La transizione energetica non sarà un pranzo di gala

Il sistema energetico è troppo complesso per capire quale sarà la sua evoluzione. La difesa dello status quo del settore dei fossili, l'avvento delle rinnovabili, il ruolo del sistema finanziario, i sussidi. Perché l’industria delle rinnovabili non riesce a scalzare quella delle fonti fossili? Un'intervista di Qualenergia.it a Jérôme Dangerman.

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Leggendo articoli e relativi commenti su questo stesso sito, si ha la netta sensazione che in tema di energia si siano creati “partiti” fortemente ideologizzati. I due principali sono quelli, che potremmo chiamare “idealisti”,  sicuri che la rivoluzione energetica delle rinnovabili sia ormai avviata e nulla la fermerà, e quelli che potremmo chiamare “scettici” che credono che non ci sia nessuna rivoluzione o che questa sia impossibile o che sia inutile.  Fra i due, meno rumoroso, c’è il partito dei “realisti”, quelli che pensano che la rivoluzione sia in corso perché necessaria, ma che la sua riuscita sarà molto, molto difficile, e a rischio di completarsi troppo tardi.

Quale sia la situazione reale della transizione energetica, forse ce lo può dire Jérôme Dangerman, economista specializzato in tecnologia ed energia, collaboratore del tedesco Potsdam Institute e dell’americano Santa Fe Institute, che ha recentemente scritto la sua tesi di dottorato presso l’olandese Radboud University (tesi che presto diventerà un libro) proprio analizzando il sistema energetico mondiale e la transizione in corso.

Dr. Dangerman, l’attuale sistema energetico è aperto o no, alla trasformazione?

Direi che è parzialmente aperto, ma soprattutto nell’incorporare elementi che rinforzano il sistema. L’esempio delle tecnologie per lo shale gas è perfetto: sono state prontamente e entusiasticamente incorporate, perché in linea con la struttura già esistente. Gli elementi nuovi, che non sono un rinforzo del vecchio, hanno invece enormi problemi a ritagliarsi una fetta della torta energetica, il che rende doloroso e stressante farsi largo per nuovi venuti come le tecnologie rinnovabili. Questo dipende dal fatto che i sistemi complessi, per evitare di collassare, tendono con il tempo a ottimizzare l’efficienza del loro funzionamento, e solo le tecnologie in accordo con l’esistente vanno in questa direzione. Ma al tempo stesso questo eccesso di ricerca di efficienza rimuove ogni diversità e blocca la vera innovazione, diminuendo la diversificazione e quindi la resilienza del sistema, cioè la sua capacità di affrontare crisi. Alla lunga tutti i sistemi complessi tramontano, ma lo possono fare in due modi: o adattandosi al nuovo o collassando. La mia analisi degli ultimi 40 anni indicano che il nostro sistema energetico va in questa seconda direzione: diventa sempre più rigido e tende al collasso, più che a un saggio adattamento graduale.

Ma come può continuare a prosperare indisturbato, a fronte dei suoi evidenti difetti: dall’inquinamento al cambiamento climatico, dalle tensioni geopolitiche ai prezzi crescenti?

Il sistema sembra invincibile proprio perché è enorme e rigido e il suo sviluppo si basa solo sul seguire le linee tracciate in passato. Quando un sistema evolve così, non hanno molta importanza i suoi svantaggi di breve periodo, soprattutto quando, come in questo caso, ricadono all’esterno, dagli ecosistemi alla salute delle persone. Questi danni, sfortunatamente, non hanno alcuna influenza sulle performance di efficienza del sistema energetico, quindi, per esso non sono importanti. La testardaggine con cui il sistema energetico continua la sua strada, sordo a ogni allarme, dipende ovviamente anche dal suo enorme potere economico e quindi politico, basti considerare che 12 corporation delle 15 più grandi del mondo, secondo Fortune, si occupano di energia.

Ma forse sarà il sistema finanziario ad abbandonare il sistema energetico basato sui fossili, quando comincerà a percepire che un suo naufragio affonderebbe anche lui.

Non ci conterei. Il sistema energetico convenzionale non dipende dal sistema finanziario, si può benissimo sostenere da solo: fra il 2000 e il 2010 le sole cinque più grandi compagnie energetiche del mondo, hanno totalizzato 1000 miliardi di dollari di profitti. Piuttosto, il sistema finanziario  è sempre in cerca di occasioni per ottenere guadagni sicuri e rapidi, e cosa meglio del settore energie fossili per garantirseli? Non è una questione “morale”, ma quasi una scelta obbligata: molti fondi di investimento hanno dentro fondi pensione, che devono per statuto fare profitti senza rischiare troppo per garantire la pensione ai lavoratori. Questo enorme afflusso di capitali verso le compagnie energetiche tradizionali, poi, provoca il noto fenomeno del «successo di chi ha successo»: visto che tutti investono lì si corre dietro alla massa, trascurando alternative e campanelli di allarme.

