Si è aperta ieri a Varsavia la diciannovesima Conferenza delle Parti, la Cop 19, l’ennesima tappa dei negoziati per decidere come difendersi dal global warming. Un processo troppo lento e macchinoso rispetto all’evoluzione della situazione climatica. I dati dimostrano peraltro come la transizione energetica non sia abbastanza veloce. Secondo quelli pubblicati proprio in queste ore nel World Energy Outlook 2013 della International Energy Agency le fossili rimarranno a lungo preponderanti, anche perché i sussidi destinati a gas petrolio e carbone sono il quintuplo di quelli stanziati a favore delle energie rinnovabili.

Esamineremo i risultati della Cop 19 alla fine dell’incontro. Per ora vi risparmiamo le dichiarazioni di intenti con cui si è aperta la conferenza, comprese quelle del segretario dell’UNFCCC, Christiana Figueres, e quelle della presidenza della Cop 19, assegnata alla carbone-dipendente Polonia (nella persona del ministro dell’Ambiente Marcin Korolec), una tra le nazioni che finora più hanno frenato la lotta alla riduzione delle emissioni.

A far risaltare la vuotezza delle parole, è arrivato in questi giorni l’avvertimento doloroso della Natura, con la tragedia di Hayan che ha fatto oltre 10mila morti nelle Filippine: se non si può affermare con certezza il nesso di causalità tra questo singolo tifone e riscaldamento globale, sembra assodato che tra gli effetti provocati dall’aumento della temperatura media del pianeta ci sia un aumento della frequenza e dell’intensità di questi fenomeni meteorologici estremi.

“Il mio Paese si rifiuta di accettare un futuro dove i supertifoni diventino un evento regolare, il mio Paese si rifiuta di accettare una 30a e poi una 40a conferenza per risolvere il problema dei cambiamenti climatici”, ha dichiarato il delegato filippino Yeb Sano.

La speranza è che dalla Cop 19 arrivi qualcosa di concreto. Innanzitutto c’è da mettere in pratica l’impegno di fornire aiuti finanziari ai paesi in via di sviluppo per adattarsi al clima che cambia, preso a Cancun nel 2010. Poi occorre tracciare la strada per ridurre le emissioni, tutta ancora da definire (prossima tappa la conferenza di Parigi a maggio 2015).

Quanto siano urgenti azioni di mitigazione e adattamento, d’altra parte, lo mostrano regolarmente report sfornati dalle più autorevoli istituzioni. Primo fra tutti l’ultimo assessment dell’Intergovernmental Panel on Climate Change, che parla di possibili aumenti della temperatura anche oltre i 5 °C rispetto ai livelli pre-industriali entro fine secolo.

Cosa questo possa significare e quanto il global warming stia già facendo danni lo mostra anche un report della Banca Mondiale, uscito un paio di mesi fa. Vi si stima che gli effetti di un riscaldamento globale anche solo di 2 °C intrappoleranno milioni di persone nella povertà e che, con aumenti tra i 2 e i 4 °C, si avrebbero conseguenze disastrose su agricoltura, risorse idriche, ecosistemi costieri e città, soprattutto nelle aree più vulnerabili del pianeta, come Africa sub-saharina e Asia meridionale e del Sud-Est.

Scenari verso i quali ci stiamo muovendo a tutta velocità. Che la decarbonizzazione dell’economia mondiale stia procedendo troppo lenta per evitarli lo ha spiegato un recente studio di Pricewaterhouse Coopers. Di questo passo, si legge nel report, già al 2034 avremo esaurito tutto il carbon budget del secolo, cioè la quantità di carbonio che possiamo bruciare da qui al 2100 se vogliamo che il riscaldamento globale si mantenga entro la soglia critica dei 2 °C. Per raggiungere l’obiettivo, la carbon intensity mondiale, cioè il rapporto tra emissioni di CO2 e Pil, dovrebbe ridursi del 6% ogni anno. Purtroppo sta calando solo dello 0,7%. Anche se il tasso raddoppiasse, staremmo comunque viaggiando verso un aumento della temperatura media globale di oltre 4 °C.

Una constatazione cui si aggiungono le preoccupanti previsioni contenute nell’ultimo, al solito conservativo e conservatore, World Energy Outlook della IEA, l’edizione 2013, presentata questa mattina. Nello scenario “mezzano” dipinto da IEA (il New Policies Scenario) la domanda mondiale di energia da qui al 2035 cresce di un terzo e le fonti fossili continuano a essere preponderanti, fornendo il 76% dell’energia (contro l’82% del 2011), le emissioni del settore energy crescono così del 20%, arrivando a 37,2 Gt e spingendo il pianeta verso un riscaldamento di 3,6 °C. Insomma, la transizione energetica in corso è non è abbastanza veloce ed incisiva: uno dei motivi è da ricercarsi negli ingenti aiuti che le fossili continuano a ricevere; nel 2012, si legge nell’ultima edizione del WEO, ammontavano a 544 miliardi di dollari contro i 101 andati alle rinnovabili.

 

 

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