Il nuovo governo e le sfide dell’energia

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Paradossalmente l'Italia corre meno rischi sul versante finanziario che su quello industriale. Un settore strategico come l'energia è stato lasciato in balia di non-scelte. Ma i punti di convergenza per formare il governo sono proprio l'energia e l'ambiente. L'opinione di Alessandro Marangoni docente dell'Università Bocconi.

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Qualenergia.it ha chiesto a diversi esperti del settore energetico, dell’ambientalismo, dell’informazione specializzata, di commentare l’attuale intricata situazione politica post-elezioni, di spiegare le sue possibili implicazioni sul terreno energetico-ambientale e di indicare i propri auspici in questo ambito per il nostro paese. Qui riportiamo il parere di Alessandro Marangoni esperto di strategia, finanza e gestione ambientale, docente universitario di Economia e Gestione dei Servizi Ambientali presso l’Università Bocconi.

Il quadro di incertezza uscito dalla elezioni pone interrogativi sul futuro dell’economia e dell’industria. Dopo una campagna elettorale centrata sulle imposte e distratta su energia e ambiente, l’attenzione torna sulla finanza e sullo spread. Il paradosso è che l’Italia corre meno rischi su questo fronte, grazie ai paletti europei, che su quello industriale, dove poco può (o vuole) fare l’UE.

E anche in campo energetico il Paese è in una fase critica. Ma l’energia è un settore strategico per l’industria e per i cittadini e non può essere trattato come un comparto qualsiasi. E’ mutato rapidamente negli anni e attraversa una fase peculiare. Il paradosso è che i cambiamenti sono stati “casuali”, piuttosto che frutto di scelte consapevoli. Serve una visione sistemica (industriale, economica, ambientale) che finora è mancata. Siamo in grado di perseguirla nell’attuale situazione politica?

Oggi ci troviamo costi dovuti a scelte sbagliate o a non scelte: l’eccessiva dipendenza dal gas, il nucleare, gli incentivi alle rinnovabili, la mancanza di infrastrutture. La politica è stata talvolta miope o latitante e anche in campagna elettorale il tema è rimasto in ombra. Ma dopo la SEN forse qualcosa sta cambiando. Uno dei punti di convergenza per formare il governo è proprio l’energia e l’ambiente. Quali direttrici, dunque, per una strategia energetica solida post-elezioni?

Da un lato bisogna risolvere rapidamente questioni spinose, dall’altro darsi obiettivi di lungo periodo. Tra i problemi di oggi vi è innanzitutto quello dei costi. A prescindere dagli oneri fiscali e parafiscali, il divario di prezzo dell’elettricità tra l’Italia e gli altri Paesi è notevole. Il prezzo medio sulle Borse nel 2012 è stato di 75,48 €/MWh per l’Italia, contro i 42,60 della Germania, 46,94 della Francia,  47,23 della Spagna e 31,20 del Nord Pool. Fuel mix e costo del gas sono storicamente le ragioni.

Le rinnovabili pesano per gli incentivi, ma l’effetto sui mercati elettrici è quello di abbassare i prezzi (i 400 milioni di euro stimati dall’IREX l’anno scorso sono ampiamente superati nel 2012). La nostra analisi costi-benefici per l’Italia al 2030 è positiva per 30 miliardi, destinati a crescere. Forse poteva essere migliore con scelte diverse sugli incentivi; tuttavia la nostra analisi degli economics di fotovoltaico ed eolico in Europa mostra che sbagliare gli incentivi è la regola e non l’eccezione.

Ma questo dibattito è di retroguardia. La questione oggi è l’integrazione nel sistema elettrico delle rinnovabili. Le scelte su soluzioni e regole per gli sbilanciamenti sono cruciali e urgenti. Gli investimenti nelle reti, sistemi di storage, smart grid, sono ingenti e richiedono scelte che condizioneranno il comparto a lungo.

Ciò in una fase in cui il settore è in grave crisi in pressoché tutti i segmenti. Il calo della domanda colpisce l’elettrico come l’oil & gas, mentre l’overcapacity affligge termoelettrico e raffinazione. Ugualmente, le rinnovabili (soprattutto fotovoltaico), dopo il boom, pagano una dura recessione post incentivi.

Il nuovo governo dovrà decidere sul capacity payment come strumento di equilibrio del sistema e non di salvataggio generalizzato. D’altra parte, la crisi del termoelettrico non è un problema italiano ma europeo, con diversi player che annunciano la chiusura di impianti.

Il timore è l’impatto occupazionale, che già ha colpito l’industria delle rinnovabili, mentre molte forze politiche dichiarano di puntare sulla green economy.  Ma in concreto come assicurare un futuro al settore? Finiti gli incentivi, internazionalizzazione e innovazione sono le strade da favorire con misure non economiche.

E qui si salda il presente con le scelte per il futuro: poche, chiare, di ampio respiro. Innanzitutto gli obiettivi di fuel mix. La grid parity del fotovoltaico porta a prevedere scenari di forte sviluppo distribuito, fino a mutare radicalmente l’attuale paradigma energetico con il ridimensionamento dei grandi impianti e delle utilities.

Intanto la SEN ha tracciato alcune linee e la UE la roadmap al 2050. Il sistema ETS è però in crisi, mentre la riduzione delle emissioni resta un tema prioritario. l’Italia deve giocare un ruolo in Europa, senza voler strafare, ma puntando alla sinergia tra ambiente e industria. L’efficienza è un leit motiv da tempo e anche nella SEN ha un ruolo centrale. Serve però una strategia stabile, chiara e con orizzonti ampi. La politica deve dar prova di concretezza e competenza, passando dalle dichiarazioni di principio a provvedimenti semplici, rapidi e duraturi. Da tutte queste scelte dipenderà anche la riduzione dei costi, che è un problema di oggi, ma le cui soluzioni non sono immediate.

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