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Sono passati ormai sette anni e mezzo da quando con un emendamento di poche righe alla Finanziaria 2007 si è avviata la cosiddetta rivoluzione dello shopper. Una rivoluzione ancora a metà, ma si sa, i tempi nella politica di questo Paese assomigliano quasi a quelli geologici; d’altra parte però è un caso che ci vede – come raramente accade – all’avanguardia in Europa. Da molti punti di vista: una normativa ambientale avanzata, un cambiamento nello stile di vita di tanti cittadini, il sostegno a un’innovazione tecnologica enviromental friendly in grado di creare nuova occupazione e sostenere la riconversione industriale di un settore importante quale la chimica.

Quando a dicembre 2006 si introdusse la norma per cui sarebbe stata vietata da lì a tre anni la commercializzazione di shopper non biodegradabili, gli ambientalisti esultarono così come la parte più innovativa della chimica italiana, molti altri alzarono le spalle e si iniziarono ad attrezzare con le lobby perché: «una proroga in questo Paese non si nega a nessuno». E in effetti riuscirono a far slittare di un anno l’entrata in vigore del divieto (dal 2010 al 2011). Ma la pressione congiunta dei movimenti dei cittadini organizzati in forma associativa (Legambiente innanzitutto), il rafforzamento dell’industria innovativa che ha dato vita all’associazione di settore Assobioplastiche, da una parte, e la consapevolezza delle lobby di essere in forte minoranza, dall’altra, per una volta fecero il miracolo e dal 1° gennaio 2011 non sono più commercializzabili nel nostro Paese shopper che non siano biodegradabili.

Rivoluzione plastica

La riforma/rivoluzione era matura e infatti i cittadini la accolsero subito con entusiasmo, tanto che nei primi ipermercati che anticiparono l’entrata in vigore del divieto la risposta fu immediata: riduzione del 50% dell’uso dello shopper usa e getta. Inoltre tutti i sondaggi restituivano un forte sostegno dei cittadini al divieto: un caso unico, perché di solito di fronte ai divieti i cittadini storcono la bocca. Ma evidentemente la disponibilità di un’alternativa, ecologicamente più sostenibile e il noto ed evidente impatto ambientale – anche visivo – dei sacchetti di plastica sono stati più forti delle abitudini.

La plastica dei sacchetti è quella dell’ “isola artificiale” nel Pacifico, è quella fonte di inquinamento diffuso presente praticamente ovunque, anche in luoghi che ci si aspetterebbe di trovare incontaminati, è il rifiuto più diffuso nel Mare Nostrum, killer di tartarughe e mammiferi marini. Insomma, un caso in cui il “nemico” degli ambientalisti era davvero indifendibile, persino senza ricorrere all’argomento, comunque fondato, del contributo ai cambiamenti climatici e all’effetto serra che la produzione degli stessi utilizzando petrolio in ogni caso comporta.

Certo le rivoluzioni non sono un pranzo di gala e i tentativi di fermare questa sono continuati. Più e più volte hanno provato a giocare in Europa la “libera circolazione delle merci”, garantita dai trattati europei, contro questa normativa italiana che nel frattempo però veniva studiata quale la più avanzata in tutto il mondo (ricordo un convegno internazionale a Denver nell’ottobre del 2012 nel quale il mio racconto suscitò forte e vivido interesse in legislatori, Ong e industrie). Ma è stato il Parlamento Europeo stesso a incaricarsi di respingere un’interpretazione distorta dei trattati, quando poche settimane prima di essere rinnovato ha approvato la proposta di nuova direttiva sugli imballaggi in cui esplicitamente si fa salva la possibilità per gli Stati membri di ricorrere ai divieti oltre che alle norme fiscali per raggiungere l’obiettivo di riduzione del 50% in tre anni dell’utilizzo degli shopper usa e getta. E per di più in quella stessa proposta si riconosce il valore fondamentale, nell’organizzare un’efficiente raccolta differenziata dell’organico, degli shopper compostabili, anche in questo caso sulla stessa linea della normativa italiana. Non sarà un caso che quello che per gli altri europei è ancora un obiettivo, noi lo abbiamo già raggiunto: erano 180mila le tonnellate di shopper introdotte nel mercato nel 2010 prima del divieto, sono state 90mila nel 2013.

Normativa ambientale avanzata quindi, e l’Europa ce lo riconosce proprio in un campo, quello dei rifiuti, dove sono più numerose le infrazioni italiane alle direttive europee. Una storia che racconta anche la capacità degli italiani di cambiare rapidamente il loro stile di vita, riutilizzando sempre più spesso la stessa sporta, smentendo luoghi comuni – diffusi quanto indimostrati e indimostrabili – per i quali gli italiani sarebbero irriducibili a comportamenti ecologicamente più corretti.

Peccato che ogni volta che le istituzioni riescono a fare il loro dovere e approntare un sistema efficiente, i dati sono lì a dimostrare il contrario, altrimenti come mai è proprio Milano la metropoli europea con il dato più alto di raccolta differenziata? E perché vengono a studiare da noi, nel Nord-est o persino in Campania (si pensi a Salerno), quelli che all’estero vogliono introdurre sistemi efficienti e moderni di raccolta differenziata?

