In California doccia fredda sul mito dello shale oil

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Doveva essere il giacimento di shale oil più importante degli Usa. Invece si è scoperto che le stime erano gonfiate: nel giacimento di Monterey in California non ci sono 13,7 miliardi di barili recuperabili, ma solo 600 milioni. La stima partiva da dati forniti dalle compagnie petrolifere. Il mito degli idrocarburi da scisti si mostra più fragile che mai.

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Una secchiata di acqua gelida che potrebbe svegliare chi si culla nel mito dell’abbondanza di energia in arrivo con gli idrocarburi non convezionali, in particolare gas e petrolio da scisti che secondo qualcuno potrebbero addirittura portare all’indipendenza energetica gli Stati Uniti nei prossimi anni. Nel giacimento di shale oil di Monterey, in California, non ci sono 13,7 miliardi di barili recuperabili come si credeva, ma solo 600 milioni. A dirlo è la US Energy Information Administration, in un articolo del Los Angeles Times che anticipa l’annuncio ufficiale che dovrebbe arrivare il mese prossimo.

Per capire l’impatto della notizia di un down-writing del 95% di questo giacimento, basti pensare che, prima della recente scoperta, si stimava che gli idrocarburi intrappolati negli scisti di Monterey avrebbe permesso la creazione di 2,8 milioni di posti di lavoro da qui al 2020 e fruttato al governo ben 24,6 miliardi di dollari all’anno. Il giacimento in questione – nel quale in un primo momento si stimava ci fossero 15,4 miliardi di barili recuperabili, rappresentava ben il 64% delle riserve stimate nazionali di shale oil.

Intek, la ditta indipendente che aveva fatto la stima per conto del governo nel 2011, spiega l’EIA, si è sbagliata perché ha ipotizzato che il petrolio negli scisti di Monterey fosse facile da recuperare come quello in altre formazioni di scisti. Invece la particolare conformazione geologica delle zona fa sì che, come detto, solo 600 milioni di barili siano effettivamente recuperabili con le tecnologie attuali. Come si legge dalle dichiarazioni raccolte dal Los Angeles Times, agli esponenti dell’industria petrolifera non resta che affidarsi a possibili future evoluzioni tecnologiche.

Resta il fatto, particolarmente grave che in questi anni si sia programmato basandosi solo su stime che la stessa Intek ha oggi considerato in larga parte costruite su dati forniti dalle stesse compagnie petrolifere. Chissà se negli Usa hanno un modo di dire analogo al nostro “hanno chiesto all’oste se il vino era buono”.

In tutto questo risuonano i “ve lo avevamo detto noi” di diversi analisti energetici del campo ambientalista, da sempre scettici sulle possibilità di shale oil e shale gas. J. David Hughes del Post Carbon Institute, ad esempio, solo qualche mese fa aveva pubblicato un report in cui denunciava come le stime dell’EIA (quelle fornite dalla Intek) fossero pesantemente gonfiate. “Mentre è in atto la discussione su come debba o possa essere il futuro della politica energetica americana, speriamo che tutti – dalla IEA ai decisori politici – imparino la lezione impartita da quanto successo qui in California”, commentano ora dall’organizzazione.

Post Carbon Institute, come molti altri analisti, da tempo mette in guardia contro la cosiddetta bolla dello shale. Una bolla il cui scoppio dopo il down-writing di Monterey potrebbe essere ancora più vicina. Semplificando, il timore è che il declino della produzione dei pozzi di shale gas e shale oil sia troppo rapido per mantenere una produzione costante senza investimenti, ad oggi, insostenibili.

Il mito dello shale, si avverte, è alimentato da interessi finanziari che hanno come obiettivo proprio il tentativo di ritardare lo scoppio di questa bolla. Negli ultimi anni le operazioni legate agli idrocarburi da scisti sono diventate uno dei più importanti centri di profitto per diverse banche d’investimento. Questo è avvenuto nonostante i pozzi in questo periodo non abbiano mantenuto le promesse in termini di resa: gli operatori – si riporta – hanno sovrastimato le riserve di shale gas e shale oil dal 100 al 500% rispetto alla produzione effettivamente registrata. Molti pozzi sono stati venduti a grandi dell’energia, ma si sono anche messi in circolazione strumenti finanziari complessi come i VPP (volumetric production payments), spesso piazzati, assieme ad altri asset su riserve non provate, a investitori che hanno scarsa dimestichezza con le complesse dinamiche della produzione da fossili, come i fondi pensione. Insomma, i segnali non potrebbero essere più allarmanti.

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