Favorire lo sviluppo delle energie rinnovabili deve essere un imperativo sia del presente che del prossimo governo. Ad oggi, il trend dello sviluppo di tali tecnologie è stato sicuramente positivo, anche se una serie di ostacoli sono comunque presenti, e ne impediscono un’evoluzione continua. La ricerca cui qui si fa riferimento ([1]) è volta ad evidenziare questo tipo di barriere attraverso un’analisi del sistema energetico italiano, condotta seguendo la prospettiva e gli strumenti offerti dalla scuola di pensiero scandinava dei sistemi di innovazione.

Un sistema d’innovazione può essere definito come quell’insieme di istituzioni e organizzazioni che creano e si scambiano il knowledge arrivando a concepire nuove tecnologie, all’interno di politiche e strutture incentivanti nazionali o internazionali (Lundvall, 1992) ([2]). Attraverso questa struttura è stato quindi possibile evidenziare una serie di barriere che rallentano lo sviluppo di tecnologie rinnovabili, tra cui il disallineamento degli obiettivi delle politiche nazionali, una struttura inefficiente del sistema incentivante, la mancanza di sensibilizzazione pubblica sull’importanza dell’energia rinnovabile e un inadeguato grado di innovazione all’interno delle aziende italiane.

Quest’ultimo è uno degli aspetti più importanti, in quanto è dovuto ad un insieme di fattori che hanno fondamentalmente a che fare con la bassa attività di networking delle imprese con altre aziende, università, o istituti di ricerca pubblici. Infatti, tale attività consente uno scambio di conoscenze tra le parti e, quindi, la creazione e la diffusione di nuovo sapere che è alla base di ogni processo innovativo.

Lo scenario in chiave internazionale può essere descritto tramite i dati riportati dall’Ocse ([3]): in generale, in Italia, solo il 5% delle PMI e il 30% delle grandi aziende svolgono attività di cooperazione con università e istituti di ricerca pubblici. La Spagna è ai nostri stessi livelli, mentre la Finlandia presenta percentuali maggiori, rispettivamente del 26% e 67,7%.

La percentuale osservata nelle PMI italiane è estremamente bassa, soprattutto se si considera l’importanza di queste ultime: è proprio nella moltitudine delle PMI che spesso si cela l’eccellenza italiana, che è riconosciuta anche all’estero e diventa fonte di vantaggio competitivo all’interno del mercato internazionale. Non a caso, nelle filiere di diverse tecnologie rinnovabili si può identificare un alto numero di aziende italiane, molte delle quali di piccole e medie dimensioni. Basti pensare che nella filiera del solare fotovoltaico, il 70% del volume d’affari totale nel settore della distribuzione sia generato da imprese italiane; la percentuale sale al 75% per il settore del design/installazione. Inoltre, il grafico mostra come in particolari settori sia della filiera eolica che fotovoltaica la maggior parte delle aziende operanti nel territorio nazionale sia italiana.

Grafico – Elaborazione dell’autore dei dati Anev (2012) e Agenzia per l’innovazione e la diffusione delle tecnologie per l’innovazione (2013) (4)

 

La presenza di un’elevata attività di networking sia a livello locale che nazionale è un fattore estremamente rilevante per consentire uno sviluppo continuo delle tecnologie rinnovabili e favorire l’innovazione. È necessario che le autorità pubbliche attuino politiche al fine di creare un terreno fertile per facilitare la cooperazione e la collaborazione tra le diverse parti. Ad oggi vi sono iniziative volte a realizzare questo obiettivo, come la creazione di distretti industriali delle rinnovabili, e di poli di innovazione. Mentre questi ultimi sono costituti a livello regionale, i primi affondano ancora di più le radici nel territorio, nascendo a livello comunale. La prova empirica della debolezza del supporto pubblico alla creazione di questa tipologia di network è evidente, in quanto la maggior parte dei distretti si forma spontaneamente, e solo pochi sono policy-driven. All’interno di questi network collaborano in larga parte istituzioni pubbliche e imprese, ma anche università, centri di ricerca e comunità locali.

