Sull’anti dumping Ue contro celle e moduli fotovoltaici cinesi è scontro tra associazioni del fotovoltaico. Al Comitato Ifi, non è piaciuta la presa di posizione congiunta di Gifi, Aper e Assosolare contro le  procedure della Commissione Ue, per le quali le tre sigle chiedono una deroga temporale. Questo il comunicato diffuso oggi dal Comitato:

Derogare dalle procedure della Commissione UE sull’iter per le investigazioni anti dumping e anti sovvenzioni? Richiesta assurda! Ogni anno si aprono una ventina di investigazioni come queste e non c’è traccia storica di richieste di deroga nelle procedure condotte da Bruxelles. Desta sconcerto una reazione così netta e contraria all’auspicato verdetto della Commissione UE da parte di chi dice di schierarsi in primis dalla parte della legalità e della libera concorrenza dei mercati”

Chi si dice schierato dalla parte della legalità e della libera concorrenza dei mercati, non dovrebbe opporsi a un procedimento legittimo a tutela dell’Industria europea e nazionale del fotovoltaico; non dovrebbe neppure suggerire di cambiare le regole per difendere interessi particolari dato che l’iter da sempre si svolge con queste modalità senza che alcuna critica sia stata mai mossa al modus operandi della Commissione UE da nessun altro comparto merceologico.

Vedere associazioni che si definiscono rappresentanti dell’industria nazionale così vicine al mondo confindustriale sostenere posizioni a favore delle imprese cinesi a scapito di quelle nazionali, non è lo spirito che ci si attende, a maggior ragione quando si inneggia, spesso in modo demagogico, alla tutela e alla promozione dell’ economia reale del nostro Paese, cioè dell’industria in primis.

Solo ora ci si rende conto che la grid parity, ossia la parità di prezzo tra energia fossile e solare/rinnovabile, sia stata “drogata” negli ultimi due/tre anni dal sottocosto dei prodotti cinesi. L’allarme non scatta ora, e bene lo dovrebbero comprendere le aziende associate alle tre associazioni sopra citate. Realizzare business plan con rendimenti a due cifre grazie al sottocosto dei prodotti di importazione cinese comporta comunque un rischio di impresa. Lo stesso rischio di impresa che è crollato sulla testa delle aziende produttrici nazionali ed europee di celle e moduli quando si sono trovate a non poter contrastare una concorrenza sleale e che ha avuto come effetti il collasso di numerose aziende italiane ed europee e la messa in cassa integrazione di numerose migliaia di operatori dell’industria.

Per Alessandro Cremonesi, Presidente IFI, “c’è da chiedersi quale sia il senso delle affermazioni da parte di coloro che, prima si dichiarano paladini della legalità e delle libera concorrenza dei mercati, salvo poi renderle così stridenti con le successive affermazioni che chiedono una deroga temporale per i dazi antidumping”. Usualmente quando si difende un principio generale, non si scende nel particolare e nei particolarismi”.

“Per oltre due anni – prosegue Cremonesi – siamo stati additati come coloro che volevano coltivare il loro orticello, senza tuttavia che altre forze associative comprendessero con tempestività che ciò che stava accadendo sotto gli occhi di tutto il settore avrebbe rappresentato una strada di non ritorno verso l’affermazione del monopolio dei prodotti cinesi a scapito di una crescita progressiva e sostenibile dell’industria nazionale ed europea. Ci risulta che a oggi l’esperienza dei grandi gruppi cinesi nonostante il dumping non abbia portato particolari benefici: ne è la prova il fallimento annunciato settimana scorsa da parte del colosso cinese Suntech che a nostro giudizio si porterà dietro problematiche che certamente verranno scaricate sugli operatori e sui clienti nazionali ed europei in termini di assolvimento delle garanzie di prodotto”.

“Ora – conclude Cremonesi  – altri iniziano a guardare in casa propria e a realizzare che l’auspicato ritorno alla legalità, come principio generale, è un amaro compromesso che si scontra con la produzione di minori profitti. Peccato non ci abbiano compreso appieno nel momento in cui urlavamo a gran voce che le nostre industrie stavano dirigendosi verso un’inevitabile deriva”.