Il prezzo dei moduli fotovoltaici è crollato, toccando il record di 0,70 dollari a watt, ma i costi di produzione non tengono il passo e le industrie lavorano in perdita in un gioco al massacro. Come e quanto i produttori possono tagliare i costi riuscendo così a sopravvivere? Nei giorni scorsi è stato pubblicato un report di Lux Research che riassume efficacemente quel che sta accadendo ai prezzi del FV e cerca di rispondere alla domanda (qui l’abstract).

Come sappiamo il settore soffre di una pesante crisi da sovrapproduzione, determinata da vari fattori, tra cui anche la contrazione della domanda in mercati importanti come il nostro, colpito dal quinto conto energia. In questo momento la produzione di moduli fotovoltaici è circa il doppio della domanda degli stessi ed ecco che i prezzi continuano a crollare, una tendenza che dovrebbe proseguire anche l’anno prossimo, visto che la capacità produttiva è in ulteriore aumento e l’overcapacity dunque si aggraverà.

In questo momento si stanno già vendendo moduli sotto costo e questo spiega la strage di aziende già iniziata e che, secondo alcune previsioni, porterà all’uscita dal mercato di circa 180 produttori nei prossimi 3 anni, il 60% del totale. Il prezzo dei cristallini in silicio infatti ha toccato in alcuni casi i 70 centesimi di dollaro per watt, mentre i costi di produzione (stando alle rilevazioni di GTM Research) in Europa, Stati Uniti e Giappone sono sopra gli 80 centesimi e tra i competitor cinesi tra i 58 e i 68 cent per watt.

Ovviamente la chiave della sopravvivenza è tagliare i costi di produzione ed eccoci al report di Lux Research, che spiega quanto, dove e come si può fare. Un report che conforta parzialmente, almeno laddove mostra che le riduzioni sono possibili e che tecnologie come il film sottile CdTe sono già vicine ai 48 centesimi di dollaro a watt: valori interessanti considerando che a un prezzo dei moduli di 0,50 $/W e dei sistemi di 1 $/W – stando a uno studio del 2011 del DOE americano – il fotovoltaico, senza incentivi, potrebbe arrivare a coprire il 14% della domanda elettrica Usa al 2030 e il 27% al 2050 senza sussidi governativi.

Per tagliare i costi, spiega Lux Research, si dovrà puntare sulla delocalizzazione in Paesi dove lavoro ed energia costano meno – opzione però poco appetibile in tempi di overcapacity – sull’aumento delle efficienze e su un utilizzo più proficuo della capacità produttiva.

Per quel che riguarda i moduli in silicio cristallino, il calo dei costi di produzione (che il report riporta essere in media 0,82 $/W per i monocristallini e 0,92 $/W per i policristallini) è stato finora possibile solo grazie al crollo dei prezzi del silicio: riduzioni si potranno fare a lungo termine grazie all’implementazione di tecnologie particolari che già si stanno introducendo (le tecniche di eterogiunzione, i wafer kerfles, le celle con back contact, ecc.).

Più facile sarà tagliare i costi del film sottile di tipo CIGS: tra il 2013 e il 2015 questa tecnologia sarà competitiva con il cristallino e al 2017 potrebbe arrivare a 0,64 $/W. La curva di apprendimento del flm sottile di tipo CdTe invece resterà piuttosto piatta, ma questa tecnologia rimarrà la più economica almeno fino al 2017, con 0,48 $/W.