Furbetti in agguato

Ora serve però completarla questa rivoluzione. Se le grandi lobby si sono arrese, in questo Paese di “furbetti” sono apparsi dal 2011 falsi sacchetti biodegradabili che hanno inquinato ambiente e mercato, truffando i consumatori. Si è quindi dovuto intervenire sul piano normativo per specificare che quelli ammessi al commercio erano solo quelli biodegradabili e compostabili secondo la normativa UE (UNI EN 11432). Ma la farraginosità del percorso normativo e la furberia di questi operatori fa sì che ancora oggi circa la metà degli shopper in commercio siano illegali.

Per questo Kyoto Club ad aprile ha lanciato un appello al Presidente del Consiglio Matteo Renzi, firmato da sindaci, ambientalisti, sindacalisti, imprenditori e rappresentanti dei consumatori per chiedergli che si adoperasse per far applicare le sanzioni previste dalla legge contro tali furbetti. Sin quando questo non avverrà non si potrà completare il terzo passo fondamentale: il sostegno pieno alla riconversione industriale della chimica italiana attraverso lo shift dal fossile al vegetale rinnovabile quale materia prima. Un cambiamento in atto che rinnova i fasti della chimica italiana.

Negli anni ’60 il boom economico italiano si fondò sull’industria dell’auto – la mitica 500 – e sulla chimica, il cui prodotto simbolo fu senz’altro il Moplen del premio Nobel Giulio Natta. Oggi un nuovo “rinascimento” non può che basarsi sulla green economy, quella delle fonti energetiche rinnovabili, dell’efficienza energetica, della mobilità nuova e sostenibile, della rigenerazione urbana a consumo suolo zero, dell’agricoltura di qualità e multifunzionale.

Bioeconomia in crescita

Un’economia in cui il ruolo della “chimica verde” diventa fondamentale sia per tracciare il futuro, si guardi all’impianto di Crescentino di Mossi&Ghisolfi il primo di una serie che già produce biocarburanti di seconda generazione, sia per operare quelle riconversioni industriali; si pensi al caso positivo di Porto Torres che vede coinvolta Novamont insieme a ENI nella joint venture Matrica, senza le quali non ci potrebbe essere speranza di mantenimento di posti di lavoro in molti siti industriali ormai obsoleti e antieconomici.

D’altronde è la stessa Commissione Europea ad aver adottato il 3 febbraio del 2012 una strategia per indirizzare l’economia dei Paesi dell’Unione verso un più ampio e sostenibile uso delle risorse rinnovabili. Obiettivo dichiarato quello di creare una società più innovatrice e un’economia low carbon, a emissioni ridotte. Anche attraverso l’uso sostenibile delle risorse rinnovabili provenienti dall’agricoltura a fini industriali, tutelando allo stesso tempo la biodiversità e l’ambiente.

Già oggi i numeri della bioeconomia europea sono assai significativi: un fatturato di circa 2mila miliardi di euro e 22milioni di posti di lavoro, circa il 9% dell’occupazione complessiva dell’Unione Europea. Si calcola che per ogni euro investito in ricerca e innovazione nella bioeconomia, la ricaduta in valore aggiunto nei settori del comparto sarà pari a 10 volte tanto entro il 2025.

In particolare in Italia, a partire dalle attività di ricerca nel settore delle bioplastiche in cui abbiamo iniziato per primi al mondo (per una volta) 25 anni fa, ci sono stati investimenti per oltre un miliardo di euro (senza alcun sostegno di fondi pubblici) in impianti – alcuni già realizzati, altri in fase di avvio – circa 200 milioni di euro in ricerca e sviluppo di aziende private in collegamento con Università e centri di ricerca, tutte eccellenza presenti nel Paese. Uno sforzo che ha permesso l’attivazione di filiere agricole dedicate a basso impatto e sinergiche con le colture alimentari, e importanti azioni di reindustrializzazione di siti, dismessi o in grave crisi, di importanza nazionale: dal già citato Porto Torres a Terni, da Pratica (in provincia di Frosinone) a Novara, da Adria in Veneto a Cassano Spinola in Piemonte.

Oggi è in campo un cluster tecnologico della chimica verde, una vera piattaforma nazionale sulla bioeconomia con una visione comune per rilanciare i territori, che coinvolge 100 soggetti pubblici e privati che operano nel campo della bioeconomia, con competenze e in ambiti disciplinari diversi, dall’agricoltura, alla chimica, fino al trattamento dei rifiuti. Un’intelligente modalità di collaborazione tra l’industria e il mondo della ricerca pubblica, che coinvolge l’Università e i maggiori centri della ricerca pubblica specializzati nella raccolta e nella trasformazione delle biomasse, come Cra, CNR, Enea.

Uno sforzo importante, nel quale, va ribadito, il nostro Paese può svolgere, e già lo sta facendo, un ruolo di leadership a livello mondiale. Un’occasione da non perdere e per questo, torniamo a chiederlo al Governo e al Presidente del Consiglio, vanno adottate tutte le procedure necessarie per applicare le sanzioni ai “furbetti dello shopper”, disinquinando il mercato e dando un chiaro segnale nella direzione della legalità e di una politica industriale che sappia scegliere la strada promettente per un futuro sostenibile e pieno di occasioni di nuova occupazione.

L’articolo di Francesco Ferrante è stato pubblicato sul n.3/2014 della rivista bimestrale QualEnergia con il titolo “Economia verde