Anche con il backloading, cioè il rinvio dell’immissione sul mercato di permessi ad emettere, il sistema ETS continuerà a vedere prezzi tanto bassi da renderlo inutile e da minare la credibilità di questo meccanismo per ridurre le emissioni. Servono misure più drastiche e magari un’autorità che tenga sotto controllo il mercato della CO2.

Il monito arriva da un documento (vedi in basso) pubblicato dal London School of Economics Grantham Research Institute on Climate Change e tocca un argomento caldo in questo periodo in cui i permessi ad emettere del sistema di scambio europeo sono a scesi a livelli allarmanti. Anche oggi, infatti, il prezzo della CO2 nell’ETS europeo è sotto ai 4 euro a tonnellata, a 3,73 euro per la precisione. Cifre assolutamente insufficienti a spingere una trasformazione del sistema energetico.

A una prima caduta del prezzo nel 2006, nella prima fase, dovuta a un eccesso di crediti dai Paesi dell’est europeo, era seguita una fase di prezzi alti (fino a sfiorare i 30 euro a credito). Negli ultimi mesi invece si è assistito a una seconda caduta, più preoccupante della prima, con 1 tonnellata di CO2 scambiata a 2,80 euro nel mese di gennaio: a seguito della crisi economica e della riduzione della produzione industriale, il mercato si trova adesso in una situazione di eccesso di offerta permanente, tanto che la Commissione Europea stima che il surplus di crediti del periodo 2013-2020 potrebbe raggiungere ben 2 miliardi di crediti.

Come sappiamo, alcune misure d’emergenza Bruxelles le sta studiando (vedi QualEnergia.it, Emission Trading, del back-loading e di altre riforme). La Commissione Ambiente del Parlamento Europeo ha approvato il 18 febbraio la prima azione, introducendo la possibilità del cosiddetto backloading: cioè il posticipo delle aste di 900 milioni crediti previste nel periodo 2013-15, che verranno invece assegnate, sempre con il meccanismo delle aste, alla fine del terzo periodo di EU ETS, ovvero nel 2019-20. In questo modo il numero di crediti assegnati nel periodo rimarrebbe invariato, ma verrebbe aggiunto un meccanismo di regolamentazione del mercato.

Una toppa che, anche se diventasse operativa, secondo il report targato LSE,non sarebbe sufficiente. Il piano per posticipare l’immissione sul mercato dei 900 milioni di crediti, si legge nel documento, non garantirebbe “un sostenuto incremento dei prezzi e il funzionamento corretto dell’ETS”. “L’unico intervento di mercato che sarebbe credibile” nel breve periodo è la rimozione di permessi che sono già sul mercato.

Un intervento urgente dato che prezzi sotto ai 4 euro a tonnellata “potrebbero danneggiare non solo le ambizioni low-carbon dell’Europa, ma la credibilità stessa del sistema ETS”. L’appello degli studiosi del Grantham Instutute riecheggia quello già sentito da diversi analisti e Ong ambientaliste: ritirare permessi in maniera permanente per sostenere il prezzo.

Altre misure di cui si parla in ambito europeo per sanare la situazione sono: portare dal 20 al 30% l’obiettivo Ue 2020 di riduzione delle emissioni, ridurre il numero di permessi immessi annualmente, estendere l’ETS ad altri settori produttivi e limitare il ricorso ai meccanismi flessibili di compensazione, che permettono di ottenere crediti con riduzioni delle emissioni (a volte anche fittizie) nei paesi in via di sviluppo.

E qui il report LSE va oltre: queste misure, si spiega potrebbero servire, ma non risolverebbero definitivamente il problema. Lo squilibrio tra domanda e offerta nel mercato della CO2 europeo, si spiega, “è strutturale” e difficilmente gestibile: un rallentamento economico, come si è visto, o nuove leggi ambientali, basterebbero per rigettare il mercato della CO2 in una situazione di oversupply.

La soluzione? Bisognerebbe, si suggerisce, creare una nuova istituzione che gestisca il prezzo della CO2. Un’autorità indipendente che gestisca le riserve di crediti come fanno le banche centrali per gestire il mercato degli interessi, vendendo e comprando crediti sul mercato”.

Il documento (pdf)