Chiunque possieda un impianto fotovoltaico collegato alla rete, anche piccolissimo e a servizio dell’abitazione, in futuro potrebbe essere costretto ad aprire una partita Iva. In compenso potrebbe scaricare l’imposta sul valore aggiunto pagata per l’acquisto del sistema e forse anche quella sull’elettricità prelevata dalla rete. Sono queste le conseguenze che si potrebbero verificare nel nostro paese a seguito della recente sentenza della Corte di Giustizia europea che stabilisce che il fotovoltaico, anche quello domestico, se si cede parte dell’energia alla rete, va considerata un’attività economica. Premettiamo, per non spaventare chi ha montato i moduli sul tetto o vorrebbe farlo, che le conseguenze per gli italiani al momento sono solo teoriche e che, nel caso, non potrebbero comunque concretizzarsi prima di un iter della durata di almeno un decennio.

La sentenza emessa lo scorso 20 giugno dalla Corte europea, fa seguito al ricorso di un austriaco proprietario di un impianto fotovoltaico domestico che cede parte dell’energia alla rete tramite un contratto con una società elettrica, dalla quale riacquista l’energia che gli serve di notte o quando il FV non produce. Questi aveva chiesto all’autorità tributaria austriaca competente il rimborso dell’Iva sull’acquisto dell’impianto fotovoltaico, ma si era visto rifiutare la richiesta perché secondo l’ente il suo impiantino non esercita un’attività economica. La Corte di Lussemburgo ha, invece, ribaltato questa interpretazione, precisando che “lo sfruttamento di un impianto fotovoltaico costituisce un’attività economica se avviene al fine di ricavarne introiti con carattere di stabilità”. In tale contesto, sottolineano i giudici comunitari, è “irrilevante” che lo sfruttamento dell’impianto “sia o meno finalizzato a generare profitti” e che “la quantità di energia elettrica prodotta dall’impianto sia sempre inferiore alla quantità di energia elettrica consumata dal gestore per le proprie esigenze domestiche” (qui il testo integrale).

In pratica la Corte europea sta dicendo esattamente il contrario di quanto afferma l’Agenzia delle Entrate italiana, la quale più volte (si veda questa risposta a interpello GSE e questa circolare) ha ribadito che che per gli impianti FV sotto i 20 kWp posti a servizio dell’abitazione di titolarità di persone fisiche o enti non commerciali, l’immissione in rete non concretizza attività commerciale. Possiamo allora aspettarci uno stravolgimento anche per il fotovoltaico domestico italiano?

“Potenzialmente sì”, spiega a QualEnergia.it l’avvocato Arnaldo Salvatore, partner del dipartimento tributario dello studio legale Macchi di Cellere Gangemi. “Dal punto di vista della gerarchia delle fonti una sentenza della Corte di Giustizia europea, basata su una direttiva europea, travolge un’interpretazione dell’amministrazione italiana. I riflessi a livello nazionale dunque potrebbero essere molto importanti.”

C’è il rischio che il proprietario del piccolo impianto fotovoltaico italiano sia costretto ad aprire partita Iva, con spese e complicazioni relative, compensate solo in parte dalla possibilità di scaricare l’imposta? “Il rischio c’è ma, per essere pratici, è molto remoto”, risponde il tributarista. Coem detto l’Agenzia delle Entrate si è già pronunciata in passato ribadendo che in Italia l’obbligo di partita Iva per il FV domestico non c’è, ufficiosamente sembra che voglia mantenere questa interpretazione, ignorando quella della Corte Ue (a differenza di quanto riportato da altre testate non c’è stata però nessuna nota ufficiale successiva alla sentenza in questione in merito. Sollecitata da QualEnergia.it l’Agenzia deve ancora darci una risposta). L’eventualità che al fotovoltaico domestico venga applicata la contabilità Iva è dunque essenzialmente legata al fatto che qualche proprietario di impianto FV domestico decida autonomamente di scaricare l’imposta in questione.

“Sicuramente chi decidesse di oltrepassare queste colonne d’Ercole, scaricando l’Iva per un impianto domestico passerebbe un guaio, perché l’Agenzia  disconoscerebbe l’Iva detratta e applicherebbe le relative sanzioni”, spiega Salvatore. “Se l’accertato volesse però andare oltre, si aprirebbe un contenzioso di fronte alla Commissione tributaria e lì, sulla base della sentenza della Corte europea, che per quanto discutibile in certi aspetti è chiarissima, le possibilità che gli venga riconosciuto il diritto a detrarre l’Iva sono discrete o forse anche buone”.

Ma se qualcuno decidesse di seguire questa strada con successo, poi diverrebbe obbligatorio far aprire la partita Iva anche per tutti gli altri proprietari di impianti FV domestici italiani? “Nel momento in cui si creasse una giurisprudenza in tal senso direi di sì – risponde l’avvocato – ma al momento è più che altro una speculazione teorica: per avere una decisione di primo grado non definitiva su un eventuale singolo caso, tra accertamento, fissazione dell’udienza, ricorsi, dovremmo aspettare un anno e mezzo-due. Per estendere l’eventuale vincolo a tutti si dovrebbe aspettare poi una sentenza di Cassazione, per cui si parla di dieci anni o più”.

Insomma, il rischio che chi ha un impianto fotovoltaico sia obbligato ad aprire una partita Iva c’è, ma per ora è solo teorico. Potrebbe concretizzarsi, in tempi molto lunghi, se qualcuno decidesse di andare per vie legali. In quel caso le conseguenze sarebbero disastrose per il fotovoltaico residenziale. “Una possibilità da non immaginare nemmeno: si andrebbe esattamente nella direzione opposta a quella che auspichiamo, cioè quella della semplificazione”, commenta Giovanni Simoni, presidente di Assosolare. “Una via difficilmente praticabile e per niente auspicabile”, aggiunge Giorgio Ruffini presidente di Azione Energia Solare.

 

Segui QualEnergia.it  anche su e