La International Energy Agency vede nero, come il carbone, e ci dispensa un altro scenario che dobbiamo sperare non si realizzi. Stiamo parlando dell’ultimo “Medium-Term Coal Market Report” (presentazione in allegato, pdf) che prevede per i prossimi 5 anni una crescita continua del carbone nel mix energetico mondiale fino a divenire la prima fonte nel 2017, testa a testa con il petrolio.

Nel 2011 la domanda di carbone è cresciuta del 4,3%: abbiamo consumato 304 milioni di tonnellate di carbone in più rispetto all’anno precedente. La domanda della Cina, diventata importatore netto nel 2009 e ora il più grande consumatore mondiale, da sola è cresciuta di 233 milioni di tonnellate. Il più grande produttore è stato l’Indonesia, che ha esportato oltre 300 milioni di tonnellate, sorpassando l’Australia, che ha avuto un anno poco produttivo a causa delle alluvioni in Queensland.

In base al rapporto, la domanda di carbone nei prossimi 5 anni è destinata ad aumentare in tutte le regioni del mondo, tranne che negli Usa, dove sarà contenuta dal boom dello shale gas. A trainare la crescita sarà soprattutto la fame di energia di Cina e India. In media la domanda cinese salirà del 3,7% all’anno, e già nel 2017 Pechino è destinata a contare per oltre la metà della domanda globale di carbone. L’Europa ha visto uno sprint del carbone in questo ultimo periodo, dovuto ai bassi prezzi della CO2 e alla competitività economica rispetto al gas ma, con il pensionamento di varie centrali, la tendenza dovrebbe fermarsi. Al 2017 si prevede comunque un incremento dei consumi europei di carbone di 10 milioni di tep, grazie al contributo della Turchia che compenserà il declino nel resto del Continente.

Complessivamente, tra 5 anni, il mondo, secondo l’Agenzia, consumerà 1,2 miliardi di tonnellate l’anno di carbone in più rispetto a oggi (cioè 900 milioni di tonnellate di petrolio equivalenti, tep): un aumento pari ai consumi attuali di Russia e Stati Uniti messi assieme. Nei prossimi 5 anni la domanda di carbone insomma, anziché diminuire come dovrebbe per affrontare la sfida del global warming, aumenterà quasi quanto è cresciuta dal 2000 al 2010 (1,2 miliardi di tep). Nel 2017 – se lo scenario IEA si avvererà – consumeremo 4,32 miliardi di tep di carbone e 4,40 miliardi di tep di petrolio (vedi grafico).

Tale previsione, ha sottolineato Maria van der Hoeven nel presentare il report, assume che nel periodo non saranno introdotte legislazioni ambientali più stringenti e che l’andamento dei prezzi della CO2 (bassi) e del gas (alti) non modifichi la struttura della domanda.

C’è vivamente da sperare che invece queste due eventualità si verifichino. Diversamente staremmo andando verso un futuro da suicidio climatico, dato che l’aumento della domanda di carbone previsto dalla IEA si tradurrebbe in circa 3,6 miliardi di tonnellate di emissioni di CO2 in più: un quantitativo insostenibile se si pensa che per contenere il riscaldamento globale entro la soglia dei 2 °C le emissioni di tutto il mondo e di tutti i settori al 2020 non potranno superare i 44 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente. E nessuno ci venga a raccontare la favola del cattura e del sequestro del carbonio.