Le energy community daranno sia ai consumatori che al sistema elettrico e al Paese vantaggi rilevanti e rappresenteranno uno dei blocchi costitutivi della smart grid, la rete intelligente che serve per la transizione verso un modello energetico basato su fonti pulite e produzione decentrata. A spiegarlo è la terza edizione dello Smart Grid Report dell’Energy & Strategy Group del Politecnico di Milano. 

Il report, che verrà presentato giovedì 3 luglio a Milano ma che QualEnergia.it ha potuto sfogliare in anteprima, quest’anno si concentra proprio su questo concetto, che individua insiemi di utenze industriali, commerciali o residenziali che, per soddisfare i propri fabbisogni energetici, decidono di adottare un approccio collegiale basato su generazione distribuita e gestione intelligente dell’energia. Le tecnologie che entrano in gioco sono in gran parte già mature: si tratta di quelle necessarie a produrre l’energia a livello locale, gestirla, accumularla, monitorarne i flussi. La differenza che fa l’energy community sta nell’uso collettivo e coordinato di queste soluzioni, che ne massimizza i vantaggi.

Queste “comunità energetiche”, oltre al risparmio per le utenze coinvolte, darebbero vantaggi consistenti per il sistema elettrico: contribuirebbero alla sicurezza dello stesso e all’incremento della capacità di accogliere energia da fonti rinnovabili non programmabili. Un contributo che si traduce in costi evitabili di investimento e di gestione del sistema elettrico: a seconda della diffusione delle energy community, mostra lo studio, i costi per il sistema elettrico potrebbero essere ridotti tra 0,3 e 1 miliardo di euro all’anno, pari a circa il 10-30% del totale sostenuto ad oggi.

Vi sono poi altri importanti benefici conseguibili a livello di sistema-Paese, quali la riduzione della dipendenza energetica dall’estero – le comunità dell’energia secondo il report potrebbero tagliarla di un sesto, per circa 10 miliardi l’anno – e lo sviluppo di filiere nazionali delle tecnologie abilitanti le energy community: un giro d’affari stimato nell’ordine dei 10-40 miliardi di euro al 2030, mediamente pari ad 1-3 miliardi all’anno.

Ma a che punto siamo e quanto rapidamente potranno svilupparsi le energy community in Italia? Al momento sono veramente poche e realizzate con finalità sperimentali (se si escludono circa 140 tra Reti Interne di Utenza e Cooperative storiche, configurazioni che non si possono più realizzare). Ma nei prossimi anni la situazione potrebbe cambiare: l’Energy&Strategy Group prevede nello scenario più ottimistico che al 2030 si realizzino in Italia quasi 100.000 energy community, cui è associato un volume d’affari di 160 miliardi di euro (mediamente pari a circa 10 miliardi di euro/anno), mentre nello scenario più conservativo si prevede la realizzazione circa 25.000 “comunità energetiche”, per un volume d’affari di circa 50 miliardi di euro.

Dal punto di vista economico queste configurazioni collettive potrebbero essere molto interessanti, specialmente per industria e terziario (molto meno per il residenziale): secondo le simulazioni degli autori (ipotizzando che nessuna delle tecnologie abilitanti sia presente presso le utenze prima che esse si costituiscano nell’energy community e che non si paghino oneri di sistema sull’elettricità autoconsumata) si avrebbe un IRR tra il 20 e il 40%, anche se i tempi di pay-back dell’investimento sono generalmente superiori alle soglie di accettabilità normalmente adottate da investitori privati.

Visti i tempi di rientro lunghi è chiaro che reperire i finanziamenti sia l’aspetto chiave per realizzare le energy community. Tra le ipotesi che si potrebbero concretizzare, spiegano i ricercatori, quello della microgrid-as-a-service, nella quale un soggetto terzo si occupa della realizzazione dell’energy community e della successiva gestione della stessa, vendendo l’energia alle utenze energetiche all’interno della micro-rete.

Sul futuro di queste configurazioni, sottolineano gli autori del report, impatterà tantissimo la variabile normativa: un’evoluzione ottimistica del quadro  permetterebbe di raddoppiare il numero di energy community realizzate.

L’attuale normativa in Italia non prevede la definizione di energy community e le configurazioni più simili scontano grossi limiti: i Sistemi Efficienti di Utenza (SEU) prevedono un unico utente, mentre le Reti Interne di Utenza (RIU) non si possono più realizzare. I modelli industriale e terziario, oltre a quelli economicamente più interessanti, sono quelli più vicini alla fattibilità normativa, nella misura in cui essi rientrano in una specifica configurazione impiantistica già definita (i cosiddetti Sistemi di Distribuzione Chiusi), sulla quale – si fa notare –  tuttavia ad oggi manca il provvedimento che ne regoli l’accesso alla rete.

In secondo luogo, si osserva, l’attuale quadro normativo-regolatorio si focalizza prevalentemente sull’incentivazione di soluzioni tecnologiche singole – attraverso meccanismi quali ad esempio i Titoli di Efficienza Energetica o il Conto Energia Termico – trascurando le aggregazioni di più tecnologie e utenti.

A livello di politiche e di regolamentazione insomma c’è del lavoro da fare, se si vuole accompagnare la crescita di queste piccole reti intelligenti. D’altra parte i vantaggi da cogliere, come detto, sono diversi, oltre che per il sistema elettrico, anche per l’economia in generale, anche alla luce del fatto che l’Italia al momento è in buona posizione per diventare un leader mondiale nelle tecnologie della smart-grid e delle micro-grid.

I decisori politici sapranno muoversi in modo da cogliere questa opportunità? La recente norma che penalizza l’autoconsumo non consente di essere ottimisti, ma si spera che almeno questo interessante lavoro dell’Energy&Strategy Group venga letto con attenzione dai decisori.