Da una parte abbiamo un patrimonio boschivo italiano che dagli anni 50 è raddoppiato ed è in gran parte lasciato a se stesso, dall’altra, con circa 10 milioni di impianti domestici siamo tra i più grandi consumatori europei di legna e pellet, per l’80% di importazione. E ancora: da una parte le biomasse legnose sono una fonte rinnovabile con un bilancio quasi nullo di CO2 e possono portare risparmi, occupazione e maggior cura del territorio, dall’altra, se le filiere non sono gestite bene, la fonte può diventare insostenibile e le emissioni della combustione contribuiscono a peggiorare la qualità dell’aria.

Il mondo dell’energia dal legno è pieno di contraddizioni, ma anche di opportunità e di tutti questi aspetti si è parlato venerdì scorso a Progetto Fuoco, la manifestazione tenutasi in fiera a Verona.

Che la legna possa essere una risorsa per le comunità montane, ad esempio, lo mostra l’esperienza del Comune di Fregona, in Veneto: qui, ha spiegato il sindaco Giacomo De Luca, per riscaldare scuola e asilo, si è realizzata una piccola centrale a biomassa, alimentata con biomasse provenienti dai boschi di proprietà del Comune, che si trova in Cansiglio. I numeri portati dal primo cittadino veneto parlano da soli: con un investimento di 313mila euro si è tagliata la bolletta comunale per il riscaldamento da 60-70mila euro a 6-7 mila euro, oltre a creare lavoro localmente e a garantire la manutenzione dei boschi.

Quello della gestione dei boschi è un aspetto importante: “Tra le sostenibilità del legno – ha spiegato Beppe Croce, responsabile Agricoltura di Legambiente – va considerato il fatto che esso dovrebbe portarci a gestire i boschi cedui abbandonati a se stessi da anni, e dovrebbe permettere di fare manutenzione al territorio e innescare una difesa del tessuto idrogeologico, oggi tanto fragile”.

Peccato che il patrimonio boschivo italiano sia tutt’altro che curato: al momento preleviamo solo una minima parte dell’accrescimento, che è pari a 70mila campi da calcio zeppi di alberi ogni anno. La superficie boschiva nazionale è passata dai 5,5 milioni di ettari del 1950 agli attuali 11 milioni: un’espansione aiutata dall’abbandono dei terreni.

Perché i nostri boschi non vengono valorizzati mentre – come ha spiegato Marino Berton, presidente di AIEL – importiamo ogni anno legna e pellet per circa un miliardo di euro? “I mali dei nostri boschi risiedono nell’avere ‘quattro padroni’ – ministeri dell’Ambiente, delle Politiche Agricole e dei Beni culturali e gestori locali – e nel fatto che non si è ancora compreso come la legna sia una risorsa che porta ricchezza, soprattutto in un mercato in crescita come quello del riscaldamento a biomassa”, spiega Paolo Mori, direttore scientifico della rivista “Sherwood Foreste e Alberi oggi”.

Altro problema delle biomasse legnose è quello delle emissioni: se per quanto concerne la CO2 il bilancio è molto migliore rispetto ad altre fonti, a livello locale bruciare legna peggiora la qualità dell’aria. Sono dunque giustificate le molte opposizioni alle centrali a biomassa? “Molte volte – sottolinea Croce – dietro ai NYMBY contro agli impianti a biomassa c’è poca razionalità. Inquinano molto meno dei caminetti: una centrale da 1 MW termico produce emissioni pari a circa 1.200 caminetti, ma oltre a dare anche elettricità, scalda 5-600 famiglie.”

Gli fa eco Andrea Piazzalunga, ricercatore del Dipartimento Scienze Ambientali dell’Università Milano Bicocca, che ricorda come i grandi impianti permettono un miglior controllo delle emissioni in atmosfera: “Aumentando i rendimenti energetici diminuiscono anche inquinamento e consumi. Come inquinamento atmosferico c’è un rapporto di 1 a 200 tra una centrale a biomassa moderna e una stufa tradizionale”.

Attenzione alla taglia degli impianti, avverte però Croce: “vanno dimensionati in rapporto alla filiera, altrimenti ci si trova a dover ricorrere a biomasse importate, con relativo impatto sulla sostenibilità”. “Per filiere fino a 200 km però i vantaggi in termini di efficienza dati dalla taglia dell’impianto compensano l’impatto del trasporto”, ribatte Arturo Lorenzoni, professore associato di Economia dell’Energia all’Università di Padova.

La soluzione più efficiente dunque sembra essere quella degli impianti di teleriscaldamento, dei quali ha parlato Lorenzoni, ipotizzando la nascita di “una sorta di smart grid del calore, reti in cui diversi produttori-utenti, anche piccoli, potranno scambiarsi calore prodotto da varie fonti”.

Anche sui piccoli impianti domestici però si stanno facendo progressi: “le prestazioni sono molto migliorate e già ora in Italia ci sono impianti che in quanto ad emissioni precorrono già le norme più restrittive, come quelle che entreranno in vigore in Germania nel 2015”, ha spiegato Berton. Il problema è che attualmente le vecchie stufe e le vecchie caldaie costituiscono i 2/3 dell’esistente: “Cinque milioni di impianti – ha detto il presidente AIEL – andrebbero rottamati nei prossimi 10 anni”.