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Quale futuro e revisione per il mercato del carbonio europeo

Come dovrà essere riformato il sistema europeo per lo scambio delle quote di emissione, conosciuto come Emissions Trading System? Come incidere sull'offerta delle quote alla luce di un prezzo della CO2 da tempo ormai irrilevante? A Roma un confronto in un workshop organizzato da Kyoto Club, in collaborazione con il GSE.

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Come dovrà essere riformato il sistema europeo per lo scambio delle quote di emissione, conosciuto come ETS (Emissions Trading System)? Il meccanismo si sta dimostrando da alcuni anni inefficace con un prezzo della CO2 in picchiata per eccesso di offerta di quote che negli ultimi mesi ha raggiunto i suoi minimi storici (circa 3 euro/tonnellata CO2), addirittura dimezzandosi dalla fine di ottobre. Una situazione che però deve cambiare: da quest’anno è iniziata la terza fase dell’ETS, nella quale dovrà essere quasi completamente eliminata l’assegnazione gratuita dei permessi: ciò dovrebbe portare ad un rialzo dei prezzi della CO2, che penalizzerà soprattutto il carbone. Sulle cause di questa debacle e sulle necessarie rimodulazioni del meccanismo, anche nell’ambito delle strategie nazionali su clima ed energia, si è parlato oggi a Roma nel corso del workshop “Riforma del sistema europeo per lo scambio di quote di emissione”, organizzato da Kyoto Club in collaborazione con il GSE (in fondo alcune presentazioni dei relatori).

Le diverse opzioni di revisione dell’ETS sono state delineate a novembre 2012 dalla Commissione Europea nel documento The state of the European carbon market in 2012(pdf). Il documento è in consultazione fino al 28 febbraio ed è probabile che entro l’estate si raggiunga un compromesso per un meccanismo meno fragile e più efficace soprattutto in un quadro economico fortemente mutato. La parola d’ordine nel corso dell’incontro è stata quella di fare presto, perché non avere un segnale di prezzo significativo per la CO2 renderebbe questo strumento non gestibile e di fatto inutile.

Per la Commissione europea ci sono da valutare alcune proposte di misure immediate e di misure strutturali. Tra quelle immediate, il cosiddetto ‘back loading che consiste nell’accantonare quote (circa 900 milioni di tonnellate di CO2) nel periodo 2013-2015, cioè nel corso della prima parte della fase 3 dell’ETS, per restituirle poi nel 2019-2020. Ciò potrebbe consentire un rialzo dei prezzi nel breve periodo. Ma non tutti sono d’accordo che questo espediente isolato possa essere la soluzione migliore per la sopravvivenza del sistema nel medio periodo.

Sulle sei misure od opzioni strutturali proposte dalla CE che puntano a incidere sull’offerta (tranne la quarta), i pareri restano discorsi in sede europea:

  1. Aumentare l’obiettivo di  riduzione delle emissioni dal 20 al 30%
  2. Accantonare un numero di quote nella fase 3
  3. Revisione tempestiva del fattore lineare
  4. Includere altri settori nel sistema ETS (l’unica misura ad incidere sulla domanda)
  5. Limitare l’accesso ai crediti internazionali
  6. Meccanismi di gestione dei prezzi discrezionali (prezzo minimo d’asta oppure costruire riserva di quote in caso di grande squilibrio)

Sebastiano Serra, Capo segreteria tecnica del Ministro dell’Ambiente, che ha annunciato per oggi il Consiglio di Ministri che procederà al recepimento della recepimento della direttiva europea 29 per il terzo periodo dell’ETS, ha detto che sulla questione del back loading il governo ha una posizione chiara: “rimettere sul mercato a fine decennio quote per circa 900 Mt di CO2 potrebbe essere dannoso a meno che non sia a beneficio di nuovi entranti e di nuove tecnologie”. Ha aggiunto, inoltre, che sarà “fondamentale dare certezza alla normativa e non modificare le regole in corso”.

“Su scala nazionale il Piano Clima e la revisione della Strategia Energetica Nazionale (SEN) del governo potranno portare ad una razionalizzazione degli strumenti alla luce degli obiettivi”, ha spiegato Sara Romano, Direttore Generale per l’energia del Ministero dello Sviluppo Economico e Presidente Comitato ETS. “Finora le misure non sono state coordinate tra loro – ha aggiunto – con una sovrapposizione tra incentivi alle rinnovabili e all’efficienza energetica. Razionalizzare gli strumenti, sostenere nel breve il meccanismo ETS e attuare riforme strutturali armonizzate a livello nazionale ed europeo sono i punti fermi da perseguire”.

Per Gianni Silvestrini, direttore scientifico di Kyoto Club, “il back loading da solo non potrà essere efficace, ma dovrà essere accompagnato da un rialzo degli obiettivi al 2020 al 30% della riduzione delle emissioni. Inoltre bisogna tenere presente il fatto che negli anni passati diverse industrie italiane hanno avuto fin troppi vantaggi da questo sistema che non ha portato ad un vero processo di riduzione delle emissioni di gas serra. Ora serve un cambiamento forte, altrimenti il sistema ETS perde significato”.

“Rinnovabili, efficienza ed emissioni – ha dichiarato Nando Pasquali, presidente e amministratore delegato del GSE – richiedono un approccio strategico integrato per il Sistema Italia. Il GSE, di recente nominato responsabile del collocamento delle quote italiane di emissioni nell’ambito del nuovo sistema d’aste nell’ETS, è a supporto delle Istituzioni per consentire all’Italia di raggiungere con successo gli obiettivi clima-energia nel percorso di riforma post-2020”.

Innovativa la visione di Tullio Fanelli, Sottosegretario Ministero dell’Ambiente, che propone un sistema diverso dall’ETS e che preveda di associare una tassa alla componente di carbonio presente in ciascuna merce.

Le ragioni di questo cambiamento sono da attribuire, come dice Fanelli, al fatto che dire che l’Europa ha ridotto le sue emissioni è una falsità. L’Europa ha solo trasferito le sue immissioni nei paesi emergenti, come la Cina, e consumando quei prodotti fabbricati con energia ad alto contenuto di carbonio, non fa altro che spostare un problema che è globale e non territoriale.

Il sistema proposto da Fanelli preveda la tracciabilità della quota di CO2 presente in ogni prodotto, la riconoscibilità di questa quota da parte dei consumatori, e infine legare tutto ciò alla fiscalità. Per quest’ultimo aspetto si propone una sorta di “carbon detax”: tassare i prodotti in base alla loro componente di carbonio e detassare quelle merci che si producono con meno CO2. Fanelli ha voluto sottolineare che una soluzione come questa non verrebbe imputata di protezionismo dal WTO, perché si tratterebbe non di una tassazione basata sul concetto di territorialità, ma solo connessa ai requisiti intriseci dei prodotti, in questo caso ai contenuti di CO2.

E’ una modalità interessante anche se al momento di complessa applicabilità. Per il sottosegretario, che fa da tempo di questa strategia un suo cavallo di battaglia, uno degli ostacoli a frenare il cambiamento è anche la tecnocrazia che gestisce e lavora con il modello ETS, con i suoi 10mila esperti in Europa.

Alcune presentazione del convegno (pdf):

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