L’efficienza e il risparmio energetico sono ormai tra le locuzioni, e i temi, più popolari del composito mondo dell’energia, superate solo dalle fonti rinnovabili. È ancora però molto modesta l’attenzione dedicata alla misura, alla diagnosi e alla certificazione, messe in ombra da tecnologie più o meno nuove e più o meno avanzate e innovative da incentivare.

La possibilità di verificare l’effettiva riuscita degli interventi (e delle sostituzioni) eseguiti è invece elemento cruciale dell’articolato puzzle dell’efficienza energetica: gli interventi, realizzati spesso da ESCo in regime contrattuale di Energy Performance Contract (EPC), sono oggetto di incentivazioni statali, che contribuiscono significativamente alla redditività dell’investimento.

Poiché il rischio legato al fallimento o a scarse prestazioni dell’intervento grava prevalentemente sulle ESCo (grazie anche a un’evoluzione dei modelli di EPC, giova ricordare che i primi EPC erano più simili a energy service contract, dove i risultati e le performance del sistema gestito non erano un rischio per la ESCo), la valutazione obiettiva delle performance del sistema dovrebbe diventare il fattore principale in un processo di mitigazione dei rischi.

In questo quadro, la misura dell’esistente e la condivisione di un sistema di misurazione standardizzato diventano necessari a partire innanzitutto da una specificità della misura per progetto e per settore di riferimento. Il tema è stato affrontato in vari modi e con numerosi interventi normativi, anche specifici.

Il primo contesto standardizzato per valutare le prestazioni di misure di efficientamento energetico, l’International Performance Measurement and Verification Protocol (IPMVP), è stato elaborato già a cavallo tra il 1996-97; ad oggi però un protocollo standard non è ancora stato adottato in forma definitiva.

Più recenti sono gli interventi normativi europei. L’ultima Direttiva sull’efficienza energetica, la 2012/27/UE, per esempio, prevede che gli Stati membri provvedano a “elaborare programmi intesi ad incoraggiare le PMI a sottoporsi a audit energetici” e che tali programmi vengano resi obbligatori per le grandi imprese con cadenza periodica.

Viene altresì prevista l’indipendenza, non solo formale, dell’audit al fine di garantire una obiettività dei risultati: i soggetti responsabili dell’analisi non possono essere coinvolti nel progetto di efficientamento del sistema analizzato e devono essere certificati nell’ambito di programmi pubblici. Gli stati membri possono poi prevedere l’istituzione di regimi di sostegno (particolarmente rivolti alle PMI) che servano a coprire i costi degli interventi raccomandati dalle diagnosi stesse.

La prescrizione nasce probabilmente dalla constatazione che oggi spesso l’audit viene fornito gratuitamente da parte di ESCo o soggetti interessati all’attività ingegneristica, quasi a completare una attività di prevendita volta a vincere e chiudere il contratto finale. È evidente però come questo comportamento incida notevolmente sull’indipendenza dell’analisi energetica, depotenziandone i contenuti, e sulla sua qualità, sollevando naturalmente dubbi sul livello di approfondimento e specificità di un audit gratuito e di prevendita, per non dire della sua correttezza.

Va anche detto però che una diagnosi energetica completamente indipendente, pur garantita dalle certificazioni dei soggetti preposti, rischia di sollevare problemi di accettazione dei risultati da parte di chi dovrà implementare in concreto l’intervento e le raccomandazioni previste, sia in termini di affidabilità che di autorevolezza. Da qui dunque la necessità di garanzie (minime) di professionalità per i soggetti che svolgono analisi e diagnosi.

È la stessa Direttiva 2012/27/UE che fornisce delle indicazioni in merito prevedendo, oltre all’indipendenza della diagnosi e alla procedura di certificazione dei soggetti preposti ad essa, anche un flusso di processo che eviti la gratuità dell’audit se non quando l’intervento raccomandato dalla stessa abbia effettivamente luogo.

I problemi che si vengono a creare con un approccio di questo tipo sono diversi e ad oggi ancora aperti, nonostante il proliferare delle normative in materia. Uno di questi è legato all’indipendenza dell’analisi e alla valutazione del ritorno economico dell’intervento: l’impossibilità di controllare direttamente l’audit energetico su cui si basa un intervento potrebbe spingere le ESCo che operano in regime di EPC a non farsi carico degli interventi per gli eccessivi rischi economici sottesi, nonostante le analisi siano eseguite da soggetti certificati.

Un altro problema è sostanzialmente riconducibile all’aspetto culturale, riassumibile con le difficoltà dell’industria nell’acquisire consapevolezza dei propri consumi energetici.

Due, in sintesi, le vie d’uscita ipotizzabili. La prima regolatoria con interventi specifici sul mercato: incentivi – non necessariamente monetari – per l’industria, in modo particolare per le piccole e medie imprese. I grandi consumatori, infatti, hanno attivato da tempo un percorso di efficientamento dotandosi di strumenti e personale in grado di conoscere e valutare i propri consumi energetici, considerandoli come un basilare fattore di competizione. La seconda legislativa, più lunga e complessa, implica che l’audit energetico venga reso obbligatorio per legge. Questa ultima è una strada che sicuramente si può provare a percorrere, ma crediamo che non mancherebbero ostacoli, problemi e un diffuso malcontento per un’altra, ennesima imposizione.