In questo quadro, allora, quanto dura sarà la transizione verso un sistema energetico più sostenibile?

Quanto lo sarà? In realtà è dura, molto dura già da decenni. E’ dagli anni ’70 che si parla di sostenibilità. Da allora i consumi energetici sono raddoppiati, ma sole e vento, le nostre migliori alternative per sostituire i combustibili fossili, coprono appena lo 0,5 per cento del totale. E’ vero che da qualche anno stanno crescendo rapidamente, e questa è un’ottima notizia. La cattiva notizia è che, a fronte della crisi che abbiamo già innescato su clima ed ecosistemi, la loro velocità di diffusione è ancora molto minore del necessario. Ma non basta, la dimensione dell’industria delle rinnovabili è ancora minuscola di fronte a quella dei fossili. Questo comporta il rischio che anche i pochi progressi fatti si invertano rapidamente, perché industrie così relativamente piccole possono essere facilmente “disturbate” o schiacciate alla concorrenza. Di nuovo lo shale gas è un buon esempio: se gli investitori vengono convinti, anche dalla propaganda mediatica legata al sistema energetico convenzionale, a investire in questa nuova fonte, rischiano di asciugarsi i flussi di finanziamento delle industrie delle rinnovabili, uccidendole. E’ proprio come avere un bambino piccolo: se vuoi che diventi sano e adulto lo devi nutrire, proteggere, dargli spazio per crescere, per tutto il tempo necessario. Non puoi spingerlo subito nel mondo degli adulti, sperando che se la cavi. In questo il ruolo dei governi è fondamentale: in Germania e in altri paesi europei, essi finanziano le tecnologie promettenti ma non ancora profittevoli, a cui gli investitori tradizionali, per i motivi detti prima, non sono interessati. Con il tempo, si spera, l’industria decollerà e i governi potranno ritirarsi. Nella realtà, però, bisogna considerare che i governi danno aiuti anche all’industria dei fossili: a livello mondiale questi battono quelli per le rinnovabili 12 a 1. Il campo di gioco è insomma tutt’altro che livellato.

In questi ultimi anni, però, prima dai paesi europei, e poi da Usa, Giappone, Cina e via via altri paesi, gli aiuti pubblici stanno arrivando. Allora perché l’industria delle rinnovabili non riesce veramente a scalzare quella delle fonti fossili?

Una ragione importante è che, in questo periodo storico, siamo diventati eccezionalmente bravi ad aumentare l’efficienza dell’industria energetica tradizionale, per esempio applicando massicciamente l’informatica, le innovazioni tecnologiche dei processi, i più avanzati principi di management. Questo continuo miglioramento di efficienza, compensa la decadenza quantitativa e qualitativa delle risorse e mantiene il prezzo dell’energia fossile ancora a livelli sopportabili. Questo fa sì che gran parte delle migliaia di miliardi di dollari che corrono ogni giorno per il mondo nei circuiti finanziari, continuino ad essere attirati, invece che dalle alternative, dai profitti, sicuri e rapidi,  ancora garantiti dal vecchio sistema energetico. In altre parole, l’innovazione scientifico-tecnologica sta allungando a dismisura la vita di un sistema energetico che, in assenza di quella, sarebbe già in via di sostituzione da tempo.

Ma forse a invertire questa situazione potrebbero essere la pubblica opinione e la politica. Magari se dessero meno ascolto alle lobby energetiche.

A parte che bloccare l’azione delle lobby mi sembra impossibile, a meno di proibirle e farle diventare sotterranee, quindi molto più inclini ad agire tramite la corruzione, il vero problema è molto, molto più profondo. La realtà è che una moltitudine di attori nel sistema economico mondiale, consumatori, produttori e lavoratori di molte industrie e dei trasporti, pensionati, e soprattutto politici, hanno un fortissimo interesse a breve termine a mantenere lo status quo energetico. Nel caso della politica, per esempio, basti pensare a come il corrente sistema energetico garantisca un mare di tasse per lo Stato, e un costante flusso di energia a relativamente basso costo per gli elettori. Anche per questo cambiare il sistema sarà difficilissimo: preferiamo di gran lunga estendere la vita del vecchio, che arrischiare un cambiamento che darà benefici percepibili solo sul medio o lungo termine.

Ma allora, se non riusciremo a cambiare per tempo il sistema energetico, che cosa ci possiamo aspettare?

