Se si vuol combattere il cambiamento climatico, gran parte delle riserve provate di gas, carbone e petrolio dovranno essere lasciate sotto terra, con relativo danno economico per le compagnie del settore e di chi vi ha investito. Il rischio dei cosiddetti stranded asset è rilanciato di continuo dai report economici, mentre è in atto una campagna, mossa da cittadini e investitori consci del problema, per spingere a disinvestire dalle fossili, disinnescando questa bomba economica, nota come bolla della CO2 o bolla del carbonio. Eppure le grandi multinazionali degli idrocarburi continuano a sminuire il problema e a investire per ampliare anche le riserve più costose da estrarre. Evidentemente nella partita Umanità-Global Warming stanno scommettendo contro tutti noi.

Difficile infatti pensare che Big Oil non prenda sul serio gli scenari economici prospettati da politiche efficaci per mantenere la temperatura del pianeta sotto ai 2 °C. Le stime più recenti sulle dimensioni della bolla che potrebbe scoppiare arrivano, ad esempio, dalla banca di investimenti Kepler Chevreux. Se si contenessero le emissioni abbastanza da far fermare a 450 ppm la concentrazione di CO2 (valore indicato per rimanere con buona probabilità sotto la soglia critica del 2 °C), nei prossimi 20 anni l’industria delle fossili avrebbe perdite per 28.000 miliardi di dollari, suddivisi in 19.300 miliardi di danni per il settore petrolifero, 4.900 miliardi per il carbone e altri 4mila per il gas. Si veda il report allegato in basso.

Anche qualora nel 2015 non si raggiunga un accordo sul clima (Kepler Chevreux prevede che ciò non avverrà), migliaia di miliardi di dollari di perdite per petrolio, carbone e gas verranno dalle politiche unilaterali regionali (si pensi ad esempio al grande sforzo che sta facendo la Cina) e dalla concorrenza delle rinnovabili, sempre più economiche, che ruberanno alle fossili quote crescenti di domanda.

Insomma, ci sarebbe da preoccuparsi. Invece le compagnie del settore continuano ad investire per cercare petrolio, carbone e gas. Carbon Tracker Initiative stima che le compagnie delle fossili investiranno nei prossimi 10 anni circa 1.000 miliardi di dollari in riserve, spesso in idrocarburi molto costosi da estrarre come il petrolio non convenzionale o da trivellazioni in acque profonde, che potrebbero rivelarsi antieconomici in caso di un eventuale calo del prezzo del barile.

Rispondendo agli investitori più preoccupati, giganti come Shell ed ExonMobile li tranquillizzano, definendo infondati i timori di una carbon bubble. Shell ad esempio in una lettera (allegato in basso), cita la crescita della domanda e il futuro impiego di tecnologie per la cattura della CO2 (attualmente poco più che in fase dimostrativa) come fattori che dovrebbero tranquillizzare sul futuro. Per il 2050 la multinazionale vede un mondo in cui le fossili forniscono ancora gran parte dell’energia: il 50-60% della domanda globale.

A rendere fiduciosa Shell – si legge chiaramente – è il fatto di non ritenere probabile un accordo sul clima tale da ridurre le emissioni abbastanza da rimanere sotto ai 2 °C. I petrolieri stanno scommettendo sul fatto che perderemo la sfida per evitare il disastro climatico.

Non ci resta che sperare che si sbaglino. Anche se avessero ragione e un accordo adeguato sul clima non venisse raggiunto in tempi rapidi, però, la loro tranquilltà apparente potrebbe essere infondata, avverte Mark Lewis, lead author del report di Kepler Chevereux. “L’approccio di Shell al rischio di stranded asset è ingenuamente binario, tranquillizzante e difensivo. Si basa sulla premessa che il crescente fabbisogno energetico dei paesi in via di sviluppo e la difficoltà politica di raggiungere un accordo (sul clima, ndr) impedisca di raggiungere questa intesa in un lasso di tempo in grado di creare un rischio di stranded asset per il portafoglio della compagnia e per i suoi investimenti in esplorazioni”.

Uno sbaglio, secondo Lewis. Il rischio, spiega, non è solo legato alla prospettiva di prezzi del barile in discesa a seguito del calo della domanda derivante da politiche sul clima più severe: esiste anche con prezzi del barile alti e in salita, perché i costi di estrazione delle nuove risorse probabilmente cresceranno ancora di più. A questo si aggiunge l’incombente concorrenza delle rinnovabili, che con ogni probabilità saranno sempre più economiche.

“Questo significa che se i prezzi del petrolio continueranno a salire in futuro, scenario che anche noi, come Shell, riteniamo il più probabile – spiega Lewis –  questa dinamica divergente dei costi non farà che accelerare l’abbandono del petrolio in favore delle rinnovabili nel mix energetico globale. E ciò porterà al rischio di stranded asset”.

Quel che è successo alle compagnie elettriche basate sulle fossili in Germania (e in Italia, aggiungiamo noi), spiazzate dalla concorrenza di fotovoltaico ed eolico, ammonisce l’analista “dovrebbe essere un avvertimento significativo per i grandi del petrolio”.

La risposta di Shell ai suoi investitori (pdf)

Il report di Kepler Chevreux sul rischio stranded asset (pdf)