Pubblichiamo un articolo appparso su Qualenergia.it il 13 dicembre 2013

“Uno dei primi obiettivi dovrebbe essere quello di creare un sistema alternativo: una struttura economica e tecnologica pronta a entrare in funzione quando l’attuale sistema crollerà”. Così scrive David Ehrenfeld, professore di biologia in “L’arroganza dell’umanismo”. Siamo lontani da questa idea, anche se qua e là esistono ‘concreti microcosmi di speranza’ (J. Legget), laboratori per un futuro in cui ci si confronterà con una crescita non illimitata. Venivano chiamate ‘Transition Towns’, ma ormai si sta parlando anche di province, villaggi, piccoli quartiere o di agglomerati di abitazioni; dunque, la definizione più corretta sarebbe “Iniziative per la Transizione”.

Un approccio per l’autosufficienza a livello comunitario, con stili di vita dai bassi consumi energetici e piani di adattamento per una società resiliente ai cambiamenti climatici e alle crisi. Un agire collettivo, che metta insieme le menti di una collettività per realizzare progetti sui consumi, soprattutto energetici. Libri teorici e pratici hanno analizzato questo modello, indicando tecniche, esperienze ed errori. Uno di questi è il “Manuale pratico della Transizione” di Rob Hopkins, cofondatore del Movimento per la Transizione.

Questi lavori delineano principi necessari allo sviluppo del concetto di transizione. Il primo è la “visione”. Un fattore per la riuscita è la convinzione che si possa ottenere un risultato solo se si è in grado di immaginare come saranno le cose una volta raggiunto l’obiettivo. Altro punto è l’inclusione. Bisogna cioè facilitare il dialogo tra i gruppi sociali e culturali; il sistema “transizione” ha sviluppato metodi innovativi atti a questo scopo. L’informazione ci dà messaggi contrastanti, a volte opposti: può capitare di trovare nella stessa pagina di giornale notizie sulla crisi climatica-energetica e sull’uscita di un nuovo SUV energivoro. E qui nasce l’urgenza di tenere in conto un terzo principio: accrescere la consapevolezza dei cittadini su temi come il global warming, la fine dell’era del petrolio, la finitezza delle risorse. I cittadini ne sanno poco: i concetti vanno spiegati in modo chiaro e accessibile per fornire una chiave interpretativa della realtà.

Aspetto centrale della transizione è poi il concetto di resilienza, cioè la capacità di un ecosistema di continuare a funzionare in presenza di shock esterni. Per le comunità significa rispondere con processi di adattamento. L’economista David Fleming ha spiegato che una comunità con maggiore resilienza ha un’ampia diversità qualitativa e di soluzioni, realizzate in modo creativo secondo il contesto locale. Non significa rinchiuderla in se stessa, ma renderla capace di soddisfare i propri bisogni anche in assenza di trasporti o di grandi e centralizzate infrastrutture tecnologiche, spesso a costi inferiori.

Lavorare sulla psicologia delle persone coinvolte nei processi di transizione è un altro aspetto. Una barriera difficile da superare per il coinvolgimento dei cittadini è legata al senso di impotenza e di isolamento che i problemi ambientali possono generare. La conseguenza è una mancanza di voglia di spendersi. Allora è necessario prospettare una visione positiva e organizzare al contempo momenti di condivisione in cui si affrontino queste difficoltà, ma anche i progressi e il lavoro fatto. Infine bisogna prospettare soluzioni credibili e appropriate.

E qui ci sarebbe da fare una critica al classico linguaggio dell’ambientalismo, solito spiegare nei dettagli l’enormità e la drammaticità della situazione climatica ed energetica, e dedicarsi invece poco alle soluzioni, spesso semplificate in interventi trascurabili. La potremmo chiamare la “sindrome delle lampadine”: basta sostituirle con quelle a basso consumo e la coscienza è a posto.

Siamo abituati a considerare solo due livelli di interventi: personale e politico. Ma il cambiamento, così come il sistema della transizione, per essere duratore ed efficace agisce su un piano intermedio: quello comunitario.

L’articolo è stato pubblicato sul n.5/2013 della rivista bimestrale Qualenergia (rubrica: ‘Energie locali’), con il titolo “Tecniche di transizione”