È esplosa nel giro di pochi mesi, è uno dei movimenti cresciuti più rapidamente nella storia degli USA e ha già raggiunto Europa e Australia. È la campagna per il fossil fuel divestment, ovvero come liberarsi dalle fonti fossili facendo pressione su chi quelle fonti indirettamente le sostiene.

Tutto è partito dall’iniziativa di alcuni studenti universitari, preoccupati per l’impatto degli idrocarburi e consapevoli che saranno proprio loro a ereditare le conseguenze della crisi climatica. Stanchi di sentirsi dire a lezione che le fonti fossili provocano il global warming, sapendo poi che le stesse università che insegnavano loro cosa sono i cambiamenti climatici avevano interessi nelle compagnie petrolifere, questi studenti hanno deciso di chiedere un impegno concreto agli atenei: disinvestire dalle fonti fossili (vedi anche Qualenergia.it, Quando la parola d’ordine è ‘disinvestiamo nel fossile‘).

L’assunto è semplice: non dobbiamo e non possiamo permetterci di superare i due gradi di riscaldamento del pianeta. È quella la linea rossa su cui i grandi della Terra convengono. Per non superarla abbiamo ancora un margine di possibili emissioni di circa 500 miliardi di tonnellate di anidride carbonica che, agli attuali livelli di emissioni, consumeremo in appena 40 anni. Tuttavia le riserve di fonti fossili a disposizione sono pari a 5 volte le quantità che, secondo gli scienziati, potremmo bruciare senza superare quei due gradi di temperatura. E allora è necessario fermare l’industria del petrolio, del carbone e del gas prima che, per amor di profitto, decida di ignorare le raccomandazioni della scienza mettendo in grave pericolo l’intera umanità. E nel sistema del libero mercato il modo migliore per farlo è privare quell’industria di risorse.

Disinvestimento è semplicemente il contrario di investimento. Molte istituzioni, tra cui le università, detengono azioni di diverse compagnie. Azioni che generano profitti con cui tali istituzioni finanziano le proprie attività. L’idea è di fare pressioni affinché un elemento etico entri nelle scelte su dove investire: se siamo tutti d’accordo sul fatto dei danni provocati dalle fonti fossili, allora dovremmo smettere di fare profitti sulle compagnie che lavorano in quell’ambito. Nel mirino c’è un a lunga lista di società petrolifere e del carbone tra cui Exxon Mobil, Chevron, ConocoPhillips, BP, Gazprom, Lukoil, Severstal. E seppure il danno causato dal disinvestimento delle università sarebbe minimo per queste compagnie, l’obbiettivo principale è quello di attirare l’attenzione dell’opinione pubblica e riportare lo sguardo della società civile sulla questione del climate change.

“L’idea non è di mandare in bancarotta queste compagnie: sono le più ricche imprese della storia. Ma possiamo fargli un occhio nero – ha scritto su The Guardian Bill McKibben, un attivista che ha un ruolo chiave nel lanciare la campagna per il disinvestimento dalle fossili  – e iniziare a indebolire il loro potere politico. È quello che è successo un quarto di secolo fa quando, nel mondo occidentale, le istituzioni hanno ritirato le loro quote dalle compagnie che facevano affari con l’apartheid in Sud Africa”.

Ad oggi ci sono più di 300 campus che hanno attivato campagne per il disinvestimento dalle fonti fossili. Tante le sigle, i gruppi e le associazioni. Uno dei movimenti più attivi è Fossil Free che, nato come derivazione di 350.org, già dal 2010 è attivo all’interno dello Swarthmore College, un’università alle porte di Philadelphia. Il primo college a decidere per il disinvestimento è stato l’Hampshire College, una piccola università del Massachussetts che già nel 1979 era stato la prima scuola americana a disinvestire dal Sud Africa. Sono seguiti l’Unity College il College of the Atlantic, in Maine, e lo Sterling e il Green Mountain College in Vermont. Altre università, comprese Yale e Stanford, hanno creato gruppi di pressione. Ad Harvard, gli studenti hanno indetto un referendum per decidere se l’ateneo dovesse disinvestire dalle fossili e il 71% ha votato in favore.

Il movimento, in rapida crescita, è ora uscito dalle aule universitarie per arrivare ad altre istituzioni, fondazioni, organizzazioni religiose, amministrazioni comunali. A Santa Monica, in California, il direttivo del cimitero municipale ha di recente annunciato la vendita delle proprie azioni in aziende del settore delle fossili, del valore di un milione di dollari. Anche New York City ha una sua campagna con tanto di petizione per spingere la città a ritirare gli investimenti dalle aziende del carbone, del petrolio e del gas, con cui vengono alimentati i fondi pensione per i dipendenti comunali, gli insegnanti, la polizia, i vigili del fuoco e i dipendenti delle scuole cittadine.

Anche Al Gore ha pubblicamente appoggiato la campagna: “Se fossi uno studente, sosterrei quello che state facendo – ha detto l’ex vicepresidente agli studenti di Harvard –  Ma se fossi un membro del consiglio direttivo farei quello che ho fatto quando abbiamo affrontato la questione dell’Apartheid. Questa è un’opportunità di apprendimento e sensibilizzazione, un’occasione per discutere il capitalismo sostenibile”. E addirittura la Casa Bianca guarda con favore all’iniziativa: a fine giugno, nel discorso alla GeorgeTown University, dedicato ai cambiamenti climatici, il presidente Obama ha esplicitamente usato il termine “disinvestire”, una scelta che il New York Times ha interpretato come “un chiaro segnale alle migliaia di studenti universitari che da ormai quasi un anno stanno alzando le barricate, esortando i loro atenei a ripulire le proprie sovvenzioni dalle azioni nelle aziende delle fonti fossili, come modo per imporre i cambiamenti climatici in cima all’agenda politica nazionale”. Inoltre, in un recente rapporto sull’efficienza energetica dei microonde, il Dipartimento dell’Energia ha annunciato che nei suoi calcoli utilizzerà costi sociali dell’anidride carbonica più alti che in passato: da 22 dollari per tonnellata si passerà a 36, con un aumento del 60%

L’Europa fa la sua parte con alcune università che hanno avviato campagne simili e l’attivissimo gruppo Fossil Free Europe che è approdato anche all’Università di Milano. Lontano dall’essere un movimento ingenuo che punta a obbiettivi utopici, la campagna per il fossil fuel divestment sta guadagnando credibilità tra istituzioni e ricercatori di provata reputazione. E seppure non sarà in grado di mettere in ginocchio l’industria del petrolio, potrà certamente mandarle un segnale forte.