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La conversione ecologica per risanare società ed economia

Il cambio di paradigma nel sistema è una leva per uscire dalla crisi che altrimenti si avviterà su se stessa. Anche per questo è sempre più indispensabile accrescere l'atavica carenza di informazione tecnico-scientifica che caratterizza il nostro paese. Un articolo di Gianni Mattioli e Massimo Scalia, pubblicato sulla rivista Qualenergia.

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La condizione continua di emergenza che conosciamo ormai da mesi rappresenta un indubbio salto di qualità, in particolare nelle vicende del dissesto idrogeologico; ma, se colpisce la gravità della situazione – via, diciamolo – colpisce anche la mancanza di consapevolezza di questa gravità e delle sue cause nell’opinione diffusa e soprattutto nelle sedi della cultura e della politica. È vero che l’osservazione dei fenomeni, una pur modesta consuetudine con il sapere scientifico, non connotano il nostro Paese – varrà la pena di ricordare quella mozione votata in Senato secondo la quale i cambiamenti climatici non esistono e, se anche qualcosa c’è, non deriva da responsabilità degli uomini – ma questa volta, con il ripetersi quasi quotidiano degli eventi, colpisce il candore stupefatto che accompagna le immagini tremende che si susseguono nei telegiornali. Esse ci ricordano né più né meno che siamo ormai dentro una vicenda di cambiamenti climatici che diviene sempre più urgente e minacciosa.

Il recente contrasto tra la bozza della Commissione UE e l’orientamento del Parlamento di Strasburgo sugli obiettivi al 2030, e i rapporti scientifici che rapresentavano il background di quel dibattito, apre immediatamente l’agenda del “che fare”, peraltro già scandita abbondantemente dai rapporti scientifici stessi, uno per tutti il V rapporto dell’IPCC, che si concentrano – come i lettori di QualEnergia ben sanno – sulla necessità di cambiamenti profondi e sistematici nelle attività connesse con i combustibili fossili e dunque, per conseguenza, con tutto l’impianto energetico del Paese. Senza ripercorrere l’ampio spettro degli interventi di sostituzione di energie pulite e rinnovabili e soprattutto di risparmio energetico, ci limitiamo qui a richiamare lo strumento di una Carbon Tax che, unita al corrispondente sgravio del costo del lavoro, risulti neutrale per il costo di produzione dei beni e si possa, in tal modo, profilare vantaggiosa man mano che le imprese conseguano maggiore efficienza energetica.

E tuttavia l’insieme delle iniziative per rimodellare i consumi di energia e fronteggiare l’emergenza può decollare, in una società in cui si sia pronti e attenti a cogliere le innovazioni tecnologiche e le opportunità organizzative, non solo da parte degli addetti ai lavori o dei tecnici delle imprese, ma potremmo dire a livello di cittadinanza consapevole. Insomma, gli ostacoli su questo percorso nascono non solo dalla presenza ovvia degli interessi di settore, certo giganteschi, ma anche dal fatto che la cittadinanza consapevole non esiste o esiste in minima parte.

Si torna così al problema già evocato di un’alfabetizzazione scientifica della società italiana. Ci ha provato l’UNESCO con il DESS, Decennio (2005-2014) per l’Educazione allo Sviluppo Sostenibile, iniziativa importante, che ha coinvolto le scuole e, in una certa misura, le amministrazioni locali, il sindacato e le imprese: essa ha dato la misura del lavoro enorme che va fatto nella società. Peccato che l’iniziativa vada a concludersi proprio quest’anno, ma suggerisce che è necessario aprire la società a parlare con le sedi scientifiche, a creare un flusso di conoscenze nel senso ampio e transdisciplinare che i tempi comportano.

C’era anche una vecchia idea di un Ministro della Ricerca e dell’Università, Antonio Ruberti – era stato rettore de La Sapienza a Roma – che, verso la fine degli anni Novanta, si pose il problema se avesse senso parlare di democrazia nella società sempre più tecnologica, quando quella società scappa di fronte alle quattro operazioni elementari dell’aritmetica; l’idea di Ruberti era contenuta in un disegno di legge che istituiva un comitato che curasse lo scambio d’informazione coi cittadini, ma anche coi decisori politici, sulle questioni di carattere scientifico e sulle ricadute di esse sulla vita di tutti. La legislatura finì prima che il ddl di Ruberti arrivasse all’approvazione. Peccato che non ci fu nessuno che lo riproponesse nella legislatura successiva.

Nel corso di questo decennio è apparso però sempre più chiaro che, se per far fronte all’era della Mitigazione e ritardare il più possibile quella dell’Adattamento sono inderogabili i problemi di un’informazione adeguata e di un’education che facciano breccia nel muro tecnico-scientifico, una sorta di castello kafkiano per la stragrande maggioranza degli italiani, sembra sempre più necessaria una mutazione profonda, quasi antropologica, dei cittadini di questo mondo globalizzato.

Immediato risuona quel fatidico: «Non ho tempo» evocato, in tutt’altro contesto, da Evaristo Galois, genio immortale dell’Algebra. Quello che era il motto individuale di una giovanissima mente eccezionalmente attiva, diventa il logo che scandisce un’angosciosa contraddizione collettiva del mondo attuale. Nella duplice accezione: non avere tempo per pensare e organizzarsi a far fronte al dramma dello sconvolgimento climatico e quindi ignorarlo, di fatto, nella vita quotidiana e nelle decisioni da prendere e da pretendere. Ma non avere tempo perché i processi innescati dall’insensata crescita dell’attività umana, conseguenza del dominio del modello capitalistico di produzione e delle sue nuove rovinose attuazioni, rendono sempre più esiguo il tempo che la Natura ci concede per tentare di fermarsi per invertire la rotta.

Scienza, ecologia, economia appaiono, fuori della cerchia degli esperti, parole di lusso. Al contrario, sempre di più esse danno la misura del presente e del futuro, ma chiedono qualcosa di più dell’apprendimento. Qualcosa che ha a che fare con più che una nuova democrazia responsabile, oseremmo dire, con l’amore per noi stessi e per le generazioni future. Che tuttavia si può enunciare nei termini più attuali:

  • decenni di accaparramento delle risorse della natura ci consegnano una catastrofe ambientale;
  • decenni di diseguaglianza sociale crescente ci consegnano società a pezzi e un mercato dove la domanda si rarefa sempre di più.

Ma non sarà che produrre risanamento ambientale, energia pulita, mobilità sostenibile, riqualificazione urbana, oltre a fermare la catastrofe, non serva anche a ridare lavoro e coesione sociale, a ottenere cioè quel rilancio che difficilmente verrà dal tentar di vendere automobili o continuare a cementificare le coste e le colline?

Insomma, non sarà che dalla conversione ecologica della società, e per ciò dell’economia, possa venire il risanamento non solo dell’ambiente, ma anche dell’impianto sociale ed economico? Questa ci pare la risposta della razionalità al presente minaccioso, la risposta che può fermare uno scenario che qualcuno dipinge con parole severe: «La brama del potere e dell’avere non conosce limiti. In questo sistema, che tende a fagocitare tutto al fine di accrescere i benefici, qualunque cosa che sia fragile, come l’ambiente, rimane indifesa rispetto agli interessi del mercato divinizzato, trasformati in regola assoluta» (Papa Francesco: “Evangelii Gaudium”, 2013).

L’articolo è stato pubblicato sul n.1/2014 della rivista bimestrale QualEnergia con il titolo “Cambiamenti di sistema” (pdf).

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