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Quando ci si interroga sulla frammentazione dell’associazionismo nel settore dell’efficienza energetica e delle fonti rinnovabili, quasi sempre si trascura l’effetto contesto. Siamo un Paese che in 152 anni di vita non ha ancora risolto la questione meridionale, anzi, ha dato vita a una questione settentrionale. Dove la forza delle corporazioni resiste più che altrove all’evoluzione economica, sociale, culturale e si riflette in un sistema politico la cui incapacità di creare aggregazioni sufficientemente stabili è surrogata da un fenomeno unico nel panorama europeo: quasi tutte le liste presentate alle recenti elezioni con un minimo di probabilità di superare gli sbarramenti  previsti  dal Porcellum  erano  di  fatto costruite  sull’immagine e sul nome del loro fondatore, spesso presente anche nel simbolo.

Indubbiamente è difficile trovare fra i Paesi sviluppati uno cui meglio si attaglia la metafora di “società liquida”, coniata da Zygmut Bauman. Tuttavia, se le condizioni al contorno non possono essere messe fra parentesi, da sole non riescono a spiegare perché nel settore dell’efficienza energetica e delle fonti rinnovabili in passato si è prevalentemente proceduto per partenogenesi e non attraverso aggregazioni.

Le modalità assunte dallo sviluppo di quello che convenzionalmente continuiamo a chiamare capitalismo (ma ormai sarebbe necessaria un’aggiornata definizione ad hoc), hanno smentito la previsione secondo la quale avrebbe creato al proprio interno i soggetti sociali capaci di provocarne la fine, ma la sua necessità intrinseca di fare crescere senza tregua produzione e consumi su scala mondiale sta causando un effetto analogo all’esterno di sé: lo sfruttamento delle risorse minerarie e naturali e del territorio ha ricadute che non si limitano più alle forme di inquinamento tradizionali e stanno provocando un grave e alla lunga irreversibile cambiamento climatico. Quanto sia difficile accettare un dato di fatto che impone un cambio di paradigma a 180 gradi lo dimostra il persistere di posizioni negazioniste o minimizzatrici, tuttora in grado di bloccare politiche che potrebbero contrastare in modo efficace il riscaldamento globale (emblematico è lo scontro sul tema in corso negli Stati Uniti).

Sotto questo profilo, l’Unione Europea ha assunto una posizione d’avanguardia, grazie soprattutto al consenso creatosi nel Paese leader, la Germania, sulla possibilità di fare della difesa dell’ambiente non un vincolo, bensì un’opportunità di sviluppo.

Non a caso le scelte di politica energetica – insieme a quelle, a esse collegate, relative alle misure necessarie alla crescita della green economy – sono già da ora al centro del dibattito politico e tutti gli osservatori ritengono che lo rimarranno nel corso della prossima campagna elettorale per il rinnovo del parlamento tedesco. Sull’Energiewende, il piano di trasformazione energetica, varato nel 2000 e accelerato dopo l’incidente nucleare di Fukushima, a livello politico esiste un consenso pressoché unanime, anche se permangono non trascurabili discordanze, soprattutto sugli strumenti da adottare e sulla loro tempistica. Il confronto con la recente campagna elettorale italiana è impietoso. Niente di nuovo sotto il Sole. Salvo rare parentesi, legate ai convincimenti personali di qualche ministro, gli impegni assunti dall’Italia a livello europeo (Protocollo di Kyoto, pacchetto clima/energia) sono sempre stati vissuti come imposizioni, per quanto possibile da eludere. In materia fa testo la scommessa del secondo governo Berlusconi sul mancato raggiungimento del quorum necessario per l’entrata in vigore del Protocollo di Kyoto.

Quando nel febbraio 2005 la ratifica russa garantì il quorum, per colmare le inadempienze accumulate ebbe inizio una disordinata successione di provvedimenti, spesso improvvisati, sempre parziali, con l’inevitabile creazione di figli e figliastri: particolarmente scandalosi i ritardi con cui si sono attuate le misure a favore dell’efficienza e delle rinnovabili (il conto termico è uscito sulla Gazzetta Ufficiale del 2 gennaio 2013). Il tutto aggravato da decisioni arbitrarie e controproducenti, non richieste e criticate da una parte consistente delle categorie che in teoria ne sarebbero state favorite (emblematico il caso dell’emendamento al decreto “Salva Alcoa”).

Già oggettivamente incoraggiata dall’insieme di queste vicende, la spinta alla frammentazione associativa è stata indirettamente sostenuta da una persistente campagna di disinformazione che, per difendere lo status quo e gli interessi economici che ne traggono vantaggi, ha come obiettivo di fondo il discredito di qualsivoglia misura in sostegno dell’efficienza energetica e delle fonti rinnovabili.

