Obiettivi 2030, con tre target crescono Pil, occupati e sicurezza energetica

Alla vigilia del semestre italiano di presidenza europea preoccupa la posizione del nostro MiSE favorevole ad un obiettivo unico sulla CO2 in fatto di pacchetto clima-energia 2030. Per massimizzare i vantaggi servono target vincolanti anche per efficienza energetica e rinnovabili: lo mostrano le stesse valutazioni della Commissione europea.

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Il Governo italiano assuma una posizione lungimirante sugli obiettivi europei per il 2030: target vincolanti anche su efficienza energetica e rinnovabili. Tornano a chiederlo in questi giorni ambientalisti e aziende della green economy, dopo che il MiSE ha ribadito la sua posizione di retroguardia, a favore di un obiettivo unico sulla CO2. Intanto un nuovo report di Ernst & Young (allegato in basso) riepiloga i vantaggi economici che la decarbonizzazione può portare al vecchio continente. Questi sarebbero ingenti e maggiori con i tre obiettivi vincolanti.

Secondo l’ultimo assessment della Commissione europea, rispetto ad uno scenario business as usual, mentre un unico obiettivo di -40% sulla CO2 farebbe aumentare il Pil di 0,1-0,45%, con un target specifico anche per efficienza energetica e rinnovabili il beneficio salirebbe a +0,45-0,55% e raddoppierebbe anche la nuova occupazione: 1,25 milioni di nuovi posti di lavoro, contro i 700mila dello scenario con obiettivo unico.

La questione è molto importante perché il pacchetto clima-energia 2030 sarà uno dei dossier che saranno al centro del semestre italiano di presidenza europea. Il nostro paese dunque potrebbe giocare un ruolo decisivo su questo fronte. Come sappiamo la Commissione europea ha proposto a inizio anno un duplice obiettivo: -40% sulla CO2 e 27% di rinnovabili, non vincolante a livello nazionale; mentre l’Europarlamento si è espresso per tre target: -40% CO2, 40% su efficienza, 30% su rinnovabili. La posizione del nostro governo, ribadita recentemente dal viceministro allo Sviluppo Economico Claudio De Vincenti in un’audizione parlamentare, sembra essere quella di spingere per l’obiettivo unico: una posizione che il MiSE aveva portato avanti anche con il governo Letta, in contrasto con l’allora ministro dell’Ambiente, Andrea Orlando, che si era speso con decisione a favore di target vincolanti anche per rinnovabili ed efficienza.

Una visione, quella dello Sviluppo economico, che preoccupa coloro che credono nella necessità di una decarbonizzazione decisa del sistema energetico. Ieri, i top manager italiani delle società che fanno parte di EU-Ase (European Alliance to Save Energy) hanno scritto al presidente del Consiglio Renzi, ai ministri Guidi e Galletti e al vice ministro De Vincenti per chiedere appunto che l’Italia sostenga un obiettivo vincolante anche sull’efficienza energetica e sulle fonti rinnovabili.

La lettera (in allegato in basso) cita alcuni dati sui vantaggi che l’efficienza energetica può dare all’Europa; ad esempio la possibilità di “risparmiare 1-2 mila miliardi di € fra il 2020-2030 impiegando le soluzioni e tecnologie già disponibili sul mercato” e spiega perché sia importante un obiettivo vincolante. “L’Italia e l’Europa  – si legge – non devono perdere il vantaggio competitivo che hanno sulle tecnologie e sui servizi per l’efficienza energetica. L’Istituto Fraunhofer ha messo in evidenza che un solo target europeo per la riduzione dei gas serra al 40% nel 2030 non è un incentivo legislativo per raggiungere la decarbonizzazione e incrementare investimenti per l’efficienza energetica, ma è solamente business as usual. In questo scenario, il 25% di risparmio energetico sarà raggiunto grazie alle politiche già esistenti. Solo un target per la riduzione dei gas serra al 50% con uno specifico target obbligatorio europeo per il risparmio energetico al 40% sarà in grado di stimolare il mercato dell’efficienza energetica e incrementare la competitività europea.”

La mancanza di un quadro normativo chiaro e vincolante per la promozione dell’efficienza energetica, denunciano gli imprenditori, sta indebolendo il settore in Italia e in Europa: “alcune delle multinazionali rappresentate dalla European Alliance to Save Energy hanno appena chiuso impianti industriali in Italia o stanno valutando il loro mantenimento in un Paese che non offre garanzie a lungo termine per il settore e stanno invece aprendo nuovi centri di produzione negli Stati Uniti, Asia e Turchia.”

Contro l’obiettivo unico nei giorni scorsi avevano fatto sentire la loro voce anche Greenpeace, Wwf, Legambiente e Kyoto Club: “verificare una posizione così conservatrice da parte del nostro Governo – si legge in un comunicato congiunto – è sconsolante. Pare si voglia giocare una partita di retroguardia e non comprendiamo il perché, dal momento che il nostro Paese in materia di rinnovabili può vantare un primato industriale”.

A conferma che le strategie ambiziose su clima e ambiente siano la strada da seguire lo ribadisce anche il report commissionato a Ernst & Young dalla European Climate Foundation cui accennavamo sopra. L’Europa, è il succo del confronto tra i vari assessment analizzati nel report, spenderebbe moltissimo in energia anche in uno scenario business as usual (BAU), mentre puntare a ridurre le emissioni dell’80% entro il 2050 con lo stesso investimento porterà a consistenti vantaggi in termini di indipendenza energetica, occupazione, costi ambientali e sanitari.

Per dare solo qualche numero dei molti raccolti nel report, rispetto ad uno scenario business as usual, l’UE risparmierebbe in combustibili fossili tra 518 e 550 miliardi l’anno da qui al 2050. Tra ridurre le emissioni e continuare col BAU la quota di Pil spesa per l’energia sarebbe più o meno la stessa (circa il 14,6%), ma anziché spendere soldi in combustibili, per oltre il 50% di importazione (oltre l’80% per l’Italia), investiremmo in infrastrutture, tecnologia e lavoro.

Ad esempio, gli investimenti in efficienza energetica degli edifici passerebbero (stime della Commissione) dai 52 miliardi nel periodo 2010-2050 del BAU a 130 miliardi, con la creazione, secondo il Buildings Performance Institute Europe di tra 500mila e 1 milione di posti di lavoro nel settore edile. Ai benefici economici poi si aggiungono quelli ambientali: 28 miliardi all’anno da qui al 2050 solo per la riduzione degli impatti sanitari dell’inquinamento atmosferico, per le misure di contenimento del quale risparmieremmo altri 50 miliardi l’anno.

Benefici che, come accennavamo all’inizio, secondo tutti gli assessment, crescono con obiettivi più ambiziosi e vincolanti anche per rinnovabili ed efficienza energetica. Secondo la stessa Commissione Ue, un obiettivo unico sulla CO2 del -40% creerebbe al 2030 circa 700mila posti di lavoro in più rispetto al BAU, ma se fosse associato a politiche ambiziose sull’efficienza energetica e ad un obiettivo vincolante del 30% per le rinnovabile i posti di lavoro aggiuntivi salirebbero ad 1,25 milioni. Mentre se l’obiettivo di riduzione delle emissioni di CO2 al 2020 fosse portato dal 20 al 30%, l’Unione Europea potrebbe risparmiare fino a 30 miliardi di euro l’anno. In Italia una cifra di 3,4 miliardi di € l’anno.

Lo studio E&Y “Macro-economic impacts of the low carbon transition” (pdf)

La lettera degli imprenditori italiani di EU-Ase al premier e al MiSE (pdf)

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