Le rinnovabili sono il futuro. La strada è segnata e le politiche – di supporto o di contenimento (si vedano le ultime posizioni della nostra Aeeg)– potranno solo accelerare o frenare il cammino. I costi infatti calano rendendo più competitive fonti pulite che, oltre ai benefici ambientali, hanno spesso grandi vantaggi pratici, come quello di non aver bisogno di combustibile o di poter produrre sul luogo in cui si consuma. Intanto il mondo dell’energia è scosso da un’altra piccola rivoluzione, quella dello shale gas, che negli Usa sta facendo vivere una “nuova era d’oro del gas”. Come sarà il panorama energetico dei prossimi anni? Ieri mattina al Global Solar Summit a The Innovation Cloud in fiera a Milano si è provato a dare una risposta a questo interrogativo, anche per capire come il fotovoltaico, considerati i suoi limiti e punti di forza, potrà inserirsi in questo scenario.

Uno scenario che – come ha illustrato Adam Brown, senior analyst della International Energy Agency – vedrà le rinnovabili sempre più protagoniste. Le rinnovabili, idroelettrico escluso, negli ultimi stanno crescendo con una media annuale del 14%; il fotovoltaico negli ultimi 7 anni è cresciuto con un tasso medio annuale composto del 67%, l’eolico del 26%. “Se vediamo la crescita rallentare in alcuni paesi come quelli europei, non dimentichiamoci che stanno nascendo moltissimi mercati affamati di energia in cui le rinnovabili avranno un grande sviluppo: i paesi non OCSE, Cina, India e Brasile contano per due terzi della crescita”, ha spiegato Brown.

Dai poco più di 3.000 TWh l’anno che le rinnovabili (tutte) producevano nel 2005 si arriverà secondo le previsioni IEA ben oltre i 6.000 TWh al 2017 (al 2012 si erà gia oltre i 4.500). L’eolico, si prevede, al 2017 sarà arrivato a 460 GW di potenza, il doppio rispetto al 2011, con la Cina che da sola installerà oltre 100 GW. Per lo stesso anno il fotovoltaico sarà arrivato a 230 GW, ma potrebbe anche toccare i 275 GW a seconda delle dinamiche dei prezzi e delle misure di supporto, ha fatto notare Brown (vedi grafico sotto).

Le rinnovabili, d’altra parte, sono sempre più competitive a livello economico: se , in quanto a costi, non è una novità che idroelettrico e geotermia battano le fossili, anche l’eolico onshore già oggi è spesso più conveniente delle nuove centrali a gas o a carbone (anche senza tenere conto del costo della CO2 che queste dovrebbero sostenere, vedi grafico sotto).

I cali nel LCOE, il costo livellato dell’elettricità, come sappiamo, in questi ultimi anni per alcune tecnologie (come il FV) sono stati vertiginosi e nei prossimi anni continueranno grazie a economie di scala ed evoluzioni tecnologiche. Ad esempio, per un modo di produrre energia dalle potenzialità ancora poco espresse come il solare termodinamico a concentrazione, che secondo la IEA passerà dai meno di 2 GW del 2011 a oltre 10 GW nel 2017, già adesso, con le tecnologie note, si può ottenere un LCOE del 40% inferiore rispetto agli impianti esistenti, ha spiegato Paul Nava manager del settore solare di Flabeg.

Oltre alle rinnovabili c’è poi un’altra fonte che si propone come nuova e rivoluzionaria: il gas da scisti o shale gas. Norbert Rusher, della banca d’investimento Julius Bär, ha illustrato le ricadute positive che sta apportando al sistema energetico americano e che potrebbe portare anche a livello globale questa fonte fossile non convenzionale, estratta assieme al greggio da scisti grazie al fracking e alle trivellazioni orizzontali. Come sappiamo, grazie all’estrazione di idrocarburi dalle rocce gli States stanno avvicinandosi all’indipendenza energetica e si preparano a diventare esportatori di gas. I cali del prezzo del gas sul mercato americano hanno provocato il cosiddetto “dash for gas”, un aumento della produzione da gas a scapito di quella a carbone: “questo ha provocato una riduzione delle emissioni maggiore di quella prodotta dalla crescita delle rinnovabili”, ha fatto notare Bär.

Meno esauriente l’analista è stato sulle conseguenze ambientali di queste tecniche di estrazione, minimizzando impatti – quali quelli sulle possibilità di inquinamento delle falde idriche e delle emissioni di metano in atmosfera – che come sappiamo non sono invece trascurabili. (vedi QualEnergia.it). Altro aspetto contestato della presentazione di Bär, quello della sostenibilità economica. I costi di estrazione, ha riportato l’analista della banca, stanno calando ulteriormente. “Ma i produttori di shale gas non stanno affatto facendo i soldi”, ha obiettato Rhone Resh presidente di SEIA, l’associazione del FV statunitense. Come abbiamo scritto, citando dati del Post Carbon Institute, infatti, i pozzi di shale gas hanno tassi di esaurimento vertiginosi (anche del 95% in 36 mesi) e per mantenere il livello di produzione attuale negli Usa servirebbe un investimento in trivellazioni di 42 miliardi di dollari l’anno, molto più dei 33 miliardi che si ricavano dalle vendite (QualEnergia.it, La bolla dei mutui subprimes del gas da scisti) .

Insomma, è chiaro che – come hanno sottolineato sia Bär che Resh – il gas a basso prezzo è un compagno desiderabile per lo sviluppo delle rinnovabili non programmabili: gli impianti a gas, meno dannosi per il clima delle centrali a carbone, hanno infatti un’estrema flessibilità che si sposa perfettamente con la generazione discontinua di FV ed eolico, tuttavia prima di parlare di rivoluzione che riduce le emissioni di fronte a un nuovo modo di estrarre idrocarburi servirebbe un confronto più approfondito sulla sua sostenibilità economica e ambientale. Ed è qui che i dubbi restano fortissimi.

 

Segui QualEnergia.it  anche su e