato più probabile sarà un declino piuttosto improvviso e incontrollabile sia della popolazione che della capacità industriale”. 

Finora, c’è ben poco che indichi che abbiano avuto torto.

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