Attacco alle rinnovabili

A dimostrare la veridicità di questo asserto basterebbe la ricostruzione di come questa campagna si è andata modificando nel tempo. La prima tecnologia a essere messa sotto attacco è stata l’eolica, in quanto nei primi anni 2000 era l’unica, fra quelle innovative, che incominciava a essere presente in misura rilevante nel panorama energetico nazionale.

Per il fotovoltaico, allora ci si limitava a sconsigliarne l’adozione, perché «di energia ne produce troppo poca». Quando si è verificato il contrario, l’eolico è scivolato sullo sfondo, mentre gli attacchi si sono spostati sul fotovoltaico, accusato di essere troppo costoso, ma soprattutto di impedire lo sviluppo delle applicazioni di efficientamento energetico o che utilizzano le rinnovabili per produrre calore. Il più recente esempio di questa linea è il libello di AssoelettricaChi ha ucciso le rinnovabili?” (in risposta l’e-book, curato dal Coordinamento FREE, “Rinnovabili: chi vuole uccidere la verità? Il vero ruolo del fotovoltaico in Italia”, pubblicato da Edizioni Ambiente, ndr)

Attacca il fotovoltaico, ma è affiancato da altre denunce che allargano il campo delle rinnovabili “brutte e cattive”. In un convegno di Assoliquidi del febbraio scorso è stato presentato uno studio dal titolo (“Biomasse termiche in Italia – Riflessi economici e ambientali”) apparentemente più scientifico, in realtà non meno demolitore, che utilizza le stesse argomentazioni: l’uso termico delle biomasse provocherebbe danni per l’economia, senza recare giovamento all’ambiente. Guarda caso, presentato non appena, con la pubblicazione del decreto contenente misure a favore delle rinnovabile termiche, molte di queste applicazioni (non tutte) sono uscite dalla precedente precarietà e “minacciano” di aumentare in misura significativa il loro apporto alla domanda energetica del Paese.

Negli stessi giorni, in vista delle elezioni del 24-25 febbraio, Assopetroli-Assoenergia nelle sue richieste alle forze politiche ha inserito un inequivocabile «biocarburanti: fermare l’aumento delle quote di miscelazione». E già si avvertono i primi, cauti moniti a procedere con attenzione nel sostegno all’efficientamento energetico, finora indicato come esempio di politica energetica virtuosa.

L’accelerazione dell’offensiva mediatica e il suo allargamento ad applicazioni finora risparmiate ha le proprie radici nel persistere della crisi economica, che ha ridotto la domanda di energia e pertanto aumenta le ricadute negative della diminuzione dell’apporto delle tecnologie e delle fonti energetiche tradizionali, indotta dalla crescita dell’efficientamento energetico e del contributo delle rinnovabili. Si tratta però soltanto dell’inasprimento di un’opposizione allo sviluppo del settore da parte di tutti i comparti economici che, anche in assenza della crisi, vedrebbero contrarsi il proprio segmento di mercato. Comparti che trovano robusti appoggi a livello politico (e governativo), come dimostrano l’introduzione di ostacoli burocratici (registro, aste) e di cambiamenti in corso d’opera, talvolta con effetto retroattivo, della normativa esistente. Di qui improvvisi ostacoli allo sviluppo di specifici comparti e un’atmosfera di incertezza e di precarietà che, aggravata dalla crisi, incide pesantemente sulle potenzialità del settore, già penalizzato dal credit crunch e, quando si riescono a ottenere i finanziamenti, dall’eccessivo costo del denaro.

Il radicale cambiamento delle condizioni oggettive, in particolare per alcuni comparti, e la sensazione condivisa di una campagna aggressiva e sempre più estesa all’intero settore sono state ragioni di per sé convincenti in merito all’opportunità (necessità) di fare massa critica. Di qui proposte e iniziative volte a sperimentare forme di collaborazione fra le associazioni attive nel settore che, anche se non andate a buon fine, hanno accresciuto la consapevolezza dell’importanza di forme di integrazione più organiche, ma soprattutto stabili.

L’ultima in ordine di tempo – gli Stati Generali delle fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica – convocati per la prima volta a Roma il 2 aprile 2012 per affrontare con i rappresentanti dei ministeri competenti le questioni relative ai decreti sulle rinnovabili allora in discussione, ha finalmente centrato l’obiettivo, dando vita al Coordinamento FREE (Coordinamento Fonti Rinnovabili ed Efficienza Energetica).

