Congo: affonda la piattaforma petrolifera di Saipem del gruppo Eni

  • 3 Luglio 2013

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Nella notte del 2 luglio affonda nell'Oceano Atlantico il Perro Negro 6, una delle 6 piattaforme marine 'offshore' di Saipem, sussidiaria di Eni. Per Greenpeace Italia il disastro ripropone con urgenza la questione della sicurezza di questi impianti, proprio quando anche nei nostri mari è in corso un vero e proprio assalto all’oro nero.

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Nella notte del 2 luglio affonda nell’Oceano Atlantico il Perro Negro 6, una delle 6 piattaforme marine ‘offshore’ di Saipem, sussidiaria di Eni, è attiva nella realizzazione di impianti petroliferi e nella perforazione. Il bilancio dell’incidente è per ora di un disperso e 6 feriti, oltre, naturalmente, alla perdita del mezzo autosollevante, costruito in Indonesia nel 2009.

Il Perro Negro 6, in grado di operare in acque profonde oltre i 100 metri, è affondato in prossimità della foce del fiume Congo, ad una profondità di circa 40 metri, tra le coste dell’Angola e della Repubblica Democratica del Congo. Fatale è stato – secondo la ricostruzione dell’azienda – il cedimento del fondo marino sotto una delle 3 gambe del Perro, che è in grado di effettuare perforazioni fino a 9.100 metri di profondità.

L’affondamento della piattaforma – secondo un comunicato di Greenpeace Italia – ripropone con urgenza la questione della sicurezza di questi impianti, proprio quando anche nei nostri mari è in corso un vero e proprio assalto all’oro nero.
“A poco meno di un mese dallo sversamento di petrolio a Gela, Eni è di nuovo sul banco degli imputati. Pensare che la Saipem sarà capace di trivellare in piena sicurezza a 700 metri di profondità nel Canale di Sicilia mentre non riesce a gestire una perforazione a 40 metri in Congo è una follia. Eppure, negli studi di impatto ambientale presentati per farsi autorizzare i pozzi esplorativi nel Canale di Sicilia, Eni continua a non prendere in considerazione l’eventualità di un serio incidente”, dichiara Alessandro Gannì, direttore delle Campagne di Greenpeace Italia.

Secondo Greenpeace Eni “millanta procedure d’avanguardia” che escluderebbero ogni rilevante pericolo, ma alla luce di quello che è successo alla Perro Negro 6, non sembrano eccessive le richieste delle autorità norvegesi che (dopo l’incidente della piattaforma Scarabeo8) avevano già chiesto a Saipem di rivedere ‘la gestione dei processi’ e di ‘applicare misure che garantiscano la conformità con i requisiti relativi alla salute, sicurezza e l’ambiente, nella compagnia in generale.’

Nonostante i continui disastri, e le ovvie carenze negli Studi di Impatto Ambientale, la Commissione di valutazione di impatto ambientale avrebbe già dato parere favorevole per progetti di trivellazione dei giacimenti Cassiopea e Argo nel Canale di Sicilia, e ora si accinge a valutare la richiesta su Vela 1.

“Questa è l’ennesima dimostrazione che Eni non è in grado di operare in condizioni di sicurezza. Non possiamo permetterci di rischiare nuove catastrofi sulle nostre coste. I progetti di estrazione di ENI rappresentano un serio pericolo per l’ambiente, per la nostra salute e per la nostra economia. Per questo motivo, chiediamo al Ministro dell’Ambiente di fare finalmente qualcosa e intervenire affinché la Commissione VIA effettui finalmente una seria e indipendente valutazione dei rischi delle attività petrolifere in mare. Allo stesso tempo, chiediamo a tutte le Regioni di schierarsi contro le speculazioni di giganti petroliferi senza scrupoli”, si dice nel comunicato Greenpeace.

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