Rimediare alla conseguenze dei due più gravi incidenti nucleari della storia sta curiosamente incontrando due ostacoli opposti. A Fukushima è un eccesso di acqua a rendere difficile la messa in sicurezza dei resti della centrale Daichi, distrutta dallo tsunami del marzo 2011. A Chernobyl, la centrale esplosa nell’aprile 1986, a seguito di un incosciente esperimento portato avanti dai controllori dell’impianto, il pericolo viene invece dal fuoco.

A indicare quale sia il problema maggiore a cui i 3000 operai della Tepco, l’azienda, oggi nazionalizzata, che possiede la centrale di Fukushima, debbano far fronte nel rimediare al disastro, sono un migliaio di enormi contenitori di acqua in acciaio, alti 11 metri, che coprono ettari ed ettari del terreno tutto intorno ai quattro reattori coinvolti nel disastro.

Ognuno di quei contenitori ospita 300 metri cubi di acqua, pompata fuori dai sotterranei degli edifici dei reattori. Acqua di raffreddamento che fuoriesce pesantemente contaminata dai contenitori in acciaio dei reattori danneggiati dalle esplosioni e dalla fusione del nocciolo. E che va a mischiarsi all’acqua di falda che invade ogni giorno i sotterranei dei reattori. Se non se ne pompassero via fino a 400 metri cubi ogni giorno, l’acqua radioattiva traboccherebbe dai sotterranei per poi fluire nel mare davanti la centrale, peggiorando la già pesante contaminazione costiera.

Una situazione ironica, se non fosse tragica, visto che tutto il disastro cominciò proprio con il non riuscire a trovare acqua dolce per raffreddare in emergenza i tre reattori surriscaldati. Per fortuna il direttore della centrale, recentemente morto di tumore all’esofago (probabilmente non legato all’incidente), alla fine evitò una catastrofe di proporzioni ancora maggiori, raffreddando i reattori con acqua di mare, nonostante il divieto della Tepco.

Ora di acqua dolce a Fukushima ne hanno così tanta che dovranno tagliare una foresta dietro alla centrale, per ospitare altri serbatoi, fino a raccogliere nel 2015 400.000 tonnellate di acqua radioattiva, sperando che nel frattempo il pompaggio di acqua da nuovi pozzi scavati a monte, blocchi o almeno riduca l’afflusso di acqua di falda nella centrale.

Anche se i nuovi pozzi funzionassero, però, resta il problema di cosa fare di questa montagna di acqua contaminata, visto anche che i serbatoi frettolosamente assemblati hanno una vita di soli 3 anni, poi cominceranno a perdere, facendo ripartire da capo il problema. La Tepco conta di ripulire l’acqua raccolta filtrandola con resine scambiatrici, eliminando così 62 isotopi radioattivi solidi, fra cui il più pericoloso di tutti, il cesio 137, ma resterebbero quelli gassosi, e in particolare il trizio, che la filtrazione non riesce ad abbattere sotto a livelli 85 volte più alti di quelli massimi consentiti. L’azienda spera di ottenere un permesso per scaricare comunque l’acqua filtrata in alto mare. Forse è l’unica soluzione possibile, ma che certo non farà felici gli abitanti del Giappone e delle altre nazioni che si affacciano sul Pacifico.

L’altro grande problema immediato di Fukushima concerne sempre l’acqua: come spostare le oltre 1500 barre di combustibile esaurito che si trovano sopra l’edificio del reattore 4, pesantemente danneggiato dalle esplosioni (anche se ora rinforzato da una massiccia impalcatura), in una nuova piscina costruita a terra 50 metri più all’interno. Le barre sono così attive per il decadimento radioattivo, che rischiano di incendiarsi se restano all’asciutto anche solo per pochi minuti. La Tepco conta di completare l’operazione entro un anno, ma in molti dubitano che sia possibile. Sicuramente l’intera messa in sicurezza dell’area, richiederà almeno 40 anni.

Mentre Fukushima affoga nell’acqua radioattiva, a Chernobyl si teme il fuoco. No, non quello che devastò il reattore 4 della centrale e che fu spento, al costo di decine di vite, sotto una montagna di sabbia, argilla, piombo e borati, per assorbire i neutroni. Ma il fuoco che potrebbe avvolgere la foresta intorno alla centrale fantasma.

Sono infatti 27 anni che a nessuno è più consentito di entrare in quei 2000 ettari di boschi, che fanno parte dell’«area di esclusione» intorno alla centrale, perché fortemente contaminati dalla nube radioattiva fuoriuscita dal reattore squarciato dall’esplosione. Da quasi trenta anni, quindi, per impedire la diffusione di materiale contaminato, in quell’area nessuno taglia più alberi, raccoglie legna a terra, pulisce il sottobosco, rimuove alberi morti. Nulla. L’intera foresta è così diventata un groviglio di cespugli, cataste di foglie e rami caduti e alberi, vivi e morti, soprattutto conifere resinose, ad altissimo rischio di incendio. Rischio ancora più elevato in questi ultimi anni, visto che degli anni ’80 anche in Ucraina il clima è diventato più caldo e più secco, con frequenti e violente ondate di calore estivo, che innalzano il rischio di incendi forestali devastanti, come quelli avvenuti in Russia intorno a Mosca durante l’ondata di calore del 2010, che bruciarono incontrollati per giorni e giorni.

I pompieri locali sorvegliano attentamente i boschi intorno alla centrale, pronti a spegnere i focolai appena appaiono, ma se le cose dovessero sfuggirgli di mano, non avrebbero mezzi adeguati per domare un grande incendio, che potrebbe ripetere, in scala minore, quanto avvenuto nell’aprile 1986. Le analisi rivelano infatti che la contaminazione nel bosco sigillato è ancora molto alta a causa soprattutto di cesio 137, stronzio 90 e plutonio 238 (i tre isotopi di lunga vita più pericolosi usciti dal reattore), anche se distribuita in maniera disomogenea, con parti quasi “pulite” e altre rimaste radioattive come nel 1986, perché l’interazione fra suolo, funghi, piante e batteri, ha redistribuito i radionuclidi piovuti uniformemente dall’alto, evitando sì che fuoriuscissero dall’area di esclusione, come si sperava, ma al tempo stesso concentrandoli nel materiale organico, e combustibile, della foresta.

Un esperimento compiuto nel 2002, bruciando in modo controllato 8000 metri quadri di bosco vicino alla centrale, ha rivelato che i fumi portavano in aria circa il 10% del cesio e dello stronzio contenuti nelle piante. Ma, un incendio su vasta scala, raggiungendo temperature maggiori, brucerebbe interamente gli alberi, liberando molti più radionuclidi e portandoli molto più in alto e lontano. La nube di fuliggine che si libererebbe da un simile incendio, potrebbe di nuovo trasportare la radioattività del reattore quattro della centrale, per centinaia di chilometri tutto attorno, decenni dopo quella maledetta notte del 26 aprile 1986.

 

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