Un’ulteriore distinzione fra le due tipologie di network sta nell’obiettivo. Le parti coinvolte all’interno dei poli di innovazione puntano a collaborare per stimolare e sviluppare l’innovazione, mentre all’interno dei distretti delle rinnovabili si mira a favorire esclusivamente lo sviluppo di tecnologie rinnovabili. Ciò avviene in modo differenziato: la biomassa è la tecnologia in cui opera il 74% dei distretti, seguita dal solare e dall’eolico, rispettivamente al 37 e al 25%, e dalla tecnologia idroelettrica e geotermica.

In primis è quindi opportuno sviluppare politiche che puntino a favorire la creazione di simili network nelle aree in cui queste realtà sono assenti, ma non meno importante è creare politiche di integrazione fra la moltitudine di network locali presenti in Italia. È doveroso sottolineare come la presenza di tali realtà sia di maggiore densità nelle regioni del Nord Italia, le quali presentano anche la maggiore percentuale di imprese innovative. Infatti, nel Friuli-Venezia Giulia quasi il 60% delle imprese sono innovative, regione seguita a breve distanza da Veneto, Emilia-Romagna, Lombardia e Piemonte. Le regioni del Sud presentano percentuali di gran lunga più basse: troviamo Calabria, Sardegna e Molise che gravitano attorno al 40%, seguite dalla Basilicata al 38%.

Diminuire il divario fra le regioni del Nord e quelle del Sud è una sfida che può essere affrontata tramite lo sviluppo di politiche che aumentino la collaborazione e la cooperazione, per creare canali di trasferimento di knowledge da Nord a Sud e viceversa. La creazione di tali politiche apporterebbe un rilevante contributo anche all’interno del mercato del lavoro. Infatti, una più stretta collaborazione fra istituzioni pubbliche, imprese e università creerebbe come esternalità positiva un aumento di occupazione, soprattutto giovanile. Facendo riferimento ad un recente dato sulla disoccupazione giovanile, che si è attestata al massimo storico di 41,9% ad aprile 2013, implementare tali politiche potrebbe almeno portare alla creazione di nuove possibilità occupazionali, soprattutto nel Sud, dove la disoccupazione è maggiore.

Da non dimenticare è anche l’impatto occupazionale sul medio e lungo termine dovuto allo sviluppo delle energie rinnovabili: si stima che il settore del solare fotovoltaico arrivi ad occupare in modo diretto 18.000 lavoratori, e 45.000 in modo indiretto. Per il 2020, le stime dell’eolico sono anche leggermente superiori, in quanto questa tecnologia creerà occupazione rispettivamente per 20.000 e 50.000 lavoratori, e sarebbero addirittura maggiori se si concedessero le autorizzazioni per la costruzione di impianti eolici offshore.

L’Italia avrebbe un enorme potenziale da poter sfruttare se solo il settore pubblico avesse il coraggio di combattere la moltitudine di interessi esistenti che mirano a rendere difficoltoso lo sviluppo delle rinnovabili. Averla vinta in questa battaglia porterebbe diversi benefici per l’intero paese, da una diminuzione della dipendenza energetica dai paesi stranieri (anche grazie alle innovazioni nel settore dello stoccaggio dell’energia solare), alla diminuzione del costo dell’energia elettrica, alla crescita dell’occupazione e anche dell’economia. Non di minore importanza devono essere considerati i benefici ambientali che l’uso di tali tecnologie comporterebbe, considerando la minaccia rappresentata dal cambiamento climatico, e quindi l’urgenza di un cambiamento nello stile di vita dei paesi occidentali a fronte dell’ingente crescita economica nei paesi emergenti: l’Italia potrebbe addirittura essere di buon esempio per gli altri paesi occidentali.

(Articolo originariamente pubblicato su www.sbilanciamoci.info)

 

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