Gli aspetti fondamentali della scienza del clima attorno cui vi è un forte consenso riguardano il fatto che il clima sta cambiando, che i gas serra ne sono responsabili e che stiamo cominciando a riscontrare i cambiamenti previsti dai modelli climatici. Nonostante più del 90% dei climatologi concordino sul fatto che la temperatura del pianeta stia aumentando in gran parte per le emissioni di CO2 dovute all’attività umana, sono forti e diffuse le propensioni negazioniste, alimentate in particolare da poteri politici ed economici. Qui mi soffermo sul pericolo che un governo con scarsa autonomia politica come l’attuale e un’opinione pubblica poco coinvolta, possano subire la pressione di lobby pregiudizialmente negazioniste nei confronti del cambiamento climatico.

I blog su Internet sono diventati una piattaforma amplificatrice per i negazionisti del clima: alcuni blogger professionisti hanno assunto un ruolo di primo piano e influente nel mettere in discussione i risultati della climatologia. Nella grande maggioranza, questi operatori dell’informazione condividono una concezione liberista dell’economia di mercato, che è tuttora fortemente presente nel governo “delle larghe intese. Un piccolo numero di potenti organizzazioni e di individui hanno contribuito ad una disinformazione, motivata dall’ideologia “laissez-faire” del libero mercato, che vede come una minaccia qualsiasi scoperta scientifica con un potenziale impatto sulla regolamentazione.

Lo spostamento di gran parte dell’informazione e del dibattito dalla carta stampata alla rete, può far registrare un confronto deviato e a volte molto insidioso: basta confutare i dati scientifici con il conformismo del pensiero dominante per essere ripresi e “forwardati” senza essere sottoposti ad un filtro critico e oggettivamente contestabile.

L’approvazione della SEN (la strategia energetica nazionale) è avvenuta quasi clandestinamente e non ha dato adito a discussioni pubbliche: si è semplicemente avvalsa di un confronto asfittico in rete, senza alcun ritorno rispetto alle critiche avanzate da associazioni, movimenti, organizzazioni.

E’ fuor di dubbio che i potentati che organizzano l’intera filiera delle fonti fossili (petrolieri, corporation minerarie, gestori delle reti del gas), nonché i grandi gruppi automobilistici e le imprese che finanziano le grandi opere, mostrano una chiara propensione a disconoscere la necessità di cambiare il paradigma energetico, che oggi marginalizza ancora le fonti rinnovabili, i sistemi di mobilità sostenibili, i trasporti collettivi.

Quello che mi preoccupa in questa Italia in chiaro declino morale e culturale è il ruolo che può assumere un governo “artificiale” come l’attuale, fondato sull’equilibrio dei poteri in essere (e quindi con al proprio interno tutto il peso delle tradizionali lobby energetiche) e della strenua difesa del presente (e al riguardo parla chiaro la Strategia Energetica Nazionale rilanciata sui rigassificatori e le trivelle), anziché sulla necessità del cambiamento e la responsabilità verso le generazioni future. Un governo proteso a indebolire ogni funzione critica e a far adagiare l’opinione pubblica sulla certezza che quello attuale è “il miglior mondo possibile” – e che non a caso nel suo programma non accenna nemmeno di striscio alla temperatura del pianeta, alla precarietà delle condizioni idrogeologiche o all’inquinamento delle nostre città –  può arruolare tranquillamente, come ministri e sottosegretari, negazionisti incalliti.

Così, al di là di ogni ragionevolezza, il “governo delle larghe intese”, Enel, ENI e le multi utilities come A2A insistono su un futuro di gas e “carbone pulito” perché contano su una discesa del prezzo dei fossili. Purtroppo per la nostra salute e per i bilanci pubblici, non si accorgono che la spinta allo sviluppo delle rinnovabili, che loro si sforzano di ostacolare, trasformerà in dinosauri le tradizionali utilities dell’energia centralizzata.

Si tratta di uno scontro tutt’altro che latente. E’ proprio l’influente lobby d’affari del carbone che ha convinto una settimana fa (il 16 aprile) il Parlamento Europeo a votare per rifiutare la proposta della Commissione di rilanciare il sistema di scambio di emissioni (ETS), in modo da far pagare chi inquina. Congelando una parte dei “permessi per inquinare”, la Commissione sperava di far risalire il prezzo delle quote fino a 10-12 euro. Ma dopo il rifiuto del Parlamento (334 contro, 315 favorevoli e 63 astenuti) e la riapertura dell’asta per ulteriori quote di emissione di CO2, il prezzo per tonnellata di gas serra è crollato, dando libero sfogo agli inquinatori.  Anche a Strasburgo gli europarlamentari italiani hanno formato una “larga intesa”  – costituita da PdL, Lega, Montiani e parte del PD  – questa volta a favore degli inquinatori.

D’altra parte, come non considerare in questa fase così drammatica la biografia e la collocazione dei principali attori dell’attuale governo? Enrico Letta, il presidente del Consiglio, promotore del pensatoio “veDrò” [l’Italia del futuro] fondato con Anna Maria Artoni, presidente della Confidustria dell’Emilia Romagna, e la neoministra per l’agricoltura Nunzia De Girolamo, ha lanciato l’idea Da Nimby a Pimby (Please In My Back Yard).

VeDrò vuole l’Alta Velocità, le grandi infrastrutture, le centrali elettriche. Far ripartire la scintilla per dare energia all’Italia” è il suo il progetto politico. Dopodiché, si è trovato un illustre presidente per il Comitato scientifico di Pimby, Chicco Testa, con il solito corredo di esperti “trasversali”  provenienti dal mondo accademico, imprenditoriale, mediatico e associativo.

L’ultima iniziativa del “Think tank” lettiano è stata organizzata dal Ministero della Difesa, attraverso il Centro Militare di Studi Strategici, che ha redatto, per la prima volta in 60 anni di storia repubblicana, l’Osservatorio Strategico. Prospettive 2013, nelle cui more troviamo anche una nota sul futuro energetico, consegnato alla geopolitica militare, prima che alla sopravvivenza della biosfera.

Non si tratta di un pregiudizio verso le persone, ma di una preoccupazione verso le posizioni espresse e la commistione tra responsabilità elettive, che si rifanno alla sovranità popolare, e l’adesione ad organizzazioni poco trasparenti. Gli AD di ENI e di ENEL sono convocati abitualmente nei consessi internazionali dei Bildeberg, una organizzazione elettiva sostenuta dalle grandi corporation, dagli esponenti della finanza mondiale e dalle multinazionali dell’informazione, che ha messo all’ordine del giorno della sua ultima riunione la connessione tra il cambio climatico e lo sviluppo delle fonti fossili. Bisogna dar vita ad un confronto vero in un frangente in cui la partita è apertissima e la democrazia e l’informazione hanno un ruolo decisivo – oserei dire – per la sopravvivenza della nostra civiltà.