Non posso veramente dirlo, il problema delle crisi è che possono assumere molti aspetti e quasi sempre arrivano quando e da direzioni da cui non te le aspetti . Per esempio, parlando solo di crisi a breve-medio termine, un improvviso collasso, potrebbe arrivare se i prezzi dell’energia fossile rimarranno  ancora alti, come ormai accade da diversi anni, o saliranno ulteriormente, drenando troppe risorse dall’economia, provocando un calo della domanda e così un insufficiente afflusso di fondi per far sopravvivere il sistema energetico (che richiede un enorme e costante afflusso di capitali, solo per mantenere la produzione ai livelli attuali). Paradossalmente anche un successo troppo vasto e veloce delle tecnologie energetiche sostenibili, potrebbe innescare una crisi: se la crescita nell’installazione di tecnologie eoliche e solari dovesse veramente esplodere,  potrebbe innescare un improvviso collasso dei giganti dell’energia tradizionale. In parte d’Europa si vedono segni di questo, creando problemi finanziari, fiscali e di occupazione.

Insomma, siamo nei guai?

Mi piacerebbe poter essere più ottimista, ma l’unica cosa che di cui sono abbastanza certo dopo aver analizzato l’evoluzione dei sistemi energetici,  è che il fatto che, dopo i cambiamenti “spontanei” del passato, da legno al carbone, dal carbone al petrolio, sono  ormai da 40 e più anni che, nonostante le molte buone ragione per cambiarlo, il sistema energetico non muta e si irrigidisce, così che, invece di adattarsi al cambiamento, cerca di bloccarlo, ponendo ostacoli all’ingresso di tecnologie che rivoluzionino veramente i paradigmi di produzione e consumo, le uniche che potrebbero ridurre i rischi di collasso improvviso. Questo ci sta mettendo in un crescente stato di rischio, forse è diventato addirittura una bomba che attende il momento di esplodere.

Possiamo fare qualcosa?

Come detto prima, spetta ai governi fare ogni sforzo per spostare gli incentivi dati al sistema energetico tradizionale, verso un sistema energetico più sostenibile. Dove questo è stato fatto, come in Germania, Spagna, Italia, i risultati, almeno a livello nazionale, si sono visti. Purtroppo, globalmente, quello che conta è soprattutto come le nazioni emergenti stanno strutturando il loro sistema energetico: imitando quello delle nazioni di vecchia industrializzazione, automaticamente favoriranno i grandi player dell’energia fossile. Una misura utile, che però ha ben poche possibilità di essere attuata vista la potenza politica delle corporation dell’energia, sarebbe quella di far pagare ai loro azionisti le esternalità che l’uso del quelle fonti energetiche provoca, così da rendere quegli investimenti meno vantaggiosi e spostare gradualmente il flusso di capitali verso fonti più sostenibili. 

Ma riesce ad immaginare come un sistema alternative ai fossili potrebbe funzionare? Il nucleare potrebbe avere una parte in questa alternativa?

Il sistema energetico mondiale è di una tale complessità, che sarebbe veramente presuntuoso da parte mia provare a prevedere a cosa potrebbe somigliare dopo una transizione. I sistemi complessi sono troppo imprevedibili, quando si trasformano, basti pensare all’evoluzione della vita. Tanto più che nel caso dei sistemi energetici a dirigere il cambiamento è il flusso di denaro, che, globalmente, almeno per ora, continua ad andare ancora in gran parte verso i combustibili fossili. Una cosa che si può dire però è che, proprio a causa di come la finanza funziona, sicuramente anche in futuro ci sarà una tecnologia, o un gruppo di tecnologie, che domineranno sulle altre, proprio a causa della tendenza del denaro di correre nella direzione percepita come quella “di successo”. Al momento, per esempio, l’enorme interesse, e relativi flussi di denaro,  verso le tecnologie di accumulo elettrico, mi fa pensare che presto almeno il problema di come compensare l’intermittenza di alcune fonti rinnovabili, sarà risolto.  Quanto al nucleare, il suo uso futuro dipenderà molto dalla sua percezione agli occhi dell’opinione pubblica, e quindi da quanto riuscirà a rassicurare il pubblico sui suoi rischi e problemi. E questo perché non c’è industria energetica al mondo che abbia contato e conti di più sui sussidi pubblici: forse ne ha presi di più il nucleare di tutte le altre fonti messe insieme. Alcuni esperti citano scherzosamente questa tendenza del nucleare ad aver sempre bisogno di aiuto dicendo che è l’unica industria al mondo che “not learning by doing”, “non apprende operando”.

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