Il Coordinamento FREE

Decisa in un’assemblea del 13 dicembre 2012 da un nutrito numero di associazioni, la costituzione del Coordinamento è stata formalizzata il 7 febbraio scorso, dopo che tutti gli aderenti avevano ricevuto le necessarie approvazioni dai loro organi direttivi. Rispetto alle forme organizzative precedentemente sperimentate, tutte informali, il Coordinamento FREE ha assunto la forma giuridica di associazione senza fini di lucro, dotata quindi di un suo statuto e di regole per il suo funzionamento. Concepito con lo scopo di «concorrere allo sviluppo delle fonti rinnovabili di energia e dell’efficienza energetica nel quadro di un modello economico ambientalmente sostenibile, della de-carbonizzazione dell’economia e del taglio delle emissioni climalteranti» e di promuovere «un coordinamento sempre più stretto tra Associazioni e gli Enti che ne fanno parte», FREE si muove secondo il principio della sussidiarietà: svolge tutte quelle attività che le singole associazioni aderenti ritengono di non portare avanti in proprio.

Fra queste rientrano i compiti esemplificati nello Statuto: promuovere il confronto tra gli aderenti sulle politiche energetiche sostenibili nazionali e internazionali, condizione necessaria per elaborare posizioni comuni sui principali indirizzi e provvedimenti in materia energetica, così da consentire al Coordinamento di essere presente nel dibattito nazionale e internazionale sulle strategie energetiche sostenibili con posizioni condivise dagli aderenti e di potersi accreditare presso tutte le istituzioni «quale autorevole espressione del mondo delle rinnovabili e dell’efficienza energetica». È superfluo sottolineare le novità in tal modo introdotte nel settore dell’efficienza energetica e delle fonti rinnovabili.

Non solo si esce dalla separatezza e dall’autoreferenzialità, ma si abbandona la psicologia degli assediati a favore di una presenza sulla scena politica forte, perché di dimensioni adeguate e con obiettivi e proposte condivisi.

La visione strategica a largo raggio che si intende dare al Coordinamento è confermata dalla scelta di aprire l’adesione non solo alle associazioni di categoria (FREE non vuole essere un supersindacato), ma anche ad associazioni di cittadini, in entrambi i casi senza il vincolo di occuparsi in via esclusiva di efficienza energetica o di fonti rinnovabili.

Inoltre, per avvalersi anche del contributo di Associazioni ed Enti che per motivi formali non possono diventare aderenti a pieno titolo, questi possono chiedere di diventare aderenti sostenitori, differenziati da quelli ordinari in quanto, pur portando un loro contributo alle attività e condividendo l’intento di base di promuovere l’efficienza energetica e le rinnovabili, non sono tenuti ad assolvere agli impegni economici previsti dallo Statuto per gli aderenti ordinari e non partecipano pertanto ai processi decisionali.

All’atto costitutivo hanno partecipato 20 aderenti ordinari e 9 sostenitori ma, mentre scrivo, è in atto la procedura per l’adesione di un’altra decina fra soci ordinari e sostenitori. Senza alcun dubbio un risultato soddisfacente, anche se manca ancora l’adesione di alcune associazioni con una storia comprovata all’interno del settore.

I primi passi

Le prime iniziative di FREE sono state dettate da eventi esterni: il varo del decreto sul conto energia termica e l’aggiornamento del meccanismo dei Certificati bianchi; l’allora imminente scadenza elettorale. Lo stesso giorno della costituzione formale del Coordinamento si è svolto un affollato convegno sulle prospettive dell’efficienza energetica e delle rinnovabili termiche, mentre in parallelo veniva tempestivamente messo a punto un position paper, articolato in quindici domande su temi rilevanti per lo sviluppo di una politica energetica sostenibile, rivolte a tutti gli schieramenti in lizza per il rinnovo del Parlamento. Le risposte pervenute che, significativamente, includono tutte le forze politiche rappresentate nella XVII legislatura, sono state messe in rete prima della scadenza elettorale, mettendo così a disposizione degli addetti ai lavori e dei cittadini le posizioni espresse da tali forze sui temi più sensibili o critici per lo sviluppo del settore. Già nella formulazione delle domande è possibile individuare il filo rosso che connette le iniziative di FREE.

L’impegno imprenditoriale e sociale a favore di una maggiore efficienza energetica e di un crescente contributo delle rinnovabili ai consumi finali di energia è la risposta necessaria a un problema ineludibile: il cambiamento climatico. Il contributo di queste opzioni energetiche nel contrasto al riscaldamento globale è infatti rilevante, ma non sufficiente: va affiancato da una più generale trasformazione “green” dell’economia. Per questo motivo una delle prime azioni del Coordinamento è stata l’adesione al Consiglio Nazionale della Green Economy.

