La Cina accelera la sua corsa verso le energia rinnovabili e prova ad allontanarsi dal carbone. Con l’ennesimo rilancio al rialzo sulle energie pulite, la superpotenza asiatica si è posta l’obiettivo di avere entro il 2017 per il fotovoltaico ben 70 GW di potenza installata e per l’eolico 150 GW, mentre le analisi delle politiche in atto mostrano che il paese, primo emettitore mondiale di gas serra, è sulla buona strada affinché i suoi consumi di carbone inizino a calare entro il 2020.

Pechino ci ha ormai abituati a periodici aggiustamenti verso l’alto dell’asticella per le fonti rinnovabili. Gli ultimi obiettivi per il 2017 – annunciati nei giorni scorsi dal sito della National Development and Reform Commission – segnano un’altra forte accelerazione. Per quell’anno il paese vuole ottenere dalle rinnovabili il 13% del fabbisogno elettrico.

Per il fotovoltaico, ad esempio, si conta di raggiungere in meno di 4 anni una potenza doppia rispetto all’obiettivo precedentemente fissato per il 2015, cioè 35 GW, e più che tripla rispetto all’installato attuale, di circa 20 GW. Per l’eolico, partendo dai 90 GW attuali, si punta a 150 GW (sempre al 2017), mentre le biomasse dovranno salire a 11 GW e l’idroelettrico a 330 GW.

Nel piano cinese c’è anche il nucleare, che contribuirà con 50 GW al 2017 e il gas naturale, la cui disponibilità grazie allo sfruttamento di riserve non convenzionali come lo shale gas è prevista in crescita a 250 miliardi di metri cubi nel 2015 e a 330 miliardi nel 2017.

La Cina si è sempre dimostrata piuttosto seria nel perseguire gli obiettivi che si dà e le politiche messe in campo, secondo gli analisti la mettono sulla buona strada per confermarsi leader mondiale nel campo della green economy e per invertire in tempi relativamente rapidi la sua disastrosa dipendenza dal carbone, che fornisce circa il 70% del fabbisogno energetico e che nel 2007 ha causato danni sanitari e ambientali per circa il 7% del Pil.

Secondo uno studio pubblicato nei giorni scorsi dal Grantham Research Institute on Climate Change e dall’ESRC Centre della London School of Economics, autori Fergus Green e Nicholas Stern (allageto in basso), la potenza asiatica ha buone possibilità di fermare la crescita dei suoi consumi di carbone già durante il Piano Quinquennale 2016-2020, per poi iniziare a ridurli.

L’allontanamento dal carbone, attuato con standard e politiche fiscali, stima il report, potrebbe raccogliere una somma pari al 7-9% del Pil cinese da investire nelle tecnologie low-carbon e da usare per abbassare altre imposte, e riparare così parte dei danni fatti dal combustibile fossile.

La crescita sostenibile e, in particolare una pianificazione dello sviluppo urbano all’insegna dell’efficienza energetica, “sarà probabilmente essenziale per il futuro successo della Cina sia in termini economici che ambientali”, afferma il documento.

Gli sforzi che la Cina sta facendo, si sottolinea, sono però comunicati male verso l’esterno: “La Cina potrebbe aumentare la sua influenza informando il resto del mondo sulle sue politiche, come la stesura del tredicesimo Piano Quinquennale. Il contributo cinese (alla lotta al global warming, ndr), viste le performance del passato, è credibile e non dovrebbe necessariamente essere espresso in un trattato formale”, suggeriscono Stern e Green. “Un contributo del genere accrescerebbe in maniera sostanziale la probabilità che azioni di mitigazione più ambiziose siano intraprese anche da altre economie emergenti”.
 

Il report di Stern e Green (pdf)