Gli eventi che hanno colpito la East Coast degli Stati Uniti, una zona dove vive il 20% della popolazione americana, hanno messo in evidenza la fragilità del sistema urbano e dell’economia che su questo si innesta. L’aumento di eventi climatici estremi rende urgente la necessità di elaborare strategie per non farsi cogliere impreparati da eventuali catastrofi e mitigare i danni. E se essere preparati significa soprattutto adattare le infrastrutture alla possibilità di eventi di questo genere, mitigare significa avere a disposizione strumenti economici che permettano di ridurre al minimo le perdite.

A New York il passaggio di Sandy ha lasciato mezza città senza energia per giorni. Anche le attività che non erano state direttamente danneggiate dall’uragano, che non avevano subito allagamenti o altri danni materiali, sono state costrette a una settimana di chiusura, con inevitabili ingenti perdite economiche. Se l’infrastruttura energetica urbana fosse stata basata su un sistema distribuito, questo non sarebbe successo. E su questo aspetto l’amministrazione cittadina sta iniziando a interrogarsi e a cercare soluzioni. Ma nel frattempo anche i privati stanno cominciando a prendere in considerazione i crescenti rischi legati al clima.

Un sondaggio condotto nel corso del 2012 dal Carbon Disclosure Project su 405 aziende tra le più grandi al mondo, conclude che il 37% di queste (erano appena il 10% nel 2010) vede già l’impatto dei cambiamenti climatici sul proprio business, mentre l’81% percepisce un rischio materiale. Inoltre, secondo lo stesso rapporto, il 96% delle compagnie ha nel proprio direttivo un responsabile per il climate change; il 78% ha integrato i cambiamenti climatici all’interno delle strategie di business; il 65% dichiara che il climate change influenza le proprie strategie di breve termine; il 54% dichiara lo stesso per le strategie di lungo termine.

È allora inevitabile che il sistema assicurativo, cui spetta il compito di dare una risposta alla crescente richiesta di tutela, si adegui. “Molte compagnie di assicurazione – ci spiega Michael Barry, portavoce dell’Insurance Information Institute – collaborano con società che si occupano di modellazione del rischio legato alle catastrofi e che aiutano le assicurazioni a controllare i propri rischi”.

Sandy, dicono gli analisti del settore, potrebbe essere un brutto colpo per le assicurazioni. Le stime definitive dei danni causati dall’urgano non sono ancora disponibili, ma il governatore dello Stato di New York, Andrew Cuomo, giovedì 8 novembre ha dichiarato: “Le prima valutazioni suggeriscono che questa tempesta costerà alla regione 50 miliardi in danni e perdite economiche, 33 miliardi per il solo Stato di New York”. Una stima più pessimistica di quella fatta qualche giorno prima da Eqecat, una società che monitora i disastri naturali e ne valuta i costi, che aveva ipotizzato un danno tra i 10 e i 20 miliardi e che stimava che, di quella somma, le compagnie di assicurazione avrebbero coperto dai 5 ai 10 miliardi.

 

Qualunque sia la valutazione definitiva, è chiaro che, sia per i cittadini che per gli imprenditori che per le assicurazioni stesse, la questione è rilevante. “Il settore assicurativo americano – garantisce Michael Barry – è ben capitalizzato ed è in grado di pagare le richieste di risarcimento legate a Sandy. Il settore si è per molti anni preoccupato dell’impatto che un forte uragano avrebbe potuto avere su Stati densamente popolati come New York e New Jersey. Di fatto, nel 2011 l’uragano Irene ha causato 4,3 miliardi di dollari in danni coperti da assicurazione ad automobili, case e attività imprenditoriali e quasi 1,3 miliardi di premi assicurativi per l’alluvione, la maggior parte dei quali provenienti dal National Flood Insurance Program del Governo”.

 

Al momento, infatti, negli USA, le assicurazioni standard sulla casa non coprono il rischio di alluvione, i cui risarcimenti sono invece a carico del programma governativo NFIP creato nel 1968. Si tratta quindi di rischi e oneri condivisi tra il settore pubblico e quello privato, ma le compagnie di assicurazioni sanno che i propri modelli di business dovranno sempre di più adeguarsi alle mutate condizioni climatiche del Pianeta.

 

Con eccezionale tempismo, proprio pochi giorni prima che Sandy si abbattesse sugli Stati Uniti, la società Munich Re, che si occupa di assicurare le compagnie di assicurazioni, ha pubblicato un rapporto dal titolo Severe Weather in North America in cui si dice che, negli ultimi 30 anni, il numero di eventi meteorologici estremi che hanno colpito il Nord America è quasi quintuplicato. Nello stesso periodo, si legge nel rapporto, l’onere per le perdite complessive dovute a eventi metereologici ammonta a 1.060 miliardi di dollari con un totale di danni – su beni assicurati – di 510 miliardi. I numeri forniti da Allianz confermano: nel 2011 la compagnia di assicurazione ha trattato richieste di risarcimenti per 2,2 miliardi di dollari per catastrofi naturali (compresi eventi non legati al clima).

 

Il problema non può essere ignorato e le compagnie assicurative lo sanno. Tanto che non soltanto stanno rispondendo adeguando i proprio piani di copertura ed elaborando strumenti ad hoc, ma sono anche sempre più impegnate in azioni di lobbying per mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici. Da tempo Allianz è attiva a livello internazionale per l’adozione di limiti vincolanti alle emissioni di gas serra, mentre Swiss Re da quattro anni sponsorizza una conferenza sul climate change a New York. Inaspettatamente, la lotta ai cambiamenti climatici potrebbe aver trovato un nuovo alleato.