L’opportunità del minieolico e quegli ostacoli da superare

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Il minieolico, tra le varie rinnovabili elettriche, è probabilmente quella che è uscita meglio dalla riforma degli incentivi entrata in vigore dal primo gennaio. Un investimento che consente tempi di rientro interessanti e un settore che pur con alcuni problemi da risolvere si sta avvicinando alla maturità. Intervista a Carlo Buonfrate del CPEM.

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Il minieolico, tra le varie fonti rinnovabili elettriche, è probabilmente quella che è uscita meglio dalla riforma degli incentivi entrata in vigore dal primo gennaio. Abbiamo parlato con Carlo Buonfrate, presidente del CPEM, il Consorzio Produttori di Energia da Minieolico che fa parte di APER, l’associazione produttori di energia rinnovabile.

Buonfrate, il minieolico è probabilmente l’unica fonte rinnovabile per la quale la situazione dal punto di vista degli incentivi è migliorata con il decreto sulle rinnovabili elettriche entrato in vigore dal primo gennaio. Come sta reagendo il mercato?

C’è stato un grande interesse in particolare per gli impianti sotto ai 60 kW, la classe di taglia fuori registro. Il mercato è molto dinamico. Sono nati diversi produttori italiane di macchine minieoliche, ma la domanda è stata soddisfatta anche da aziende estere che producono macchine di piccola taglia. La situazione si è capovolta rispetto a qualche anno fa quando era difficile trovare le macchine adatte: ora c’è una scelta molto ampia di turbine ma c’è il problema di trovare i siti adatti, una buona ventosità la si trova solo in certe aree del Sud, come Puglia del Nord, la Basilicata, la Calabria, la Sicilia e qualche zona della Campania e del Molise.

È un tipo di investimento che anche per famiglie o aziende agricole potrà prendere il posto di quel che è stato il fotovoltaico, che a breve sarà orfano di incentivi. Quali sono i costi e tempi di rientro di investimento delle macchine più piccole?

Purtroppo più si scende di taglia più i ritorni dell’investimento sono lunghi. Se per una macchina da 30-60 kW si può immaginare di rientrare dell’investimento in 6-7 anni, per una macchina da 3 kW i tempi di rientro, a parità di ventosità del sito, raddoppiano. Ci sono infatti costi fissi per cui più piccole sono le macchine più sale il costo al kW e dunque bisogna andare in siti molto ventosi per rendere conveniente l’investimento. Per le taglie più piccole si parla di 6-7mila euro al kW mentre una turbina da 60 kW, la taglia più elevata per cui si può puntare senza passare per il registro, costa dai 3 ai 4 mila euro a kW. Una macchina da 60 kW, costo indicativo 200mila euro, in un sito con buona ventosità – almeno 1900-2000 ore equivalenti l’anno – permette di rientrare dell’investimento in 6-7 anni.

Sono tempi di rientro piuttosto interessanti. Ci sono però ostacoli che rendono non sempre facile investire nel minieolico. Quali sono i principali?

La principale difficoltà che incontriamo è quella sulle reti elettriche, spesso inadeguate. In zone con molta potenza da eolico e fotovoltaico installata, ad esempio in alcune areee di Puglia e Sicilia, si verificano dei picchi di tensione che portano le macchine a staccarsi per motivi di sicurezza. Quindi magari in giornate soleggiate con molto vento si rischia di non poter produrre energia solo perché la rete non è in grado di assorbirla. Un problema grave che vogliamo sottoporre all’Autorità per l’energia. I gestori di rete non hanno fatto investimenti adeguati per evitare che ciò accada e i danni ricadono sui produttori che in situazione di ventosità devono tenere le turbine ferme.
Questo problema, assieme ad altri, sarà anche al centro di un convegno che organizziamo a The Innovation Cloud a Milano il pomeriggio dell’8 maggio, un dibattito cui abbiamo invitato anche Enel, anche se dubito accoglierà l’invito.

Come vanno invece le cose dal punto di vista delle procedure autorizzative?

Da questo punto di vista c’è stato un generale miglioramento, forse perché la cultura delle rinnovabili inizia a diffondersi anche nella pubblica amministrazione. Non sempre però tutto procede in maniera lineare: la situazione è a macchie di leopardo. Ad esempio, per quel che riguarda le PAS, capita che qualche comune tenda a mettersi di traverso. Noi come CPEM, tramite APER, cui aderiamo, in questi casi cerchiamo di intervenire facendo pressione affinché non vengano posti ostacoli illegittimi. Ma queste problematiche si migliorano soprattutto diffondendo la cultura del minieolico. Che poi è quel che facciamo ad esempio con convegni come quello di oggi alla fiera di Padova, ai quali vorremmo partecipassero tutti gli attori coinvolti: dai produttori di macchine, agli investitori fino ai funzionari della pubblica amministrazione, che spesso non sanno di cosa si sta parlando.

Un altro ostacolo che scoraggia chi vuole installare una piccola turbina è il costo della misurazione anemometrica necessaria per pianificare l’investimento, indispensabile per chiedere un finanziamento a una banca. Ricordo che si parlava di tempi lunghissimi e spese attorno ai 10 mila euro. E’ un ostacolo che permane?

Ora ci sono strumenti come la reanalisi che permettono di avere dati attendibili senza la misurazione anemometrica diretta. In questo modo alla banca si possano fornire numeri di cui si può fidare senza i tempi lunghi e le spese delle misure anemometriche cui eravamo abituati: con la reanalisi si hanno tempi rapidissimi e una spesa di alcune migliaia di euro contro gli 8-12mila euro che costa una campagna anemomentrica, che richiede 6-12 mesi di tempo.

Parliamo di accesso al credito: qual è in questo momento difficile l’atteggiamento delle banche di fronte a chi chiede un finanziamento per fare minieolico?

Le banche sono attratte da ciò che crea valore ed ora, essendo il fotovoltaico in declino, guardano con maggiore attenzione a investimenti come il minieolico. Diverse operazioni sono state finanziate e si sta iniziando a creare una white list di costruttori ritenuti bancabili. Piano piano il settore sta dunque andando verso la maturità, non a caso il titolo del convegno che terremo a The Innovation Cloud sarà “Minieolio: prove di maturità”.

Un fattore che potrebbe aiutare le banche a fidarsi sarebbe la creazione di un sistema di certificazione riconosciuto delle macchine …

È un problema ancora aperto. La certificazione è una prospettiva ancora piuttosto lontana per il nostro settore, dato che richiede investimenti ingenti. Per adesso le aziende cercano di adottare una sorta di autocertificazione interna, adottando tecniche costruttive e pratiche virtuose che diano a chi compra una certa garanzia sull’affidabilità del prodotto.

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