Non solo costi delle tecnologie, valore degli incentivi ed eventuale peso della burocrazia: a condizionare lo sviluppo delle rinnovabili e dell’efficienza energetica c’è anche un altro fattore importante e critico, specialmente in questo periodo, quello dell’accesso al credito e del costo del denaro. Ne abbiamo parlato con Romano Stasi, esperto di temi energetici di ABI Energia e segretario generale ABI Lab, il centro di ricerca e innovazione per la banca promosso dall’Associazione Bancaria Italiana.

Ingegner Stasi, in questo periodo l’accesso al credito è più problematico un po’ per tutti i settori. Rinnovabili ed efficienza energetica hanno risentito più o meno degli altri della attuale circostanza economica?

Proprio su questo tema abbiamo fatto una ricerca quest’anno, raccogliendo dati dal 2007 al 2011 incluso, su un numero rappresentativo di banche: il 70-80% del totale in termini di sportelli. In 5 anni abbiamo avuto un’erogazione di credito nei confronti delle fonti rinnovabili e per l’efficienza energetica di circa 20 miliardi di euro, una cifra molto importante, divisa in 7,3 di project financing, 7 di leasing e 6,3 miliardi di finanziamenti tradizionali di cui 500 milioni per l’efficienza energetica. Per rispondere alla domanda dunque: non abbiamo rilevato che il settore del green energy abbia sofferto, quanto altri settori, rispetto all’accesso al credito. Nel 2011, ricordiamo, l’Italia è stata il secondo Paese al mondo, dopo la Germania, in ordine di capacita installata di sistemi fotovoltaici.

La situazione è cambiata con i nuovi decreti su fotovoltaico e rinnovabili elettriche?

In generale si può dire di sì. Sono cambiati i processi di accesso agli incentivi: c’è una volontà del Governo di indirizzare le realizzazioni verso impianti più piccoli e in autoconsumo. I grandi impianti, infatti, sono soggetti ad aste, mentre le taglie inferiori, ai registri: si teme che questo possa creare un irrigidimento in termini burocratici e portare  anche a una rivoluzione della logica di finanziamento degli impianti, privilegiando quelli domestici rispetto a quelli industriali.

Solo dopo mesi dall’annuncio si è saputo come sarebbe stato il quinto conto energia fotovoltaico. Il decreto per le rinnovabili termiche si attende da oltre un anno. Il futuro delle detrazioni fiscali per l’efficienza energetica, periodicamente messo in discussione, è certo solo fino al 30 giugno 2013. Quanto pesa sulla facilità dell’accesso al credito il fattore dell’incertezza normativa?

Come può immaginare il contesto normativo influenza decisamente la valutazione dei finanziamenti. In generale possiamo però dire che c’è un miglioramento: il quinto conto energia fotovoltaico è finalmente uscito, anche se è previsto un suo adeguamento, e adesso si sta discutendo il termico. Tutto questo è inquadrato nella Strategia Energetica Nazionale che attualmente è in consultazione e dunque aperta al contributo degli attori del mercato e che dovrebbe portare a una visione più stabile per il futuro.

Certo, ma questa SEN fornisce un indirizzo generale positivo per le rinnovabili che però è in contraddizione con le misure prese finora ed è stata redatta da un Governo che probabilmente durerà ancora pochi mesi. Quanto è credibile che porti veramente a un quadro normativo stabile e favorevole al settore?

È sempre difficile prevedere le aspettative sul versante normativo. Abbiamo però con la SEN un piano scritto nero su bianco e questo ci aiuta a ben sperare per un impianto normativo stabile che finora è mancato, per portarci agli obiettivi europei. Sicuramente un contesto normativo stabile è molto importante nella valutazione del merito creditizio delle aziende operanti in questi  settori. Un esempio di stabilità sul versante normativo è appunto quello delle detrazioni del 55%, confermate per ora solo fino a giugno, e per le quali servirebbe invece poter ragionare su un orizzonte temporale più lungo.

Il mondo delle banche si sta attrezzando anche per finanziare nuovi business model senza incentivi come quelli che si stanno prospettando per il fotovoltaico? Si parla per esempio di impianti realizzati presso gandi utenze commerciali o industriali alle quali il produttore fotovoltaico vende direttamente l’energia senza passare per la rete …

In realtà questa configurazione di autoconsumo non esclude che ci siano degli incentivi. Al momento non siamo ancora al punto in cui questi modelli possano rinunciarvi, ma la tendenza è che sempre di più il ritorno degli investimenti di questi progetti sia equilibrato dalla convenienza data dalla differenza tra il costo dell’energia acquistata sul mercato e il costo del produrla in loco. In generale siamo però ancora piuttosto lontani dalla grid parity, anche in autoconsumo e anche per il fotovoltaico.

Nel campo dell’efficienza energetica ci sono molte tipologie di intervento che si ripagano in tempi molto brevi dopo di che producono risparmi consistenti. Ciononostante anche per questi l’accesso al credito non è sempre facile, perché?

Come dicevo prima, negli ultimi 5 anni sono stati erogati finanziamenti per  mezzo miliardo in favore di interventi di efficienza energetica. Quindi, per quanto il volume sia inferiore che per le FER, l’efficienza energetica è un target cui le banche si rivolgono. Ha però specificità forti per cui non tutte le banche hanno prodotti dedicati a supportare il credito per l’efficienza energetica. Il ritorno dell’investimento non è infatti caratterizzato da nuovi ricavi facilmente quantificabili, ma da minori costi; l’azienda finanziata, quindi, deve garantire che quei minori costi saranno in parte usati per ripianare il credito. Questo meccanismo viene in parte adottato attraverso le ESCO. Tra le banche, oggetto della nostra indagine, che hanno prodotti per il finanziamento di progetti di riqualificazione energetica, il 16% lavora con le ESCO.

Parlando del tema del credito un argomento che si sente spesso è quello che in Germania, grazie a un costo del denaro inferiore al nostro, le imprese possono essere più competitive anche con incentivi meno generosi dei nostri. Crede che una riduzione del costo del denaro potrebbe permettere di tagliare ancora gli incentivi alle fonti pulite senza comprometterne lo sviluppo? Che strumenti si potrebbero mettere in campo per farlo?

Il costo del denaro dipende da diversi condizionamenti esterni, di natura anche macroeconomica. Questa è comunque una discussione da fare per molti settori e non solo per quello dell’energia, che tra l’altro, come detto, non ha avuto più difficoltà degli altri nell’accesso al credito. In generale si può pensare a iniziative a livello Paese per facilitare la disponibilità di credito. Ci sono vari tavoli aperti su questo, per una finanza che supporti la sostenibilità. Si parla per esempio di specifici fondi di garanzia. L’Abi, per esempio, ha sottoscritto con la Cassa depositi e prestiti il fondo rotativo di Kyoto, che ha funzionato molto bene a sostegno di efficienza ed energia pulita. Alcuni meccanismi ci sono già, ma se ne potrebbero pensare altri.