In questa visione le misure incentivanti hanno rappresentato e rappresentano un contributo necessario al decollo del settore, in molti casi ormai prossimo al suo esaurimento, mentre il suo futuro deve avvalersi di strumenti d’altra natura. Innanzitutto l’appoggio alla proposta di Direttiva europea sulla carbon tax, da introdurre in Italia immediatamente dopo l’entrata in vigore della Direttiva, in sostituzione di equivalenti entrate fiscali derivanti da IR-PEF e IRPEG. L’internalizzazione dei costi ambientali delle fonti fossili, accompagnata dal parallelo supporto di appropriate misure finanziarie (per esempio fondo di garanzia per i finanziamenti alle imprese del settore e/o credito di imposta), dalla rimozione di tutte gli ostacoli burocratici e autorizzativi e dall’adeguamento delle reti, dovrebbe in prospettiva essere sufficiente a garantire l’autonomo sviluppo del settore.

Questo insieme di convincimenti ha portato all’elaborazione di un documento programmatico (“Per una strategia energetica sostenibile” -pdf), i cui destinatari primi sono Governo e Parlamento, documento destinato a sua volta a costituire la base per la messa a punto di una proposta di strategia energetica nazionale al 2030.

In parallelo sono state realizzate alcune iniziative pubbliche, mentre il Workshop che si è tenuto a Roma il 16 aprile, emblematico già nel titolo “Rinnovabili 3.0 – in viaggio verso la competitività”, ha visto relatori esterni che si sono confrontati con l’illustrazione, da parte di esponenti di FREE, delle prospettive di competitività delle diverse tecnologie che utilizzano fonti rinnovabili, in tal modo coralmente latori di proposte finalizzate al superamento dell’incentivazione diretta e all’introduzione di misure alternative in una logica di mercato.

Sono tutte scelte che rispondono a un triplice ordine di finalità: sensibilizzare l’opinione pubblica e in particolare tutti coloro che a vario titolo occupano posti di responsabilità a livello istituzionale, costruire una piattaforma programmatica condivisa da tutti gli aderenti, da sostenere in tutte le sedi decisionali. In sintesi, per quanto possibile non giocare di rimessa, avendo creato le condizioni ottimali per intervenire prima della definizione di provvedimenti o di delibere esecutive.

Ci riusciremo?

Sarebbe ingenuo, ma soprattutto inutile, nascondersi le difficoltà dell’impresa. La storia passata di un numero elevato di associazioni, spesso costituite in antitesi ad altre e comunque portate – dalle politiche governative e stimolate dalle campagne mediatiche – alla difesa del proprio particolare, rappresenta un ostacolo pregresso non semplice da superare. La scelta di aderire al Coordinamento FREE manifesta la volontà di contribuire alla rimozione delle divisioni e delle incomprensioni del passato ma, al lato pratico, non si possono escludere situazioni che, malgrado l’assoluta buona fede da parte di tutti, rischiano di ridar loro forza. A titolo esemplificativo ne illustro una.

Scelte esterne – una proposta del Governo, una delibera dell’Autorità, una sentenza della giustizia amministrativa, una campagna mediatica – possono obbligare FREE a dare priorità a interventi in appoggio delle ragioni di un singolo comparto, perché, al di là della sua specificità, la questione è di natura tale da richiedere il sostegno dell’insieme del settore e non solo delle associazioni che statutariamente se ne occupano.

Se questa situazione si verifica nella fase iniziale dell’esistenza del Coordinamento, quando la convivenza fra gli aderenti non è ancora consolidata; se il protrarsi della querelle rende rilevanti il tempo e l’attenzione che vi dedica FREE; se il comparto interessato è fra quelli che alcuni possono ritenere privilegiati dalle passate decisioni governative, non si può a priori escludere che associazioni non direttamente coinvolte possano vedere nell’impegno del Coordinamento il proseguimento della politica dei figli e figliastri. E trarne conseguenze negative.

Per superare in positivo gli inevitabili incidenti di percorso, l’unico strumento affidabile è un impegnativo cambio di paradigma culturale da parte di chi ha aderito al Coordinamento. Rinunciare a qualcosa oggi per avere di più do-mani. Rafforzare un altro comparto con la consapevolezza che, in prospettiva, questa scelta rafforza anche il proprio.

Rendersi conto che, quanto più il settore si afferma, di altrettanto crescono le ostilità degli interessi colpiti, per cui sempre più sarà valido il detto simul stabunt vel simul cadent.

E, soprattutto, avere chiaro che la scelta di costituire il Coordinamento FREE ha bruciato ponti, rendendo pressoché impossibile il ritorno al passato. Se l’iniziativa dovesse fallire, agli occhi del mondo esterno ne usciremmo tutti più deboli e maggiormente esposti a iniziative ostili.